"E di colpo percepisce in quella dichiarazione una minaccia. Qualcosa che si avvicina dalla parte del mare. Qualcosa che avanza trascinato dalle nubi scure che attraversano invisibili la baia di Acapulco."
Roberto Bolano, (da Ultimi crepuscoli sulla terra; Puttane assassine)

sabato 17 agosto 2019

Tor, la montaña maldita, Carles Porta, Editorial Anagrama


Tor è un piccolo "pueblo" che confina con Andorra, frazione del comune di Alyns, nella regione del Pallars Sobirà, nei Pirenei Catalani, e si trova a 1646 metri di altitudine. Ovviamente in Spagna. Nel 2010 contava 19 residenti. Conta 13 case.
  Nel Luglio del 1995 viene ritrovato nella sua baita il cadavere di Josep Montané (Sansa), uno dei leader della comunità (l'altro è Palanca e, in un ruolo di secondo piano, Cerdà). "No estaba muerto, estaba podrido" (non era morto, era marcio, decomposto), queste parole lasciano intendere perché non sia possibile riportare ancora oggi una data certa di morte e si sia costretti ad indicare un generico "luglio 1995". A trovarlo sono due hippies che si sono introdotti in casa di Sansa, confidando nella sua assenza (pensavano fosse da giorni a Barcellona), per cercare qualcosa da mettere sotto i denti. Sugli hippies ci torneremo. Pochi mesi prima Sansa era stato indicato dal tribunale a cui si era rivolto per risolvere una disputa che andava avanti da molti anni come l'unico proprietario della montagna. La sentenza aveva provocato molti malcontenti, in particolar modo aveva mandato su tutte le furie (cosa relativamente facile da ottenere) il principale contendente della proprietà: Palanca. Due anni dopo i fatti, nel 1997, il giornalista di Tv3Catalunya, Carles Porta, si reca a Tor, accompagnato da due collaboratori, Pol e Pepe, e vi rimane per diversi mesi portando avanti l'inchiesta raccontata in questo libro.
E' un'inchiesta, ed è un'investigazione, una detection: fino all'ultimo Porta non si toglie dalla testa la possibilità di riuscire a trovare la soluzione del caso e ad individuare il colpevole. Ma quel mondo, quello della gente di Tor, della montagna, del confine con Andorra, è un mondo chiuso, violento, verticale, dove ognuno è un anfratto a parte, dove i rapporti interpersonali sono basati su logiche selvatiche e primitive e dove la legge non arriva, e quando infine riesce ad arrivarci è un riflesso deformato di ciò che dovrebbe essere. Tutto nasce nel 1896, quando i vecchi del paese siglano un contratto tra loro nel quale si autoeleggono proprietari di Tor e della montagna; ma c'è una clausola. La clausola prevede che mantengano il diritto di proprietà soltanto coloro che "non faranno spegnere il fuoco" delle loro case, vale a dire, coloro che continueranno a risiedere in paese tutto l'anno. Stiamo parlando di un frazione le cui abitazioni (tredici, vale la pena ricordarlo) ancora pochi anni fa non avevano a disposizione né l'elettricità né l'acqua corrente, un gruppo di case che durante il rigido inverno di quelle zone rimaneva totalmente isolato a causa della neve e del ghiaccio che ricoprivano l'unico sentiero che unisce Tor al primo paese più vicino (che in questo caso è da considerarsi il primo avamposto di civiltà).
  Nel 1997, quando Porta comincia la sua inchiesta, le condizioni di vita erano quelle appena descritte.


