"E di colpo percepisce in quella dichiarazione una minaccia. Qualcosa che si avvicina dalla parte del mare. Qualcosa che avanza trascinato dalle nubi scure che attraversano invisibili la baia di Acapulco."
Roberto Bolano, (da Ultimi crepuscoli sulla terra; Puttane assassine)

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giovedì 29 giugno 2017

Solo per Ida Brown, di Ricardo Piglia, Feltrinelli editore, trad. di Nicola Jacchia

Torna Emilio Renzi, e con lui Ricardo Piglia (o viceversa), che in realtà se n'è andato il 6 Gennaio di quest'anno, un mese dopo l'uscita italiana di questo libro. Emilio Renzi (vedi quel capolavoro che è Respirazione artificiale), argentino, docente di letteratura inglese, viene invitato alla Taylor University, negli Stati Uniti, vicino a New York. Si occupa del suo soggiorno la giovane e talentuosa Ida Brown con la quale, presto, intesserà una relazione segreta e singolare, quasi spettrale. Tra un incontro in hotel e l'altro, Ida gli affida (quasi distrattamente, almeno all'apparenza) la sua copia del romanzo L'agente segreto, di Joseph Conrad, e poco dopo muore in un misterioso incidente d'auto, un incidente che forse non è un incidente, o non solo. Un incidente irrisolto, che solleva dubbi e lascia perplessi. Ci sono connessioni che legano la morte (e la vita) di Ida alla vicenda (ed all'arresto, avvenuto grazie alla delazione del fratello) di Thomas Munk, l'Unabomber cartaceo creato da Piglia: oltretutto altri incidenti simili a quello di Ida si sono già verificati. Quindi: Ida sapeva? O, peggio, Ida era parte di un gruppo di terroristi che fiancheggiavano Munk? Perchè è morta, e chi l'ha uccisa, sempre che qualcuno l'abbia uccisa? Renzi segue el camino de Ida (questo il titolo originale) per una selva oscura, che non è selva bensì il paesaggio desolato della periferia di New York, tra un motel, uno svincolo autostradale e il campus universitario, un cammino notturno che s'inoltra nel ventre scuro dell'animo umano, tra le sinapsi della mente geniale di Munk e tra i riferimenti letterari che non sono semplice sfoggio di cultura, ma possibili indizi probanti. Il cammino di Ida dunque e, in parallelo, quello di Thomas Munk, studiati da Renzi per verificare se, in qualche punto, si fossero incrociati.
Ma, il centro gravitazionale del romanzo, non è Ida, che è una comparsa, una stampella narrativa e poco più e, in fondo, neppure Munk, che non è altro che l'incarnazione di altro: il centro è quell'incarnazione: del male? del genio? della follia? Come si salda la violenza bruta al tessuto della società moderna? E come si sfugge dalle invisibili catene con le quali la società ed il potere ci imprigiona silenziosamente?

  La clandestinità in questo paese è impossibile, un uomo può nascondersi per un po' ma sarà comunque filmato e osservato, qualsiasi cosa faccia, leggeranno la sua corrispondenza, terranno sotto controllo il suo conto corrente, perquisiranno di nascosto casa sua e quelle degli amici. C'è un'unica via di scampo: restare da soli, in un luogo isolato. Su un'isola deserta si rumugina, si borbotta, si pensa. Nessuno può sapere cosa architettiamo, i pensieri non si possono vedere. (...) Un tempo era possibile creare grupppi clandestini, organizzazioni piccole e solidissime, reti di cellule isolate, disciplinate ed efficaci. (...) Siamo individui isolati, nascosti nei boschi, persi nelle grandi città, soggetti in fuga, sparsi nelle praterie. Siamo isolati ma siamo molti. Eravamo massa, ora siamo fazione.  

