"E di colpo percepisce in quella dichiarazione una minaccia. Qualcosa che si avvicina dalla parte del mare. Qualcosa che avanza trascinato dalle nubi scure che attraversano invisibili la baia di Acapulco."
Roberto Bolano, (da Ultimi crepuscoli sulla terra; Puttane assassine)

domenica 10 marzo 2019

La gamba sinistra, di Theodore F. Powys, Adelphi editore, trad. di Adriana Motti

A Madder si pensava che se un giorno il signor Jar fosse tornato nel villaggio sarebbe successo qualcosa.

  L'autore fin dalle prime due righe (qui sopra l'incipit) colloca l'azione in un villaggio, Madder (sarà specificato più in là che viene chiamato Madder di Dio, per distinguerlo da altri omonimi centri abitati: questo per sottintendere che ogni consesso umano è uguale all'altro, finanche nel nome). Madder sarà l'orizzonte entro il quale si svolgerà ogni azione, il microcosmo scelto da Powys per raccontare la sua storia. Inoltre, sempre nell'incipit, troviamo un altro un accenno che ha in sè una forza evocativa molto forte: il signor Jar, di cui non sappiamo nulla (e del quale assai poco sapremo nel corso del racconto) che potrebbe, un giorno, tornare al villaggio. Dunque Jar era un abitante di Madder che però in un imprecisato momento del passato se n'è andato. Quando e, soprattutto, il perchè del suo allontamento sono due domande implicite che il lettore da subito è obbligato a porsi. Ma c'è di più: se e quando il signor Jar tornerà, succederà qualcosa, questo è quanto si pensa a Madder. ma, perchè mai dovrebbe accadere qualcosa nel caso tornasse, e in un'eventualità positiva, cosa accadrebbe? Non lo sappiamo, ma il quesito (anzi, i quesiti) rimane ad aleggiare come una sorta di minaccia non espressa. Certo è che, di solito, quando ci si aspetta che accada qualcosa, qualcosa di indefinito come in questo caso, il primo pensiero corre a qualcosa di negativo, a qualche stravolgimento epocale, o a qualche disgrazia. E' un inizio folgorante che ha in sè molta dell'oralità dei racconti scambiati attorno al fuoco: si cinge un territorio e si lascia che una minaccia priva di forma e di volto volteggi in agguata, pronta a verifcarsi al primo momento utile. I pericoli sconosciuti, come le paure, sono quelli più terribili, perchè permettono alla fantasia di lavorare a briglia sciolta. A questo punto, in appena due righe, l'attenzione del lettore è già catturata. Ma, ottenuto questo primo risultato, Powys sembra dimenticarsi del laccio che ha legato attorno al collo del suo lettore e apparentemente senza rendersene conto lo strattona di qua e di là per le strade e i campi di Madder. Entrano in scena una miriade di personaggi (tanti, difficile stargli dietro), che si muovono nel villaggio come su di un palcoscenico (la tecnica di Powys ha indubbiamente dei debiti con la sensibilità teatrale), e l'autore li segue quasi fosse un telecamera a spalla che ognuno dei personaggi, spostando il proprio obiettivo poco alla volta che questi si incontrano gli uni con gli altri. La storia praticamente è tutta qui (non lo è ma è come se lo fosse). Ci sono degli intrecci che si sussegguono e che portano avanti la narrazione ma sono un espediente per permettere all'autore di fotografare non tanto Madder e i suoi abitanti, quanto il mondo e gli esseri umani tutti. Intanto, seguiamo bambini ruzzolare (i bambini a Madder sono come cuccioli di animali selvatici, ruzzolano tutto il giorno, o corrono, o corrono e ruzzolano), e uomini sbavare dietro alla bella del paese che, da parte sua, non vede l'ora di far del bene agli uomini, donne perennemente avvinghiate ai fornelli o piegate nell'orto, pecore nei campi, tori irrequieti, sacerdoti intenti a vedere solo quanto di paradisiaco li circonda, lasciando da parte tutto il resto, il matto del paese, Tom, che attraverso le stelle parla col signor Jar, e che, come un topo, s'infila in tutti gli intrerstizi della vita pubblica e privata del villaggio. E' Tom che vede tutto e anche se non è lui il narratore della storia nella realtà fittizia del libro, in assenza di un narratore onniscente, sarebbe l'unico a poter narrare la cronaca dei fatti dato che, nel suo perenne vagabondare, viene a sapere tutto ciò che accade in paese e nelle case dei suoi