  Nel 1976 Sansa, Cerdà e Generosa (sorella di Cerdà) si autoproclamano unici proprietari della montagna ed entrano in contatto con un promotore immobiliare, tale Ruben Castaner Ejarque, personaggio equivoco, come quasi tutti quelli che entrano ed escono da questa storia; Ruben è intenzionato a costruire in loco una stazione sciistica, e con questo intento con lui Cerdà, Sansa e Generosa mettono in piedi una società. Palanca, in risposta alla mossa del suo storico nemico Sansa, convoca la vecchia società e con i restanti soci si dichiara a sua volta legittimo proprietario della montagna. Nel 1980 vengono uccisi in una sorta di rissa degenerata in agguato mortale due lavoratori, Pedro Linan e Josè Aguilar, alle dipendenze di Palanca. Nello stesso episodio anche Ruben Castaner rimane ferito. Questi sono i primi due morti che si possono collegare con evidenza alla questione del 1896, vale a dire alla prima società fondata tra i residenti in Tor.
  Porta, giunto sul posto, scopre da subito un ambiente schiacciato dalle presenze (spesso presenze-assenze, sospese come l'alito del maligno a vibrare nell'aria) di personaggi che incutono timore e vivono in un alone di leggenda, per quanto bruta e primitiva. Primo tra tutti Palanca, che non si farà problemi a minacciarlo in maniera piuttosto esplicita. Ma se quelli fin qui elencati sono i personaggi principali, la corte di comparse che li accompagna non è meno incredibile ed inquietante. Gli hippies dicevamo: sono in molti che vivono accampati nella frazione di Tor, come cani selvatici si accucciano fuori dalla casa di Sansa e ne divengono delle sorta di guardaspalle tuttofare, in cambio delle briciole che Sansa concede loro o, più spesso che si limita a promettere loro. Lo stesso vale per Palanca. I lavoratori, gli hippies, i guardaspalle quasi sempre sono figure sovrapponibili, spesso sbandati, fuggiti da guai più grossi di loro che li aspettano in agguato nel mondo "civilizzato", da qualche città che li ha feriti e che si rifugiano in montagna nella speranza di farsi dimenticare dal mondo e, a loro volta, di dimenticarlo. Per sopravvivere e ritagliarsi il loro spazio vitale - quasi sempre composto, quando gli va bene, da un paio di pasti scarsi al giorno (spesso non hanno nemmeno un tetto sulla testa) - si schierano ora con un contendente ora con l'altro, divenendone gli sgherri, lasciandosi tirare dentro ad un gioco che diviene sempre più violento e folle e che sempre di più ha a che fare con la morte. Poi ci sono i contrabbandieri.

 La zona che da Tor porta ad Andorra è, da tempi immemorabili, una via sicura per i contrabbandieri. Contrabbando di sigarette, ma non solo, anche di armi e, in tempi di guerra, zona che veniva usata per far fuggire gli ebrei che, pare, spesso venivano derubati dei loro averi e poi venduti ai nazisti o direttamente eliminati nei boschi. Molti in quelle zone, si mormora, si sono arricchiti sulla pelle degli ebrei. Ci sono poi le istituzioni che, come pugili suonati, non riescono ad imporre la legge dello stato, vengono incolpati di ogni cosa e rimangono come una figura istupidita sullo sfondo. A Tor la legge, se c'è, quando c'è, non funziona. Come ha da rimarcare uno dei tanti avvocati che girano attorno a questa storia:

la giustizia è lenta, e Tor è lontano.

  Non ha logica andare oltre a spiegare la trama, è un libro di non fiction novel e pertanto la trama è tutto, non fosse altro perché è la realtà sporzionata e servita su un piatto direttamente al lettore. L'indagine andrà avanti, le sentenze si susseguiranno, Porta riuscirà a confezionare il servizio per il programma 30minutos che avrà una certa risonanza presso l'opinione pubblica, soprattutto quella catalana. Ma quello che rimane di questa inchiesta e del modo che Porta sceglie per raccontarcela è l'incursione in un mondo ancestrale e violento che ci vive accanto ma del quale ignoriamo (o preferiamo ignorare) l'esistenza. Tor è un microcosmo senza acqua né elettricità nel quale chi è più forte comanda, una porzione di realtà presa in ostaggio dalla lotta tra due capibranco che si scontrano fino ad ammazzarsi, senza che questo ne scalfisca il mal inteso senso dell'onore e della sopraffazione. I codici comportamentali che s'intravedono in controluce sono quelli ancestrali della sopravvivenza, della legge della giungla che prevede che solo il più forte comandi e che il debole deperisca. Un mondo nel quale non sono previsti sentimenti che non siano paura o vendetta. L'ansia di dominio a Tor viene certificata e giustificata dall'accordo del 1896 che, nell'ansia di garantire al paese una vita il più lunga possibile (per questo la clausola del fuoco che non si deve spegnere) ne decreta invece una lotta intestina delle più sanguinose immaginabili. Su Tor e sui suoi abitanti regna un povertà assoluta, che riporta a quelle zone della cosiddetta "Spagna vuota" (secondo la definizione di Sergio Dal Molino *) che è ben rappresentata da Las Hurdes (a questo proposito lascio il link al documentario di Luis Buñuel che ne tratta: Las Hurdes, tierra sin pan), ma la sua strategica posizione al confine con Andorra fa sì che Tor stessa rimanga in una zona altrettanto di confine tra povertà endemica e una ricchezza improvvisa che potrebbe essere portata dall'arrivo della civiltà e della stazione sciistica (e che tarda ad arrivare).