Può un uomo vivere molte vite e tenerle separate l'una dalle altre? E' questa la nuova frontiera del terrorismo? Ora siamo fazione, fazione di noi stessi? Il termine ultimo di questo romanzo è il nucleo stesso della sua narrazione, una discesa ragionata e raziocinante (e per questo, anche, lancinante) nei recessi possibili che collegano mente umana e società, quei punti di contatto inaspettati che permettono alla prima di distruggere la seconda, solo perchè infine la seconda annienti la prima.
  Piglia, è un monumento letterario, ogni suo scritto pretende (non merita, pretende) l'attenzione profonda del lettore che viene catapultato in un universo narrativo che è un esperimento puro e semplice, un viaggio nei gangli di quanto a prima vista pare insondabile. La sua grandezza sta nel saper rendere questo viaggio apparentemente leggero, giocato sugli stilemi del genere, giocato sul gioco letterario delle citazione e dei rimandi. Non ultimo, in questo romanzo, si può intuire un omaggio a quella letteratura del complotto che è propriamente inscritta nel dna delle lettere argentine, prima ancora che latinoamericane (vedi Roberto Arlt, I sette pazzi, I lanciafiamme ad esempio, o l'Ernesto Sabato del Rapporto sui ciechi ne Sopra eroi e tombe). 
  Nulla, Piglia va letto, tutto. Pertanto Piglia andrebbe tradotto, tutto.

Ricardo Piglia (Adroguè 1941, Buenos Aires 2017)), è stato professore di Letteratura sudamericana alla Princeton University, è unanimemente considerato come uno dei più grandi scrittori argentini dei nostri tempi.
In Italia sono stati pubblicati Respirazione artificiale (Sella e Riva 1990, Sur 2012), Soldi bruciati (Guanda 2000 - Feltrinelli 2008) con il quale ha vinto il premio Planeta, romanzo poi adattato allo schermo cinematografico da Marcelo Pineyro, L'ultimo lettore (Feltrinelli, 2007) e Bersaglio notturno (Feltrinelli, 2011).

 
  

sabato 7 gennaio 2017

E' morto lo scrittore argentino Ricardo Piglia

Venerdì 6 gennaio, è morto all'età di 75 anni il grande scrittore argentino Ricardo Piglia (Adrogué, 24 Novembre 1941 - Buenos Aires, 6 Gennaio 2017), l'autore de: L'ultimo lettore (Feltrinelli, 2007), Soldi bruciati (Feltrinelli, 2008), La pazza e il racconto del crimine (racconto) e Il genere poliziesco (saggio) in Inchiostro sangue* (Arcoiris editore, 2009)  Bersaglio notturno (Feltrinelli, 2011), Respirazione artificiale (2012), La città assente (Sur edizioni, 2014), L'invasione (edizioni sur, 2015).


 Lo ricordiamo con un'intervista tratta dal blog di Sur edizioni (che ringraziamo) e inseriamo QUI il link alla pagina dello stesso blog che riunisce tutti gli articoli su Ricardo Piglia:



Intervista a Ricardo Piglia

di Ana Ciurans
pubblicato da Blow up e dal blog Sur (e dal sito ArchivioBola
ño)

Ricardo Emilio Piglia è nato ad Adrogué, provincia di Buenos Aires, Argentina, nel 1940. Nel 1955 la famiglia si trasferisce a Mar del Plata e oggi vive a Princeton, dove insegna all’università. Scrittore, critico e saggista, malgrado i tanti riconoscimenti ricevuti (tra cui il premio Planeta per Soldi bruciati, nel ’97), Piglia è pressoché sconosciuto in Italia. Con lui abbiamo parlato della sua idea fissa, il poliziesco. E abbiamo tentato di far venire alla luce i retroscena del brodo di coltura di scrittori come Roberto Bolaño. La pubblicazione di un suo racconto, La pazza e il racconto del crimine, nell’antologia di racconti e saggi del Río de la Plata, Inchiostro sangue* ci ha dato lo spunto per intervistare questo maestro del noir di cui uscirà tra poco Blanco nocturno per Feltrinelli.
 
Nel 1975 il racconto La pazza e il racconto del crimine, contenuto nell’antologia recentemente pubblicata in Italia (Inchiostro sangue, ndr), vince il premio letterario della rivista Siete días. Borges è uno dei membri della giuria. L’Argentina sta precipitando nella repressione. Il racconto narra la storia di un giornalista che, grazie alle sue particolari conoscenze linguistiche, riesce inutilmente a risolvere un crimine perché “interessi superiori” gli proibiscono di rivelare l’identità del colpevole. La letteratura come veicolo di denuncia, soccombe. Nonostante, il racconto, metafora di questa situazione, vince il premio. Crede che in quel momento la giuria non fosse cosciente di ciò che stava per accadere in Argentina o che la buona letteratura riesce a scavalcare persino gli interessi politici?
RP - I rapporti tra letteratura e realtà politica non sono mai diretti. Il racconto – tra altre cose – sembra criticare la logica dei meccanismi giornalistici che impediscono, in questo caso, la denuncia di un crimine. Come conseguenza di questo rifiuto, Renzi (il giornalista protagonista del racconto, ndr) decide di scrivere il racconto come una sorta di alternativa fiction all’immediatezza della stampa. Se dovessi definire la funzione della letteratura – ma non intendo farlo – direi che narra ciò che i mass media non possono affermare o capire.
La finalità del racconto è far apparire artificialmente qualcosa che prima era nascosto, cerca la verità segreta, indaga. Crede che questo sia il motivo per cui il genere poliziesco trova la sua massima espressione nella brevità del racconto? Qual è la differenza, a questi effetti, tra un romanzo e un racconto poliziesco?