concittadini. E' lui che conosce tutti i segreti di Madder. E poi ci sono i due maggiori fattori di Madder, James Gillet, che perderà tutto a causa della sua infatuazione per Dio, e soprattutto Mew il fattore, l'incarnazione della cupidigia, colui che arriverà a possedere tutto il paese, abitanti compresi (Mew è un personaggio disgraziatamente shakespeariano), costretto a inseguire la sua brama di possesso fino all'autodistruzione. Ma cosa accade a Madder, sotto il velo del villaggio idilliaco e bucolico? Più o meno tutto o, quantomeno, tutto ciò che ha a che vedere con il sesso, il cibo e il possesso. I veri motori di ogni azione degli abitanti (e quindi, ci dice Powys, dell'umanità) sono questi tre elementi, le rare volte in cui i personaggi si ritrovano a parlare di altro (tempo, raccolto, pettegolezzi) lo fanno chiaramente in maniera svogliata, come riempitivo o per mascherare i loro reali pensieri (che appunto vertono sempre attorno a sesso, cibo e possesso). Le donne, e soprattutto le giovani donne, le ragazzine, apparentemente poco più che bambine, sono delle prede che girano per le strade e i campi di Madder con un bersaglio cucito addosso, consapevoli dei rischi che corrono. Tom il matto le rincorre e, a volte, le acchiappa, ma non è il solo. Chi non è impegnato in fantasie sessuali (che di tanto in tanto si realizzano in veri e propri stupri, anche se di stupri non si parla mai perchè la donna è una preda, consapevole di esserlo e, dunque, non c'è male alcuno a cacciarla; l'unico eventuale problema può derivare da una gravidanza susseguente alla violenza) è perso nei propri deliri, o religiosi o di onnipotenza; le donne, che sono più pratiche, sono dedite alla casa, al lavoro, all'orto, alle galline, alla cucina. Il ritmo del racconto ricalca lo scandire dei giorni, nei quali bene o male i rituali si ripetono, le persone si ritrovano a compiere gli stessi gesti, a sfuggire le stesse paure, a evitare (o a cercare, come nel caso dell'avvenente Minnie Caddy) gli stessi incontri, fino a che, non succede qualcosa, come ad esempio venir uccisi da un toro infuriato (la povera signora Patch, odiatrice seriale e grande schiacciatrice di scarafaggi), ma, nel ritmo perenne e monotono di Madder anche la morte, pur se violenta (così come d'altronde pure la sopraffazione, o la pazzia) viene accettata come qualcosa di naturale, incolore, da dimenticare per poterla far rinascere nel grande chiacchiericcio di paese. il narratore, terzo e onnisciente, è una sorta di catalizzatore di tutte le voci di Madder, è come se attraverso la sua voce fosse la cittadina stessa a raccontare le gesta epiche e banali al medesimo tempo, dei suoi disgraziati abitanti. L'intento (riuscitissimo peraltro) di Powys è chiaramente quello di mettere in scena l'umanità così come lui la vede. E in effetti il libro che ne scaturisce è un miracolo sospeso tra l'essere una parabola (ma la religione non è soluzione, è parte del problema, in quanto non permette all'uomo di vedere la propria condizione, come nel caso di James Gillet), un racconto noir, una novella realistica, una feroce piece teatrale, un racconto di zombie, un'epica comica, ed è infine un po' di tutto ciò, e quindi è qualcos'altro. Il quadro complessivo ne fa un trattato nichilista di sociologia, ma l'andamento lento della narrazione ha i ritmi dell'oralità di quei luoghi, e il tipico understatement inglese nelle mani di Powys diviene una sordina che smorza ogni afflato cerebrale o sentimentale: dietro la struttura villaggio, gli esseri umani che la abitano sono ancora in gran parte esseri neanderthaliani, semideficenti mossii da esigenze primarie, da visioni allucinatorie (come nel caso di Tom il matto e del signor Summerbee) o da ossessioni compulsive, solo le regole sociali contengono in un'apparenza accettabile il sostrato primitivo. Lo stesso Tom il matto, è tale perchè ci viene da subito indicato come tale, ma, a ben vedere, non è così diverso dai suoi concittadini cosidetti normali: anch'egli si muove spinto dai tre elementi vitali già indicati, e non in maniera più inconsapevole degli altri. Vale a dire: non è che Tom non sia matto, piuttosto se lo è (e lo è) allora anche gli altri abitanti non sono così diversi da lui.