Intanto però chi ci vive si arrangia come può, mostra i denti, fa affari coi contrabbandieri, combatte una guerra di trincea in cui ogni metro di avanzamento è una vittoria, una guerra portata avanti con ogni mezzo, bruciando case, usando a proprio piacimento morti di fame in cerca di una scodella calda, affidando ad avvocati la contesa presso i tribunali (avvocati che vengono sostituiti uno dopo l'altro, che spesso non vengono pagati, avvocati a loro volta strani, inquietanti, nostalgici franchisti), fino all'omicidio ("morir matando!"). Poi ci sono ossa nascoste sotto il pavimento della baita di Sansa, gli hippies scomparsi, i suicidi tentati e i suicidi riusciti, i nazisti, i pastori dalla vita talmente disgraziata da non riuscire a contenerla tutta nella propria razionalità (struggente la vita di Antono Gil Josè, testimone considerato inattendindibile, borderline e disadattato).

  Tutto questo è a un passo da noi, poco più, dalle nostre città, proprio come le morti di Alleghe svelavano un paesaggio umano non dissimile da questo di Tor in una località di vacanza, già abituata al turismo (anche se ancora non di massa): cartoline sotto cui si cela l'incubo. Quello che rimane è un libro perfetto che racconta un'indagine giornalistica su un fatto delittuoso, ma che s'innerva in un'esistenza che pensavamo ormai dissipata da tempo, cancellata dalla vita frenetica delle città. La voce di Porta è però capace di grande umanità e riesce nell'impresa di non giudicare (o non farlo più di tanto) le persone "selvatiche" che incontra nel corso della sua inchiesta, in certi casi pare arrivare a compatirle se non a capirle del tutto. Tor come Alleghe: seppur inscritti entro paesaggi idilliaci, a tanti metri di altitudine, alla fin fine si rivelano quartieri degradati come tanti altri, si trovano ad essere in mano al delinquente più forte, al più minaccioso. Sono zone in cui la legge non arriva, dove avvengono i fatti più turpi, dove, forse, si intrecciano anche interessi più grandi, incombono personalità innominabili che vivono altre esistenze, a chilometri dai luoghi del delitto, che tirano fili che nessuno vede, ma qualcuno indovina esserci. Tor è (o forse era, speriamo) uno di quei posti dove i nomi non si fanno e, a volte, nemmeno si sussurrano.

  Se volete leggetelo come un noir, è comunque godibilissimo. Ma è pura e semplice non-fiction novel, delle migliori. Proprio come I misteri di Alleghe, di Sergio Saviane (libro del 1964 che precede di due anni quello che è universalmente riconosciuto come il primo libro di non-fiction novel, quel capolavoro che ancora è A sangue freddo, di Truman Capote)
  
  Potrebbe avere un unico difetto: si trova solo in spagnolo, per ora. Ma se conoscete la lingua, consiglio di leggerlo.

* Il libro di porta qui recensito è citato in La Spagna vuota, di Sergio dal Molino, Sellerio editore, 2019. Oltre il caso di Tor, nel libro di Del Molino, si accenna anche ad un altro delitto, quello avvenuto nella località di Fago, anche su questo caso esiste un libro scritto da Carles Porta: ne parlano qui.