RP - Non sono sicuro che il genere poliziesco possa solo esprimersi attraverso il racconto. Esistono romanzi polizieschi straordinari – basta ricordare Il lungo addio di Chandler. Forse la tradizione inglese, legata all’enigma, funziona meglio nel racconto; ma anche su questa linea ci sono dei magnifici romanzi, come Mr Byculla di Eric Linklater o Laura di Vera Caspary. In quanto al noir nordamericano, anche se è famoso per i romanzi, ci sono dei racconti eccellenti come Aspetterò di Chandler o First Offense di Evan Hunter. Proviamo a ipotizzare una risposta radicale alla domanda sulla durata del genere poliziesco: un racconto narra un solo crimine; una novella (romanzo breve, ndr) narra almeno due crimini, un romanzo tutti i crimini. Non so se è una definizione pertinente, mi piace però la progressione: uno, due, tre, tutti…

Epistolari, sottostorie, sottotesti, racconti. La sua opera è una mescolanza di ricorsi e di generi, basti prendere come esempio L’ultimo lettore. Anche quella di Roberto Bolaño lo è, così come quella di molti scrittori latinoamericani. Perché in America latina questo “disordine” apparente sembra particolarmente significativo? Crede che esista qualche qualità latinoamericana intrinseca dalla quale scaturisce questa scrittura?

RP - Noi siamo figli – o nipoti – di Borges che aprì questa strada nella narrativa contemporanea. In Argentina ci stiamo ancora riprendendo dalla sorpresa che causa la lettura di un racconto come «Tlön Uqbar Orbis Tertius» (Finzioni, ndr). Credo che questo “tocco” concettuale definisca parte della migliore narrativa attuale. Pensate ad Avalovar di Osmans Lins o a Il Danubio di Magris o ancora a Gli anelli di Saturno: un pellegrinaggio in Inghilterra di Sebal.

In Italia la letteratura argentina e latinoamericana in generale, è stata poco tradotta, con eccezioni che occupano una posizione all’estremo opposto, di grande fama, quasi sempre legate in qualche modo al boom latinoamericano. Che ne pensa del boom? Nel saggio I miti di Chtulhu, Bolaño si chiede: “che possono fare Sergio Pitol, Fernando Vallejo e Ricardo Piglia contro la valanga di glamour? Ben poco”. Mi scusi perché so che non è la prima volta che le viene chiesto, ma può fare qualcosa Ricardo Piglia contro la valanga del glamour? Crede che Bolaño si riferisse precisamente a “quella” valanga?

RP - Per Bolaño il glamour è il realismo mágico; la moda dice che gli scrittori latinoamericani siamo primitivi, spontanei e meravigliosi. È evidente che i migliori scrittori latinoamericani – Roberto Bolaño, Juan José Saer, José Emilio Pacheco, Clarice Lispector, per citarne solo alcuni – sono molto lontani da questo stereotipo anti intellettuale e selvatico.

Dopo gli anni sessanta la “scuola dell’enigma” lascia il posto alla “scuola dei tipi duri” nel romanzo poliziesco rioplatense. Il suo saggio sul poliziesco, pubblicato dentro all’antologia di cui parlavamo prima, è un piccolo manuale per capirne l’evoluzione. Può spiegare il ruolo della letteratura nordamericana, dell’hard boiled, in questo sviluppo? E anche quello della letteratura europea…

RP - Secondo me, la cosa più importante del poliziesco nordamericano è lo stile, uno stile che viene da Hemingway, anti soggettivo, anti psicologico, impersonale, un po’ schizofrenico. Basterebbe includere in questa linea del hard boiled Lo straniero di Camus, Breve lettera del lungo addio di Peter Hanke o Le gomme di A. Robbe Grillet per apprezzarne tutte le possibilità. Anche i romanzi corti di Pavese – in particolare La casa in collina – hanno questo tono. I miei primi racconti sono molto legati a questa tradizione. In quello che concerne il poliziesco europeo, ci sono molti scrittori di grande qualità, come Sciascia o Simenon – e anche Dürrenmatt – che hanno dato una nuova impronta al genere, portandolo oltre il classico noir.