Tom rispettava la madre e rispettava il signor Jar; era persuaso che fossero tutt'e due molto saggi. Ma ora che la madre si era messa a parlargli di lavoro, lui cominciò a dubitare della sua saggezza. 

  E su ogni aspetto della vita di Madder, si muove come un presagio o una minaccia, la figura assente di Jar (il vecchio Jar, Padre Jar, zio Jar), colui sul quale sono fiorite molte voci in paese, forse anche leggende: uomo capace di prendere in mano le stelle, caldarrostaio violento in fuga per il mondo, uomo buono e saggio e spirito vendicativo (quasi incarnazione di quella natura che assurge a coprotagonista del romanzo). Ne La gamba sinistra, il confine preciso tra esseri umani, animali e paesaggio inanimato, spesso vacilla, e sono per primi gli abitanti ad apparire confusi su queste divisioni: le donne sono cosiderate alla stregua di animali da preda, così le ragazzine, i bambini si comportano come cuccioli selvatici, e la natura viene spesso antropormofizzata e resa capace di sentimenti, antipatie e simpatie.

 Tutte le volte che Anne Patch andava in chiesa o nella bottega del signor Billy, si girava a guardare con diffidenza la montagnola, come se la sospettasse d'essere troppo amica dei bambini.

  In certi casi, come nel passaggio esemplare qui sotto, sembra che gli abitanti di Madder siano preda di fenomeni allucinatori che sfumano le differenze tra animato e inanimato fino a rendere i due mondi perfettamente sovrapponibili.

(Il signor Billy)... ebbe una visione. Alzò gli occhi a guardare: Minnie Cuddy era diventata una delle collinette di Madder, verde e cosparsa di timo. Stava lì distesa morbida e gentile, con le ampie membra coperte d'erba e i seni fioriti di boccioli gialli. Era così vasta che un gregge di pecore poteva starle in grembo. Il suo corpo disseminato di margherite era là per essere abbracciato da tutti gli uomini.

 Il perchè del titolo, La gamba sinistra, lo si scoprirà soltanto nelle ultime pagine di questo romanzo breve (85  pagine) che è una gemma, e un meccanismo perfetto.
  Un autore eccellente, capace di houmor nero sottilissimo, e dotato di una capacità di analisi sociologica come pochi, Powys entra nel novero dei grandi scrittori inglesi che hanno saputo fare della vita di un microcosmo (in questo caso Madder) lo specchio universale ed impietoso della condizione umana, uno specchio che ci restituisce l'immagine di un essere umano imbarazzante nelle sue (poche) capacità razionali e quasi incapace di alcun sentimento che non sconfini negli istinti primordiali: sesso, sopraffazione e sopravvivenza.
Il tutto, c'è da aggiungere, e non è un particolare di secondo piano, Powys lo condisce con uno houmor che rende questo quadro così cupo e sconcertante anche assai divertente (e, a tratti, lirico) 
  Un plauso alla Adelphi che ha scovato questo geniale cantore della pochezza umana.