Carles Porta (Vila Sana 1963)

giornalista, scrittore, produttore, ha lavorato 14 anni per il programma 30minutos, del canale Tv3, componendo reportage di investigazione. E' stato inoltre inviato in zone di guerra, in Bosnia, in Ruanda, in Kosovo e in Medio Oriente.



venerdì 31 maggio 2019

La lavoratrice, di Elvira Navarro, Liberaria editore, trad. di Sara Papini

  Siamo a Madrid e ci troviamo improvvisamente immersi nella vita di due donne che ai giorni nostri possiamo tranquillamente permetterci di definire giovani, precisamente due donne in bilico su un precipizio. Questo libro, il primo di Elvira Navarro tradotto in Italia, è la cronaca del loro camminare sull'orlo di questo precipizio. Elisa lavora per una casa editrice come collaboratrice, mal pagata e vessata, precaria suo malgrado. Susana, sulla quarantina, è donna misteriosa, sbilenca, perennemente fuori posto nel mondo e nella sua stessa esistenza. Poi c'è Madrid, che è anch'essa una protagonista del romanzo, è anch'essa è misteriosa, oscura, fuori quadro, malconcia e, a suo modo, precaria. Se non fosse stata Madrid ma Parigi, o Roma o qualsiasi altra grande città non sarebbe cambiato molto, o forse nulla. Madrid è il palcoscenico sul quale si muovono Elisa e Susana, ma è anche, e soprattutto, un'immagine riflessa della vita interiore delle due donne: Elisa, in qualche modo irrazionale e forse istintivo, lo capisce, e ci s'immerge. Esce in avanscoperta per le periferie, nei parchi semi abbandonati, nei quartieri abusivi come potrebbe farlo una esploratrice lungo le vie delle Ande o sui sentieri non tracciati della giungla amazzonica, e ciò che scopre potrebbe (o forse dovrebbe) illuminarla e chiarirle qualcosa di sé stessa che, in realtà, non arriva mai a comprendere fino in fondo. Camminare per la città (per quella parte della città che ha in sé qualcosa di post apocalittico, senza che un'apocalisse ci sia stata) per Elisa significa andarsene a spasso per il suo inconscio, guardinga, col fiato sospeso eppure affascinata dal pericolo sotteso al suo investigare. Susana, al contrario, scivola sulla città senza darsene cura e senza rendersi conto di quanto quella città (e forse tutte le città, e forse la folle intera realtà) le assomigli, il suo rapporto con la metropoli si manifesterà in maniera singolare, ricomponendosta su strane mappe di sua creazione che, però, rimangono soltanto una forma mediata ed astratta (e, si vedrà, anche artistica) di aereo contatto con la città. Il libro è strutturato in un prima e un dopo, coerentemente divisi in una prima parte e una seconda parte (c'è ovviamente anche una terza parte, secondo la classica tripartizione della narrazione filmica, ma il cuore del libro è diviso in due, non in tre). Nella prima parte del libro Elisa (lo capiamo dopo un po') ci narra il passato di Susana, fatto di inquietudini e incontri al buio con amanti occasionali raccattati negli annunci dei giornali, di perversioni più o meno sane e più o meno malate, e della relazione di Susana con Andrea un nano dal tocco delle mani miracoloso e dal temperamento malinconico e geloso. E' una vita di promiscuità (non mancano gli incontri di Susana con esponenti del suo stesso sesso) prima dell'avvento dei cellulari, dei social network e dei siti di appuntamenti, quando ancora bisognava mandare l'annuncio al giornale, pagare per vederlo stampato, e dotarsi di una segreteria telefonica per registrare le chiamate. E proprio le voci impresse sul nastro delle segreteria diverranno importanti per Susana, una sorta di ossessione che le inferirà dipendenza, trascinandola sempre più in quel gorgo equivoco ed eccitante, anaffettivo, degli appuntamenti al buio. La seconda parte è il