"E di colpo percepisce in quella dichiarazione una minaccia. Qualcosa che si avvicina dalla parte del mare. Qualcosa che avanza trascinato dalle nubi scure che attraversano invisibili la baia di Acapulco."
Roberto Bolano, (da Ultimi crepuscoli sulla terra; Puttane assassine)

venerdì 11 marzo 2011

La stanza accanto, di Roberto Bolano (da El secreto del mal)

  In una certa occasione, se non ricordo male, mi trovavo in una riunione di matti. La maggior parte soffriva di allucinazioni uditive. Un tipo mi si avvicinò e mi chiese se poteva scambiare qualche parola in privato con me. Andammo nell'altra stanza. Il tipo disse che le medicine lo stavano facendo uscire di senno, ogni giorno mi sento più nervoso, disse, e a volte mi passano per la testa strane idee. Io gli dissi che poteva capitare. Il tipo disse che che era la prima volta che gli capitava. Poi si sollevò il maglione e si grattò l'ombelico. Dentro i pantaloni aveva una pistola. Cos'è?, gli chiesi. Il mio fottuto ombelico, disse il tipo, mi prude, non posso far altro che grattarmelo tutto il giorno. La carne attorno all'ombelico, in effetti, era arrossata. Gli dissi che non mi riferivo al suo ombelico, ma a quello che aveva poco più in basso. E' una pistola?, dissi. Si, è una pistola, disse il tipo, e la impugnò e la puntò verso l'unica finestra della stanza. Valutai se domandargli se si trattava di un giocattolo, ma non lo feci. A me parve una pistola vera. Gli dissi che me la lasciasse vedere. Le armi non si prestano, disse il tipo. Come le macchine e le donne. Se rubi una macchina, puoi prestarla. Io non lo consiglio, però puoi farlo. Se esci con una puttana, anche. Io non lo farei, non presterei mai nessuna donna, però per potere, si può. Le armi no, in nessuna circostanza. E se sono rubate o sono giocattoli?, gli dissi. Neppure, disse il tipo. Dal momento in cui l'arma reca impresse le tue impronte digitali, ormai non la puoi prestare. Lo capisci? Più o meno, dissi io. Stringi un patto con lei, disse il tipo. Cioè devi portarla con te tutta la vita, dissi io. Esattamente, disse il tipo, te la sei sposata e non c'è altro da aggiungere. L'hai messa incinta con le tue fottute impronte e non c'è altro da aggiungere. Responsabilità, disse il tipo. Poi alzò il braccio e me la puntò direttamente alla testa. Pensai, non so se allora o dopo, o forse ricordai di averlo già pensato prima, in modo febbrile e inutile, d'altronde, alla belle inertie di Moreau, la bella inerzia, il processo di composizione secondo il quale Moreau era capace di congelare, di trattenere, di fissare qualsiasi scena, per tumultuosa che fosse, sulle sue tele. Poi chiusi gli occhi. Sentì che mi chiedeva perchè chiudessi gli occhi. La calma di Moreau, la chiamano alcuni critici. La paura di Moreau, la chiamano altri critici meno inclini alla sua opera. Il terrore ornato di gioielli. Ricordai i suoi quadri trasparenti, i suoi quadri "interminabili", i suoi uomini giganteschi e loschi e le sue donne, piccole a confronto con le figure maschili, indicibilmente belle. J. K. Huysmans scrisse riguardo i suoi quadri: << Le scene più diverse suscitano sempre la stessa impressione: di un onanismo spirituale che frequentemente si riproduce in un corpo pudico. >> Onanismo spirituale? Soltanto onanismo. Tutti i giganti di Moreau, tutte le sue donne, tutti i gioielli e tutto l'equilibrio geometrico (o il bagliore geometrico) cadono, in piedi e armati, nel territorio del corpo pudico o della responsabilità. Una notte, quando avevo venti anni ed ero un giovane sensibile, in una pensione in Guatemala ascoltai una conversazione che sostenavano due uomini nella stanza accanto. Uno aveva la voce profonda, e l'altro diciamo che l'aveva come di acquavite. All'inizio, ovviamente, non prestai attenzione alle loro parole. Entrambi erano centroamericani, anche se dall'inflessione e dal tono delle loro voci non dovevano essere dello stesso paese. Il tipo con la voce come di acquavite cominciò parlando di una donna. Lodò la sua bellezza, il suo modo di vestire, il suo sapersi muovere, la sua abilità in cucina. Il tipo dalla voce roca assentiva a tutto. Lo immaginai steso sul letto, fumando, mentre l'altro rimaneva seduto sul suo, al fondo, o magari a metà, già senza scarpe, ma senza ancora essersi tolto la camicia e i pantaloni. Non davano l'impressione di essere amici, forse dividevano quella stanza perchè non potevano fare altrimenti o perchè così facendo gli risultava più economica. Probabilmente avevano cenato assieme e avevano bevuto assieme e in quello consisteva tutta la loro amicizia. Cosa che in quegli anni in Centroamerica risultava più che sufficiente. In più di un'occasione mi addormentai ascoltandoli. Perchè non dormii in una sola tirata fino alla mattina? Non lo so. Forse perchè ero troppo nervoso. Forse le voci dell'altra stanza, in certi momenti, si alzavano di tono, e questo era sufficiente perchè tornassi allo stato di veglia. Il tipo dalla voce rauca, in certi momenti, rise. Il tipo dalla voce come di acquavite disse, o ripetè, che aveva ucciso sua moglie. Supposi che fosse la stessa donna che aveva elogiato prima che mi addormentassi. L'ho uccisa, disse, e poi rimase in attesa della risposta di quell'altro. Mi sono tolto un peso di dosso. Ho fatto giustizia. Di me non ride nessuno. Il tipo dalla voce rauca si girò nel letto e non disse nulla. Lo immaginai di pelle scura, una via di mezzo tra un indio e un negro, più negro che indio, forse un panamense che viaggiava a Panama o fino al nord, fino in Messico e alla frontiera con gli Stati Uniti. Dopo un lungo silenzio durante il quale solo udii rumori strani, chiese all'altro se parlava seriamente, se l'aveva ammazzata davvero. Quello con la voce come di acquavite non disse niente o forse si limitò ad affermare con la testa. Poi il negro gli chiese se voleva fumare. Non è una cattiva idea, disse quello dalla voce come di acquavite, un ultimo tiro e poi dormiamo. Non lo udii più. E' possibile che quello dalla voce come di acquavite si fosse alzato e avesse spento la luce, mentre il negro lo osservava dal letto. Immaginai un tavolino da notte con un posacenere.Una stanza oscura, come la mia, con una finestra piccola che dava su una strada non asfaltata. Quello dalla voce come di acquavite sicuramente era magro e bianco. Un tipo nervoso. L'altro, nero e grande, pesante, di quelli che perdono la calma solo in rare occasioni. Per diverso tempo rimasi sveglio. Quando credetti che si fossero addormentati mi alzai, cercando di non fare rumore, e accesi la luce. Mi misi a fumare e poi a leggere. L'alba non arrivava mai. Quando alla fine mi vinse un'altra volta il sonno e spensi la luce e mi stesi sul letto, ricominciai a sentire rumore nella stanza accanto. Una voce di donna, come se parlasse con le labbra incollate alla parete, disse buona notte. In quel momento contemplai la mia stanza, che aveva tre letti, come la stanza accanto, e fui invaso dalla paura e dalla voglia di lanciare un grido, ma lo ricacciai indietro perchè sapevo che dovevo farlo.




  traduzione dvd illevir

I detective selvaggi 


 


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