Mary gettò un grido soffocato quando Padre Jar la tirò fuori dall'acqua. Era riuscita soltanto ad agitare le erbe sotto le quali dormiva un rospo.
  Il rospo sognò i seprenti. 

 
  Scrittore inglese (Shirley, Derbyshire, 1875-Sturminster Newton, Dorset, 1953). Fratello di Llewelyn e John Cowper, è considerato il più dotato dei fratelli Powys per la singolare qualità della sua opera, ispirata a una forma di panteismo cristiano, dove strettissimi sono i rapporti tra la vita e la morte, tra il concreto e l'invisibile. I suoi romanzi e racconti sono ambientati nel Dorset, dove aveva una fattoria, e sono calati in una circoscritta realtà contadina, nonostante l'uso continuo dell'allegorico e del grottesco che giustifica il paragone con Bunyan. Tra i più noti si ricordano: Mr. Tasker's Gods (1924; Gli dei del signor Tasker); Mr. Weston's Good Wine (1928; Il buon vino del signor Weston), considerato il suo capolavoro; Unclay (1931; trad. it. Il mietitore di Dodder).

Dal risvolto de La gamba sinistra:
  Fra i cantori del Male, di ogni epoca e lingua, un posto spetterebbe di diritto a T.F. Powys. Nessuno scrittore del Novecento è infatti riuscito a mostrare con la stessa infernale precisione dove il Male si annidi, per quali vie insospettabili agisca e quale effetto possa avere sugli uomini, così spesso ignari di porlo in atto. Come sempre Powys non ha bisogno di nominare il diavolo per farci avvertire la sua presenza: gli basta un dialogo smozzicato, un boccale di birra, l'odore del fieno. Ma forse mai come in questo breve romanzo la sua arte di narratore ha sfiorato la perfezione – con le sue accelerazioni improvvise, con i suoi giganteschi understatement e il suo humour di pece; con la sua capacità di muovere implacabilmente, e senza mai cedere al pathos, una ragnatela di personaggi nello spazio chiuso di un piccolo villaggio fuori dal tempo. E ancora oggi nella terribile concretezza di queste storie riconosciamo uno dei rari scrittori metafisici del Novecento.