presente, e la voce di Elisa è finalmente libera da orpelli e finzioni, è una voce schietta, pacata, eppure immersa in balbettio di fondo (non stilistico, ma esistenziale) che è il suo modo di avanzare nell'esistenza, a tentoni, priva della sicurezza che la vita adulta non le sa assicurare. E' durante il suo trasferirsi da una casa all'altra, cambiando quartiere, che conoscerà Susana, alla quale subaffitterà una stanza per potersi pagare l'affitto dell'intero alloggio. Il romanzo è privo di un centro gravitazionale vero e proprio, e questo lo rende affascinante: al principio sembra che parli di Susana, ma poi si incentra su Elisa, ma alla fine pare parlare di tutt'e due, ma in realtà parla di altro che non è così chiaro cosa sia. Alla fine quello che emerge è l'atmosfera, un paesaggio interiore che cerca disperatamente degli appigli per rendersi saldo, e invece muta. Certo, ad una prima lettura è un libro che parla di giovani donne e del loro rapporto col mondo precario del lavoro, ma in fondo non è questo il fuoco reale del romanzo, o comunque non è l'unico e forse è solo quello più superficiale. Susana ed Elisa, o Elisa e Susana, sono due atomi, i loro rapporti con le famiglie appaiono inesistenti, o talmente flebili da risultare impalpabili, è come se il loro passato non esistesse e fossero apparse a Madrid già adulte, già complessate (e complesse) senza essere state create da nessuno, aliene atterrate in periferia. Entrambe cercano nella cultura e nell'arte un chiodo a cui appendere il proprio cappello emozionale, ma entrambe si ritrovano ad aggrapparsi anche in questo caso alla periferia di quel mondo che agognano. Si annusano, non si capiscono, si avvicinano, mai troppo, e si respingono, non trovano modo di fidarsi fino in fondo l'una dell'altra: e in questo senso il libro ricorda una storia di fantascienza nella quale, in seguito a qualche calamità non meglio specificata, il genere umano è quasi scomparso, e chi rimane si aggira per le rovine cercando cibo e una logica nuova in una realtà disastrata che, però, ormai ha perso le stigmate grandiose del disastro, ormai vive nel grigiume di una normalità diaria che è impossibile evitare. E' quel mondo postqualcosa che pone le protagoniste di fronte ai dilemmi della vita quotidiana o è qualcosa di più profondo ancora? E' la vita moderna, atomizzata, che le rende monadi in perenne movimento privo di una meta o non è forse un'incapacità a trovare la chiave di lettura di sé stesse? E' il dentro o il fuori? Sono Elisa e Susana o è Madrid? E' il prima o è il dopo? E' il presente incerto e privo di punti di riferimento o è una ferita non rimarginata che si è appropriata del passato? Elisa, la voce narrante, è perfetta nel rimanere in bilico su quel baratro di cui sopra, è la voce chirurgica di una lama che tenta di tagliare la nebbia, una nebbia farmacologizzata che prende il sopravvento (o tenta di farlo) sulla razionalità, una nebbia che è esistenziale, ma densa, vischiosa, e che si posa sui rapporti interpersonali, sulle relazioni, sull'affettività, sulle ferite non rimarginate, sulle ferite vecchie e nuove, sulle famiglie assenti, sulle strade di una Madrid periferica e allucinata, vuota, sul presente che non si manifesta, si marginalizza. Eppure, in questo paesaggio interiore da "terra desolata", l'importante è muoversi, cambiare qualcosa, muovere il proprio pedone sulla scacchiera, anche di poco, anche se è inutile, bisogna interiorizzare le ferite, procurarsene di nuove, cercare di capire, uscire, la notte, ad esplorare la città e sé stesse. In un certo senso, essendo questo romanzo tante cose e nessuna in particolare, può essere letta come un'autopsia su un corpo vivo, infinito, informe.