“La poesia è essenziale per pensare a una poetica della prosa in lingua spagnola” ha dichiarato in un’occasione. Aveva in mente Nicanor Parra quando lo dichiarò? Solo in lingua spagnola o la poesia è essenziale per pensare in una poetica della prosa in qualsiasi lingua?

RP - In qualsiasi lingua, per scontato, pensiamo ai toni di Ezra Pound o di Ungaretti che hanno capovolto i ritmi del linguaggio e hanno mostrato – ancora una volta – che lo stile dipende dall’udito, dall’ellisse, dalla sintassi.

La chiave di lettura del noir è contraddittoria o ambigua perché spesso racconta storie contraddittorie e ambigue. C’è chi ne condanna il cinismo e chi gli attribuisce una profondità eccessiva che forse non era nelle intenzioni neanche dell’autore. In Soldi bruciati l’epigrafe riporta la seguente frase di Brecht: Cos’è rapinare una banca a paragone di fondarne una? E, nel suo saggio, afferma che in questa domanda è contenuta la miglior definizione del noir. É quindi il materialismo del noir quello che fa di questo genere il possibile genere del futuro?

RP - In un certo senso sì. Tutto è molto concreto nel poliziesco. Ho pensato spesso – ultimamente – alla finzione paranoica, una categoria che forse ci può aiutare a immaginare il futuro del genere. Mi sembra che molte storie poliziesche degli ultimi tempi abbiano la tendenza a narrare seguendo l’ottica della vittima, di quello che viene braccato (o crede di esserlo): una tradizione la cui origine può trovarsi nei romanzi di David Goodis. Allora, schematicamente, potremmo dire che la narrativa inglese classica si centra sul detective, che la narrativa poliziesca nordamericana ha la sua chiave di lettura nell’assassino e che la posizione contemporanea del genere tende a collocare la vittima – e l’innocente – al centro dell’intrigo. Una semplice ipotesi – paranoica – sulla storia del poliziesco.

Una domanda inevitabile, le piace la letteratura italiana e ha qualche autore preferito?

RP - Sí, naturalmente; dico sempre, per scherzo, che sono uno scrittore italo-argentino. Mio padre era italiano e per attiguità la mia letteratura ha vari padri di quest’origine: Pavese in primo luogo, ma anche autori che ammiro come Calvino, Bassani, Pasolini, Landolfi o Natalia Ginzburg. Alcuni libri scritti in italiano sono stati dei punti di riferimento per me, La cognizione del dolore di Gadda, con la sua localizzazione così vicina a noi argentini e il suo uso straordinario del linguaggio. Ammiro la grande tradizione della poesia italiana e ho sempre letto Montale, Ungaretti Quasimodo, Saba. La letteratura italiana forma parte della letteratura universale che è scritta in una sola lingua.

  

domenica 25 settembre 2016

La forma delle rovine, di Juan Gabriel Vasquez, Feltrinelli editore, traduzione di Elena Liverani

<< Perdonami, tu sanguinante pezzo di terra, per il mio essere mite e gentile con questi macellai. Tu sei le rovine dell'uomo più nobile che mai visse nella marea dei tempi. >>
   Così Antonio accanto al fresco cadavere di Giulio Cesare nell'omonima opera di William Shakespeare. 