domenica 3 febbraio 2019

Il silenzio della collina, di Alessandro Perissinotto, Mondadori editore


  Domenico Boschis, attore televisivo di (una certa fama) nazional popolare quale interprete di un medico in una soap opera (o qualche cosa del genere), torna nelle Langhe, sua terra natale, per assistere il padre morente.
  Il padre, allettato, ha un tumore che gli corrode il cervello e che non gli permette di parlare chiaramente, se non a sprazzi e a costo di una fatica per lui quasi proibitiva. Il ritorno al paese d'origine, oltre che ad accompagnarlo nel suo ultimo viaggio, è innanzitutto l'occasione di seppellire le proverbiali asce di guerra e fare pace col proprio padre e, così facendo, col proprio passato e, non ultimo, con sé stesso. Il rapporto di Domenico col genitore, ci rendiamo conto da subito, non è mai stato buono e, anzi, non è mai stato nemmeno un rapporto. Non un rapporto padre e figlio. Deciso a stare lontano dal lavoro fino a quando suo padre sarà vivo, si trasferisce nell'unico posto nel quale era deciso a non entrare, la casa paterna, la casa della sua infanzia. E sarà proprio la casa che lo aiuterà a trovare la soluzione, o almeno una possibile risposta, ai misteri dai quali si troverà presto invischiato. Incontrerà quelli che erano stati i suoi amici fraterni quando erano bambini (quei due bambini che suo padre non voleva assolutamente che lui frequentasse), misurerà lo spazio che il tempo ha interposto tra loro per separarli e troverà il modo per annullarlo, e scoprirà Fenoglio, lo scrittore che come nessuno aveva saputo descrivere quella terra così aspra e dal quale si era sempre tenuto sdegonasamente (prudenzialmente) lontano.
Ma capita qualcosa, apparentemente di poco conto, qualcosa che è la crepa invisibile che sarà destinata a far crollare la diga: il padre, smozzicando parole come può, comincia a far riferimento a una ragazza. Ma di che ragazza parla? Chi è questa ragazza? Domenico stuzzica la crepa e, ovviamente, sarà lui a causare il crollo della diga, e sarà così che alla fine salverà sé stesso e, forse, anche il padre, o quantomeno la sua anima immortale, o qualcosa del genere. Questa, a grandi linee, la trama: un classico intreccio che il lettore ben riconosce e immediatamente sa incasellare in una grata interpretativa neppure troppo audace: il ritorno alla terra d'origine del protagonista che, così facendo si troverà di fronte il proprio passato e non potrà suggire all'esigenza, finalmente, di farvi i conti. Un particolare (di gusto postmoderno), pur non essendo una novità assoluta, permette a Perissinotto di alzare il tiro ed elevare la posta in gioco: Domenico è un personaggio di fantasia, non esiste (anche se potrebbe), né i suoi amici  e nemmeno suo padre, e via discorrendo, ma la ragazza sì. O, per meglio dire, è esistita. Ad un certo punto vengono fatti il suo nome e cognome, e basta una veloce ricerca su google per verificare che la ragazza, un tempo, è esistita, è nata, ha vissuto, ed è morta. Il centro del maelstrom sta proprio nel modo in cui è morta, e per mano di chi. Domenico, attraverso suo padre, è il bisturi che và ad incidere il tessuto di cronaca della vicenda e v'incista la trama di fantasia. Ma, a ben vedere, l'innesto della fiction su un fatto reale di cronaca nera (che primeggia con l'affaire Dutroux) è a sua volta la chiave di lettura che porta ad un messaggio. Perissonotto in questo è  molto esplicito, vuole che il messaggio arrivi forte e chiaro: la violenza sulle donne, i femminicidi, il senso del possesso dell'uomo nei confronti del sesso femminile, possesso e disprezzo. In un certo senso, è così che Domenico è venuto al mondo, attraverso un atto di prepotenza, l'arrogarsi il diritto al possesso di un uomo (che sarebbe diventato suo padre) incapace di elevarsi di un solo dito rispetto al rango animale. E questo messaggio, encomiabile e più che condivisibile, anzi, importante, a ben vedere, è solo una delle anime del libro, quella appunto più evidente. Ma l'anima più profonda del racconto viene condivisa con lo scrittore per tanto tempo tenuto lontano da Domenico, Fenoglio, l'uomo delle Langhe, colui che ci ha raccontato il partigiano