Elvira Navarro tradotta in Italia per la prima volta da LiberAria, ha pubblicato i romanzi La ciudad en invierno, La ciudad feliz, La trabajadora, Los últimos días de Adelaida García Morales e la raccolta di racconti La isla de los conejos. Ha ricevuto il Premio Jaén de Novela e il Premio Tormenta come miglior nuovo autore, ed è stata finalista per il Premio Dulce Chacón per la narrativa spagnola.

domenica 10 marzo 2019

La gamba sinistra, di Theodore F. Powys, Adelphi editore, trad. di Adriana Motti

A Madder si pensava che se un giorno il signor Jar fosse tornato nel villaggio sarebbe successo qualcosa.

  L'autore fin dalle prime due righe (qui sopra l'incipit) colloca l'azione in un villaggio, Madder (sarà specificato più in là che viene chiamato Madder di Dio, per distinguerlo da altri omonimi centri abitati: questo per sottintendere che ogni consesso umano è uguale all'altro, finanche nel nome). Madder sarà l'orizzonte entro il quale si svolgerà ogni azione, il microcosmo scelto da Powys per raccontare la sua storia. Inoltre, sempre nell'incipit, troviamo un altro un accenno che ha in sè una forza evocativa molto forte: il signor Jar, di cui non sappiamo nulla (e del quale assai poco sapremo nel corso del racconto) che potrebbe, un giorno, tornare al villaggio. Dunque Jar era un abitante di Madder che però in un imprecisato momento del passato se n'è andato. Quando e, soprattutto, il perchè del suo allontamento sono due domande implicite che il lettore da subito è obbligato a porsi. Ma c'è di più: se e quando il signor Jar tornerà, succederà qualcosa, questo è quanto si pensa a Madder. ma, perchè mai dovrebbe accadere qualcosa nel caso tornasse, e in un'eventualità positiva, cosa accadrebbe? Non lo sappiamo, ma il quesito (anzi, i quesiti) rimane ad aleggiare come una sorta di minaccia non espressa. Certo è che, di solito, quando ci si aspetta che accada qualcosa, qualcosa di indefinito come in questo caso, il primo pensiero corre a qualcosa di negativo, a qualche stravolgimento epocale, o a qualche disgrazia. E' un inizio folgorante che ha in sè molta dell'oralità dei racconti scambiati attorno al fuoco: si cinge un territorio e si lascia che una minaccia priva di forma e di volto volteggi in agguata, pronta a verifcarsi al primo momento utile. I pericoli sconosciuti, come le paure, sono quelli più terribili, perchè permettono alla fantasia di lavorare a briglia sciolta. A questo punto, in appena due righe, l'attenzione del lettore è già catturata. Ma, ottenuto questo primo risultato, Powys sembra dimenticarsi del laccio che ha legato attorno al collo del suo lettore e apparentemente senza rendersene conto lo strattona di qua e di là per le strade e i campi di Madder. Entrano in scena una miriade di personaggi (tanti, difficile stargli dietro), che si muovono nel villaggio come su di un palcoscenico (la tecnica di Powys ha indubbiamente dei debiti con la sensibilità teatrale), e l'autore li segue quasi fosse un telecamera a spalla che ognuno dei personaggi, spostando il proprio obiettivo poco alla volta che questi si incontrano gli uni con gli altri. La storia praticamente è tutta qui (non lo è ma è come se lo fosse). Ci sono degli intrecci che si sussegguono e che portano avanti la narrazione ma sono un espediente per permettere all'autore di fotografare non tanto Madder e i suoi abitanti, quanto il mondo e gli esseri umani tutti. Intanto, seguiamo bambini ruzzolare (i bambini a Madder sono come cuccioli di animali selvatici, ruzzolano tutto il giorno, o corrono, o corrono e ruzzolano), e uomini sbavare dietro alla bella del paese che, da parte sua, non vede l'ora di far del bene agli uomini, donne perennemente avvinghiate ai fornelli o piegate nell'orto, pecore nei campi, tori irrequieti, sacerdoti intenti a vedere solo quanto di paradisiaco li circonda, lasciando da parte tutto il resto, il matto del paese, Tom, che attraverso le stelle parla col signor Jar, e che, come un topo, s'infila in tutti gli intrerstizi della vita pubblica e privata del villaggio. E' Tom che vede tutto e anche se non è lui il narratore della storia nella realtà fittizia del libro, in assenza di un narratore onniscente, sarebbe l'unico a poter narrare la cronaca dei fatti dato che, nel suo perenne vagabondare, viene a sapere