Questa la citazione dalla quale nasce il titolo dell'ultimo libro dell'imprescindibile colombiano Juan Gabriel Vasquez. Le rovine del titolo sono, materialmente, una calotta cranica e un vertebra: in senso più estensivo sono le rovine sulle quali è stata costruita la democrazia colombiana, e sulle quali continuamente uomini ostinati (forse encomiabili, o forse pazzi) continuano a costruirvi sopra. Prima rovina (calotta cranica): il 15 di Ottobre 1914, il generale Rafael Victor Zenòn Uribe Uribe, eroe nazionale con un glorioso passato militare nella guerra dei mille giorni (Guerra de los mil dias) e un presente da politico riformista, viene ucciso a Bogotà, a colpi di accetta, da Leogivildo Galarza e Jesùs Carvajal, apparentemente due individui isolati, ossessionati dalla paura delle politiche progressiste che Uribe Uribe andava sostenendo.. Seconda rovina (vertebra): il 9 Aprile 1948 Juan Roa Sierra uccide a colpi di arma da fuoco l'idolo del popolo e giovane promessa del partito liberale, Jorge Eliecer Gaitàn, dando così il via allo scatenarsi della violenta follia che colpì Bogotà in quei giorni e che è universalmente ricordata come "El bogotazo". Sierra viene bloccato dalla folla e linciato sul posto, e il suo cadavere spogliato e portato in giro per la città come un trofeo che avrebbe dovuto essere il lasciapassare per la folla per entrare nel palazzo presidenziale. I due assassini del generale Uribe Uribe, incarcerati, godranno di un trattamento particolarmente morbido e delle attente visite di padri gesuiti e si lasceranno sfuggire affermazioni misteriose nelle quali paiono alludere ad una loro presunta intoccabilità garantita da personaggi potenti appartenenti a non meglio specificate alte sfere. In entrambi i casi nelle settimane precedenti ai fatti, pur trattandosi apparentemente di gesti estemporanei di semplici cittadini slegati da qualsiasi legame con centri di potere, occulti o meno, la voce della prossima morte dei due politici era circolata in alcuni circoli cittadini. In entrambi i casi, la voce della chiesa, per bocca di singoli prelati, aveva condannato la condotta dei due politici e istigato la popolazione ad una ribellione anche violenta. In entrambi i casi, in seguito, erano nate teorie cospirative che prevedevano la regia occulta degli omicidi nelle mani di personaggi eleganti, più volte visti assieme a quelli che sarebbero divenuti noti alla storia come assassini (nel caso di Gaitàn sarà lo stesso Gabriel Garcia Marquez a riportare in un libro il suo personale ricordo*). Juan Gabriel Vasquez, ancora una volta, ci porta per mano a rivisitare ampie porzioni della storia più o meno recente del suo paese, e in questo libro lo fa calandosi  direttamente nel ruolo di personaggio, dando così l'impressione al lettore di trovarsi tra le mani un saggio giornalistico piuttosto che un romanzo. Una sorta di mockumentary. Vasquez personaggio entra in contatto con l'eccentrico Carlos Carballo, ossessionato dalle teorie cospirative che aleggiano attorno al 9 Aprile, al Bogotazo ed alla morte di Jorge Eliecer Gaitàn. Carballo trasmetterà (almeno in parte) le sue ossessioni a Vasquez, inizialmente scettico, il quale scriverà un libro sulle teorie occulte che sottendono la verità ufficiale: presumibilmente il libro che Vasquez personaggio si prende il compito di scrivere è questo La forma delle rovine, scritto dal Vasquez reale. Nel mezzo, a far da sfondo e, al contempo, a dare solidità all'ipotesi del libro-verità, la complicata nascita delle figlie di Vasquez, i suoi rapporti, spesso difficili, con Francisco Benavides, l'uomo che lo mette in contatto con Carlos Carballo, i libri che Vasquez pubblica, il suo trasferimento a Barcellona e il progredire della sua carriera letteraria. Il libro è diviso (almeno) in tre parti: la prima nella quale i fatti introducono all'omicidio di Gaitàn ed alle teorie cospirative che piombano nella vita dell'autore come un cammello in un autogrill, inaspettate. La seconda parte, la più ampia, che tratta approfonditamente dell'omicidio di Uribe Uribe e del processo che ne è conseguito, e che inserisce il personaggio (storico anch'esso) di Marco Tulio Anzola Samper, il giovane che viene incaricato dalla famiglia di Uribe Uribe di avviare un indagine parallela sulla morte del generale (e che s'imbatterà a suo rischio e pericolo in una serie di indizi indimostrabile che parrà sostenere la tesi del complotto e che prenderanno forma scritta nel libro Quienes son?). La terza e conclusiva parte, attraverso i ricordi personali di un sempre più allucinato Carballo, torna al Bogotazo, al 9 Aprile ed alla morte di Gaitàn, andando a conchiudere il circolo della narrazione. Apparentemente si tratta di un libro che vuole analizzare la nascita ed il perdurare, più o meno illogico, delle teorie complottistiche così in voga al giorno d'oggi (e per farlo mette in mezzo, in maniera piuttosto inutile e ridondante - un tantino paracula, per essere chiari - anche diversi accenni all'omicidio Kennedy), non disdegnando di cercare quale sia la motivazione intrinseca nell'essere umano nel voler a tutti i costi ipotizzare, dietro alla velo delle versioni ufficiali, una volontà più alta che occultamente governa il mondo, ma nella realtà si tratta dell'ennesima tappa di un lucido percorso che l'autore ha intrapreso di riscrittura (o rilettura, fate voi) della propria storia patria. Quali sono le basi dalle quali nasce la moderna Colombia? Sono quelle basi così incerte e permeate di violenza (forse eterodiretta) popolare ad aver inevitabilmente prodotto un personaggio come quello di Pablo Escobar che, non per niente, visse ossessionato dalla volontà di entrare in politica e di diventare presidente della Colombia? In questo libro, certamente imperfetto, soprattutto in una struttura a volte non perfettamente calibrata e forzata nei suoi assi principali, sono a volte gli accenni minori a renderlo imperdibile, quelle parentesi narrative che lasciano il lettore libero di crearsi le proprie domande ed i propri collegamenti che non necessariamente sono quelle messe in primo piano dal libro. Gabriel Garcia Marquez, il nobel, l'orgoglio colombiano per eccellenza, il realismo magico incarnato in una penna che nel suo libro Vivere per raccontarla fa accenno ad un uomo elegante che aizza la folla affinchè faccia a pezzi l'assassino di Gaitàn:

  Cinquant'anni dopo , la mia memoria conserva fissa l'immagine dell'uomo che sembrava istigare la calca davanti alla farmacia, e non l'ho trovato in nessuna delle innumerevoli testimonianze che ho letto su quel giorno. L'avevo visto molto da vicino, con un vestito di lusso, una pelle di alabastro e un controllo millimetrico dei gesti. mi colpì tanto che non gli staccai gli occhi di dosso fin quando non passarono a prenderlo con un'automobile troppo nuova non appena si furono portati via il cadavere dell'assassino, e a partire da allora fu come cancellato dalla memoria storica. Persino dalla mia, fino a molti anni dopo, ai tempi in cui facevo il giornalista, allorchè mi venne l'idea che quell'uomo fosse riuscito a far ammazzare un falso assassino per proteggere l'identità di quello vero.

  Vasquez non reinventa la storia, la rilegge, la analizza in cerca di qualche elemento che lo possa portare a propendere, tra quella ufficiale e quella cospiratoria, per una versione definitiva, e lo fa componendo un libro-mondo (un mondo strano, paranoico, ossessionato dalle rovine, dalle reliquie di santi laici, di uomini anonimi che tirano i fili immersi nell'ombra) esagerato, poco calibrato, che a volte pare voler parlare solo dell'uccisione del generale Uribe Uribe per poi ricredersi e cedere alla necessità di intessere un quadro unico, un libro nel quale Vasquez si cala a tal punto da divenirne personaggio, un libro che pare scaturire da una necessità personale impellente dell'autore di scavare: tra le rovine ovviamente. Ma che soprattutto si apre in lampi di perfezione che solo il lettore è in grado di scegliersi. Gabo (lo stesso che parlerà della narco-Colombia ai tempi di Escobar nel suo libro Notizia di un sequestro) che testimonia un fatto (e un personaggio) cancellato dalla storia, Escobar che causa un secondo Bogotazo inseguendo la sua ossessione di divenire presidente della Colombia, due politici ammazzati da semplici cittadini dietro i quali paiono muoversi ombre conservatrici e la lunga mano di quella stessa Chiesa che sosterrà gli Stati Uniti impegnati nella famigerata Operazione Condor, il Bogotazo del 1948, resti umani che scompaiono e riappaiono anni dopo i fatti, prove cancellate, testimoni scomparsi. Vasquez, al giorno d'oggi, è imprescindibile, anche quando non raggiunge risultati formalmente perfetti. Forse, in questi casi, lo è ancora di più.

  Una nota di disappunto per il pessimo editing, un trattamento che il libro ed il suo autore davvero non meritano.