Johnny, lo scrittore della Malora. E buona parte del centro gravitazionale del libro ruota attorno alla Malora, ed è un continuo rimbalzo tra il mondo del libro di Fenoglio e quello attuale. L'anima nera della Langa e quella turistica odierna. Ed è il presente che, fatto sconvolgente per Domenico, ha relegato il fatto di cronaca che vede protagonista "la ragazza" in quel territorio nebbioso nel quale la memoria comune sfuma nell'oblio. Nessuno in paese vuole ricordare quei fatti e, quindi, semplicemente, non li ricorda. E' la nuova Langa che non fa i conti col proprio passato, che si pasce in un presente cool, ricco, inserito nella rete infinita del mondo. E' la Langa che ha imposto i propri ritmi e i propri valori al mondo che abita (o quantomeno si illude di averlo fatto, e finge di crederci). Ma non c'è, nel libro, un presente vergognoso nascosto sotto la patina di perbenismo, non è lo scavo impietoso dietro la maschera della provincia ricca (o povera, fa lo stesso) e perbenista. O, per meglio dire, ci sarà pure, in fondo Perissinotto alla fine lo lascia intendere, ma non è quello che interessa. Lo scontro è tra passato e presente e, se il presente è affrescato con tratti lievi, accennati, dati dall'agire di Domenico nella terra della sua infanzia, e dai racconti e spiegazioni di chi quella terra ancora (e da sempre) la vive e da essa non si è mai allontanato, il passato è il vero centro del quadro. Pur non essendoci (è passato, non può ovviamente essere presente, scusate il gioco di parole) è il passato che cattura l'interesse e l'immaginazione del lettore, ed è su quell'obiettivo che Perissinotto si pone a duellare con Fenoglio. E' l'anima nera delle Langhe l'oggetto che viene sezionato, quella vita contadina che, lontana da ogni mitizzazione contemporanea, era fatica inumana, e brutalità animale, era senso del possesso estremo al punto da portare a reificare il proprio prossimo. E' tutto uno spaccarsi la schiena per possedere qualcosa, di solito un pezzo di terra, una casa, un campo, degli alberi. Ed è il possesso la parola chiave di tutto il romanzo. Ammazzarsi di fatica per possedere qualcosa di giorno e poi giocarsi tutto alle carte la sera. I campi, il gioco, il vino, le botte, non c'è altro, nessuna pietà, questo era il mondo dei vecchi. E nel confronto il presente non ne esce poi neppure tanto male. I personaggi sembrano essere perennemente posseduti da qualcosa che incombe su di loro e al contempo li abita, lo spirito del luogo, la cultura contadina, un moto di sopraffazione, quasi una necessità di brutalità e, al contempo, di fatalità, si è vivi o morti per un caso, è la terra che lo decide, sono i campi che ti permettono di mangiare o, se sono capricciosi, ti condannano alla fame, l'uomo è una comparsa in quel mondo, un attore passivo che ha continuamente presente la propria infinitesimale irrilevanza nei confronti del paesaggio. Fatalità e possesso, brutalità subita (dalla natura, dai campi, dall'esistenza) e restituita (sugli esseri più deboli), e il gioco a ricordare che tutta quella commedia volgare e violenta è, in fondo, appunto, un gioco: o comunque è retta dalle regole dell'azzardo. E da qui, il bisogno di rischiare tutto a carte. Più desidero qualcosa, più cerco di perderlo. Se la possibilità di possedere qualcosa è remota e la si paga con enormi fatiche, quella di perdere tutto è altissima, ed è stretta in un mazzo di carte, in una mano al tavolo da gioco (ma non immaginatevi casinò e croupier, bastano le cucine fumose delle cascine o le "crote" del paese).  Rendere oggetto ogni aspetto della realtà, ogni essere vivente, che sia un pollo, il cane, o la propria moglie, questa pare essere l'unica ossessione che ha abitato Le Langhe da tempi immenori. Ed è da quella cultura che nasce la tragedia che è lo sfondo (e al contempo il protagonista silenzioso) del racconto dell'autore piemontese. Fenoglio dunque, e Perissinotto, che si scrutano, si annusano, e entrambi compongono un ritratto verista (quasi "nudista) di quel mondo che pare essersi dissolto all'orizzonte, quel mondo che è importante ricordare proprio perchè tutti lo vogliono dimenticare. In fondo, non siamo mai stati innocenti.