tutto ciò che accade in paese e nelle case dei suoi concittadini. E' lui che conosce tutti i segreti di Madder. E poi ci sono i due maggiori fattori di Madder, James Gillet, che perderà tutto a causa della sua infatuazione per Dio, e soprattutto Mew il fattore, l'incarnazione della cupidigia, colui che arriverà a possedere tutto il paese, abitanti compresi (Mew è un personaggio disgraziatamente shakespeariano), costretto a inseguire la sua brama di possesso fino all'autodistruzione. Ma cosa accade a Madder, sotto il velo del villaggio idilliaco e bucolico? Più o meno tutto o, quantomeno, tutto ciò che ha a che vedere con il sesso, il cibo e il possesso. I veri motori di ogni azione degli abitanti (e quindi, ci dice Powys, dell'umanità) sono questi tre elementi, le rare volte in cui i personaggi si ritrovano a parlare di altro (tempo, raccolto, pettegolezzi) lo fanno chiaramente in maniera svogliata, come riempitivo o per mascherare i loro reali pensieri (che appunto vertono sempre attorno a sesso, cibo e possesso). Le donne, e soprattutto le giovani donne, le ragazzine, apparentemente poco più che bambine, sono delle prede che girano per le strade e i campi di Madder con un bersaglio cucito addosso, consapevoli dei rischi che corrono. Tom il matto le rincorre e, a volte, le acchiappa, ma non è il solo. Chi non è impegnato in fantasie sessuali (che di tanto in tanto si realizzano in veri e propri stupri, anche se di stupri non si parla mai perchè la donna è una preda, consapevole di esserlo e, dunque, non c'è male alcuno a cacciarla; l'unico eventuale problema può derivare da una gravidanza susseguente alla violenza) è perso nei propri deliri, o religiosi o di onnipotenza; le donne, che sono più pratiche, sono dedite alla casa, al lavoro, all'orto, alle galline, alla cucina. Il ritmo del racconto ricalca lo scandire dei giorni, nei quali bene o male i rituali si ripetono, le persone si ritrovano a compiere gli stessi gesti, a sfuggire le stesse paure, a evitare (o a cercare, come nel caso dell'avvenente Minnie Caddy) gli stessi incontri, fino a che, non succede qualcosa, come ad esempio venir uccisi da un toro infuriato (la povera signora Patch, odiatrice seriale e grande schiacciatrice di scarafaggi), ma, nel ritmo perenne e monotono di Madder anche la morte, pur se violenta (così come d'altronde pure la sopraffazione, o la pazzia) viene accettata come qualcosa di naturale, incolore, da dimenticare per poterla far rinascere nel grande chiacchiericcio di paese. il narratore, terzo e onnisciente, è una sorta di catalizzatore di tutte le voci di Madder, è come se attraverso la sua voce fosse la cittadina stessa a raccontare le gesta epiche e banali al medesimo tempo, dei suoi disgraziati abitanti. L'intento (riuscitissimo peraltro) di Powys è chiaramente quello di mettere in scena l'umanità così come lui la vede. E in effetti il libro che ne scaturisce è un miracolo sospeso tra l'essere una parabola (ma la religione non è soluzione, è parte del problema, in quanto non permette all'uomo di vedere la propria condizione, come nel caso di James Gillet), un racconto noir, una novella realistica, una feroce piece teatrale, un racconto di zombie, un'epica comica, ed è infine un po' di tutto ciò, e quindi è qualcos'altro. Il quadro complessivo ne fa un trattato nichilista di sociologia, ma l'andamento lento della narrazione ha i ritmi dell'oralità di quei luoghi, e il tipico understatement inglese nelle mani di Powys diviene una sordina che smorza ogni afflato cerebrale o sentimentale: dietro la struttura villaggio, gli esseri umani che la abitano sono ancora in gran parte esseri neanderthaliani, semideficenti mossii da esigenze primarie, da visioni allucinatorie (come nel caso di Tom il matto e del signor Summerbee) o da ossessioni compulsive, solo le regole sociali contengono in un'apparenza accettabile il sostrato primitivo. Lo stesso Tom il matto, è tale perchè ci viene da subito indicato come tale, ma, a ben vedere, non è così diverso dai suoi concittadini cosidetti normali: anch'egli si muove spinto dai tre elementi vitali già indicati, e non in maniera più inconsapevole degli altri. Vale a dire: non è che Tom non sia matto, piuttosto se lo è (e lo è) allora anche gli altri abitanti non sono così diversi da lui.