Alessandro Perissinotto (Torino, 1964) è uno scrittore, un traduttore e un insegnante. Laureatosi in Lettere, nel 1997 esordisce con il suo primo poliziesco "L’anno che uccisero Rosetta" (Sellerio) ambientato in uno sperduto paese piemontese negli anni ’60. Seguono "La canzone di Colombano" e "Treno 801" sempre editi da Sellerio. Nel 2004 pubblica con Rizzoli "Al mio giudice" con cui vince il Premio Grinzane Cavour 2005 per la Narrativa Italiana, il Premio via Po 2005 e il Premio Chianti 2005-2006. Tra le sue opere successive ricordiamo " Una piccola storia ignobile" (Rizzoli), "La società dell’indagine" (Bompiani) e " Semina il vento" (Piemme).

lunedì 21 gennaio 2019

Mondo noir, di Wilmer Urrelo Zàrate, Edizioni Estemporanee, trad. di Grazia Testa

    Il noir è di questo mondo, un mondo globalizzato dove la caratterizzazione locale sfuma in un universo narrativo che è assolutamente neutro e dove le uniche indicazioni alle quali ci si può aggrappare per individuare una localizzazione sono i nomi dei protagonisti, nomi equamente divisi tra lo spagnoleggiante, il britannico/americano e l'asiatico. Dove si svolgano i fatti, dunque, non si sa. E' il nuovo romanzo latinoamericano che si allontana non solo dai propri stereotipi ma anche dalle proprie radici etniche. Il paesaggio, il linguaggio, la società non sono più utilizzati come espediente narrativo caratterizzante. E' pura e semplice narrazione. I fatti, immaginateli ambientati dove più vi aggrada. Ma c'è di più, la trama, dunque i fatti di cui sopra, non è poi così importante: è un tipico plot noir, tanto basta. Non serve altro. Neppure le atmosfere, al contrario che nei film di David Lynch, sono davvero essenziali (cito Lynch perché i richiami filmici in questo libro sono importanti, ed evidenti). Quello che davvero è il nucleo di questo libro è la struttura, e il pastiche che da essa ne deriva. La struttura é il pastiche, e viceversa. La narrazione si sviluppa su due piani differenti, apparentemente intangibili tra di loro, in un montaggio alternato anche questo molto cinematografico. Da un lato, la detection con l'ispettore Hermogenes Santos che, accompagnato dal suo improvvisato braccio destro Jim, indaga su una morte misteriosa, la morte di un bambino avvenuta nella sua stessa casa; dall'altro la storia di Max, scrittore maturo e non certo di successo, che si vede derubato di un suo romanzo portato poi al successo da un giovane scrittore privo di scrupoli, tale Wilmer (proprio come l'autore di questo Mondo noir). Alla morte del bambino si aggiunge quella del padre, e su questa linea narrativa è la violenza che diventa il vero marchio dell'indagine, la violenza che più che altro si manifesta tra i due investigatori e Chico, il mastodontico guardaspalle della famiglia del bambino morto. Di indagine vera e propria c'è poco, pochi snodi, pochi personaggi che entrano ed escono dalla scena (più che altro, chi ci entra, pochi, poi tendono a rimanerci, in scena). Scazzottate, sparatorie, botte, tutte narrate senza uno slancio particolare: è la piatta brutalità che vige in un mondo noir, nessuno se ne lamenta, perché è la regola. Non c'è nulla di strano in questo. E l'acume investigativo non sonda nessun mondo (città, provincia, famiglia) fino a svelarne i più torbidi segreti, non c'è accenno di critica sociale nel testo. Qualcuno ha ucciso il bambino, poi il padre, bisogna capire chi è stato e poi sbatterlo in prigione, e per capire chi è stato, vanno presi i personaggi che in qualche modo aleggiano attorno ai fatti e torchiati a suon di botte, fino a farsi dire la verità, o una verità, o almeno un pezzo di essa: qualcosa che possa portare i due poliziotti alla pagina successiva. Per quanto riguarda Max, è lo sconcerto a stravolgergli il grigiore dell'esistenza. Non riesce a credere che Wilmer, quel giovane scrittore che si era affidato a lui per avere un giudizio sui suoi scritti, lo abbia truffato in quella maniera. Senza pudore. Ed effettivamente è la mancanza di remora alcuna e di qualsiasi pudore che caratterizza Wilmer; il suo ruolo narrativo è quello di essere un figlio di puttana senza scrupoli, e questo - narrativamente -fa. A questo punto, preso atto della freddezza del giovane scrittore, Max si rivolge al suo editore, lo stesso che ha pubblicato il libro a lui rubato, e gli denuncia il furto, gli chiede di fare qualcosa, di restituirgli il suo romanzo. Ed è qui che compare un altro personaggio classico del noir (del mondo del noir), Linda, la cosa più simile ad una dark lady che si possa trovare nel libro. Ma è una dark lady molto sui generis: è la moglie dell'editore (ma era stata la fiamma di Max, e questo è uno dei pochissimi, veloci, accenni alla biografia di qualcuno dei personaggi, assieme all'episodio del passato di Hermogenes Santos in apertura del libro e a qualche vago ricordo di Jim), ma non è una bellona da film, la sua connotazione sessuale è abbastanza spenta. E' femmina, lo sa, ne approfitta quel poco che la scarsa sete sessuale dei maschi che la circondano glielo permette, stop. Non è indimenticabile, e la dimenticherete presto. E' messa lì per ingannare, e Linda inganna, in maniera piuttosto anonima, senza sforzarsi più di tanto e apparentemente senza trarre un particolare piacere dalla sua capacità di ingannare. Come dicevamo, non c'è nulla che caratterizzi questo noir quanto avere in sé il minimo comun denominatore dell'essere noir, e null'altro. E' la struttura - lo scheletro di una struttura - che importa, le introduzioni ai brevi capitoli che si susseguono con una certa fretta, un certo gusto per la metanarrazione, le figure bidimensionali che si muovono su un palcoscenico vuoto e replicano all'infinito gli stilemi di un genere che in sé racchiude, appunto, un mondo. E Zarate pare aver creato un requiem per il genere noir, sembra volerci dire, dalla dimensione provinciale della sua Bolivia: ok, sappiamo anche noi che cos'è il noir, lo sappiamo bene ormai, abbiamo capito come funziona, quali sono gli ingredienti per metterne in piedi uno di successo, perfetto, ora basta però (e a questo proposito vale l'indicazione nel testo dell'importanza data alla nuova narrativa dal carattere internazionale, priva di connotazioni regionalistiche).
C'è un forte desiderio di cambiamento. Cioè, si abbordano temi nuovi e, curiosamente, non da un punto di vista strettamente nazionale o localista come si era soliti fare solo una decina di anni fa. A cosa mi riferisco? Se vai a riguardarti gli ultimi romanzi pubblicati, scopri che quasi nessuno menziona località tipiche o cose del genere. C'è, in questa nuova generazione, la volontà di assumere movenze narrative straniere. E attenzione: a me questo non sembra affatto negativo " 
(parole di Francis Golden, l'editore di Max e di Wilmer)
 E' lo scheletro di una qualsiasi narrazione noir, la decolorazione del "nero" se così si vuol dire, è un cadavere letterario portato a galleggiare da un certo gusto narrativo postmoderno che mescola metanarrazione a pastiche con la leggerezza di chi vuole mettere una pietra tombale su tutto un immaginario, e poi voltare pagina, ma con una certa leggerezza, con l'ironia di fondo di chi sta scimmiottando un amico, ma lo fa senza scordarsi di mettersi in gioco e farsi beffe anche della propria immagine riflessa nello specchio. Infatti Wilmer muore.
  Uno squarcio, questo Mondo noir, in una letteratura, quella boliviana, da noi ancora poco frequentata, un libro ricco di seduzioni cinematografiche, che mi ha ricordato per la forza post moderna certi passaggi di Hawtorn&Child, anche se il libro di Keith Ridgway, per atmosfere, freddezza narrativa e azzardo ai limiti della follia, rimane inarrivabile.  Ma, se questo libro voglia essere una pietra tombale posta su un genere o una rivendicazione della capacità narrativa della terra dell'autore o, all'opposto, una critica verso una nuova ola letteraria che rivendica il diritto a globalizzare la propria arte (fondendola nel mcmondo letterario), questa, forse, è la reale detection di Mondo noir.
    Wilmer Urrelo Zarate (La Paz, 1975) ha vinto, a soli 25 anni e proprio con Mundo negro, il Premio Nazionale per il romanzo d'esordio. La creatività del giovane boliviano e la forza della sua scrittura, immediata, ironica, seduttrice, lo hanno portato al successo anche col suo secondo lavoro. Fantasmas asesinos. vincitore del 2006 del Premio Nazionale per il romanzo.