Tom rispettava la madre e rispettava il signor Jar; era persuaso che fossero tutt'e due molto saggi. Ma ora che la madre si era messa a parlargli di lavoro, lui cominciò a dubitare della sua saggezza. 

  E su ogni aspetto della vita di Madder, si muove come un presagio o una minaccia, la figura assente di Jar (il vecchio Jar, Padre Jar, zio Jar), colui sul quale sono fiorite molte voci in paese, forse anche leggende: uomo capace di prendere in mano le stelle, caldarrostaio violento in fuga per il mondo, uomo buono e saggio e spirito vendicativo (quasi incarnazione di quella natura che assurge a coprotagonista del romanzo). Ne La gamba sinistra, il confine preciso tra esseri umani, animali e paesaggio inanimato, spesso vacilla, e sono per primi gli abitanti ad apparire confusi su queste divisioni: le donne sono cosiderate alla stregua di animali da preda, così le ragazzine, i bambini si comportano come cuccioli selvatici, e la natura viene spesso antropormofizzata e resa capace di sentimenti, antipatie e simpatie.

 Tutte le volte che Anne Patch andava in chiesa o nella bottega del signor Billy, si girava a guardare con diffidenza la montagnola, come se la sospettasse d'essere troppo amica dei bambini.

  In certi casi, come nel passaggio esemplare qui sotto, sembra che gli abitanti di Madder siano preda di fenomeni allucinatori che sfumano le differenze tra animato e inanimato fino a rendere i due mondi perfettamente sovrapponibili.

(Il signor Billy)... ebbe una visione. Alzò gli occhi a guardare: Minnie Cuddy era diventata una delle collinette di Madder, verde e cosparsa di timo. Stava lì distesa morbida e gentile, con le ampie membra coperte d'erba e i seni fioriti di boccioli gialli. Era così vasta che un gregge di pecore poteva starle in grembo. Il suo corpo disseminato di margherite era là per essere abbracciato da tutti gli uomini.

 Il perchè del titolo, La gamba sinistra, lo si scoprirà soltanto nelle ultime pagine di questo romanzo breve (85  pagine) che è una gemma, e un meccanismo perfetto.
  Un autore eccellente, capace di houmor nero sottilissimo, e dotato di una capacità di analisi sociologica come pochi, Powys entra nel novero dei grandi scrittori inglesi che hanno saputo fare della vita di un microcosmo (in questo caso Madder) lo specchio universale ed impietoso della condizione umana, uno specchio che ci restituisce l'immagine di un essere umano imbarazzante nelle sue (poche) capacità razionali e quasi incapace di alcun sentimento che non sconfini negli istinti primordiali: sesso, sopraffazione e sopravvivenza.
Il tutto, c'è da aggiungere, e non è un particolare di secondo piano, Powys lo condisce con uno houmor che rende questo quadro così cupo e sconcertante anche assai divertente (e, a tratti, lirico) 
  Un plauso alla Adelphi che ha scovato questo geniale cantore della pochezza umana.

Mary gettò un grido soffocato quando Padre Jar la tirò fuori dall'acqua. Era riuscita soltanto ad agitare le erbe sotto le quali dormiva un rospo.
  Il rospo sognò i seprenti. 

 
  Scrittore inglese (Shirley, Derbyshire, 1875-Sturminster Newton, Dorset, 1953). Fratello di Llewelyn e John Cowper, è considerato il più dotato dei fratelli Powys per la singolare qualità della sua opera, ispirata a una forma di panteismo cristiano, dove strettissimi sono i rapporti tra la vita e la morte, tra il concreto e l'invisibile. I suoi romanzi e racconti sono ambientati nel Dorset, dove aveva una fattoria, e sono calati in una circoscritta realtà contadina, nonostante l'uso continuo dell'allegorico e del grottesco che giustifica il paragone con Bunyan. Tra i più noti si ricordano: Mr. Tasker's Gods (1924; Gli dei del signor Tasker); Mr. Weston's Good Wine (1928; Il buon vino del signor Weston), considerato il suo capolavoro; Unclay (1931; trad. it. Il mietitore di Dodder).

Dal risvolto de La gamba sinistra:
  Fra i cantori del Male, di ogni epoca e lingua, un posto spetterebbe di diritto a T.F. Powys. Nessuno scrittore del Novecento è infatti riuscito a mostrare con la stessa infernale precisione dove il Male si annidi, per quali vie insospettabili agisca e quale effetto possa avere sugli uomini, così spesso ignari di porlo in atto. Come sempre Powys non ha bisogno di nominare il diavolo per farci avvertire la sua presenza: gli basta un dialogo smozzicato, un boccale di birra, l'odore del fieno. Ma forse mai come in questo breve romanzo la sua arte di narratore ha sfiorato la perfezione – con le sue accelerazioni improvvise, con i suoi giganteschi understatement e il suo humour di pece; con la sua capacità di muovere implacabilmente, e senza mai cedere al pathos, una ragnatela di personaggi nello spazio chiuso di un piccolo villaggio fuori dal tempo. E ancora oggi nella terribile concretezza di queste storie riconosciamo uno dei rari scrittori metafisici del Novecento.