Juan Gabriel Vásquez è nato a Bogotà nel 1973. Scrittore sudamericano di primissimo piano, tradotto in sedici lingue, ha conseguito un grande successo internazionale di critica e di pubblico con i suoi romanzi. Gli informatori (Ponte alle Grazie, 2009) è stato scelto come uno dei romanzi colombiani più importanti degli ultimi venticinque anni dalla rivista “Semanal”, è arrivato finalista dell’Independent Foreign Fiction Prize e ha attirato gli elogi di autori come Mario Vargas Llosa e John Banville. Storia segreta del Costaguana (Ponte alle Grazie, 2008), magnifico omaggio alla storia colombiana e all’opera di Joseph Conrad, si è aggiudicato il Premio Qwerty a Barcellona e il Premio Fundación Libros & Letras a Bogotà. Il rumore delle cose che cadono (Ponte alle Grazie, 2012), oltre agli elogi di scrittori del calibro di Edmund White e Jonathan Franzen. Si è aggiudicato il Premio Alfaguara 2011, il English Pen Award 2012 e il Premio Gregor von Rezzori-Città di Firenze 2013. Vásquez ha inoltre vinto due volte il Premio Nacional de Periodismo Simón Bolívar e nel 2012 gli è stato assegnato il premio francese Roger Caillois per l’insieme dell’opera. Feltrinelli ha pubblicato Le reputazioni (2014).

lunedì 13 luglio 2015

Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia, di Giuseppe Rizzo, Fetrinelli editore

  Leggendo la quarta di copertina si pensa subito a uno di quei libri generazionali (mutuo la definizione dall'ambito cinematografico), leggeri, sbadati, che raccontano storie di trentenni che ancora non si sentono adulti (ma sanno che dovrebbero ormai esserlo) e che dubitano di riuscire a raggiungere la maturità in un qualsiasi futuro, fosse anche lontano. Amici che vengono sballotati dall'esistenza rimanendo intimamente ancorati alle serate con gli amici, alle notti ventenni, le indianate, le cavolate, le fidanzate che andavano e venivano, il disimpegno obbligato di una certa età che non ti permette - per statuto verrebbe da dire - di prendere troppo sul serio nè te stesso nè, soprattutto, il mondo. E la prima parte del libro suo malgrado conferma questo clichè. Tre amici, siciliani, ormai sparsi per il continente se non proprio per il mondo, si ritrovano al paesello natìo, Lortica, per fare scaricare una camionata di sterco davanti a casa del sindaco del paese. Scaricano la camionata di merda di cui sopra e, soddisfatti, si prendono qualche giorno per fare i conti con le proprie famiglie e coi pregiudizi e i legami ottusi dai quali sono fuggiti. Pensano sia facile, una vacanza: Andrea che è la voce narrante, vive a Roma, e lavora come giornalista in una radio di sinistra che lo sottopaga, Pupetta (vero nome Martina) che vive a Berlino, femmina al mille per mille, dotata di cervello, curve e di forti stati d'ansia, che ha lavorato per un ministero ma, caduto uno dei tanti governi del paese, ha dovuto arrangiarsi con un impiego in una ong, e  Gaga (vero nome Marco) che vive a Praga, dove è finito per seguire uno dei suoi tanti amori eterni di pochi mesi, un parrucchiere che ad un bel momento l'ha piantato, in un rigurgito di eteresessualità. Fin qui, dicevo, nulla che non ci si aspetti: serate, ricordi, alcolici, adrenalina, il punto di vista di chi ha lasciato la terra natale e ora vi torna, scettico, critico, lontano, corrosivo. E poi: amori passati, traumi infantili, fratelli in carcere, e dinamiche ormai lasciate a marcire nel dimenticatoio che tornano a galla. E i pidocchi. Soprattutto i pidocchi, che sono alla base della piccola guerra lampo del titolo. Non è chiarissimo da subito chi siano, ma lo si intuisce agevolmente. Dallo scarico fecale davanti casa del primo cittadino si passa ad una seconda bravata. Dalla seconda bravata si precipita nel thriller. Chiamiamolo thriller. Non è proprio un thriller, non secondo i canoni comuni che definiscono il genere, ma comunque la tensione va alle stelle. Tutti rischiano qualcosa, forse tutto, forse pure la vita. Ed è in questa seconda parte che il romanzo esce quasi involontariamente dagli stilemi fin qui seguiti e diventa - felicemente - altro. Il lettore quasi non se ne accorge, ma dai toni da commedia generazionale (appunto), elegante e simpatica ma pure manierata e un filino scontata, la storia prende il sopravvento e finalmente se ne fotte delle frasi ad effetto e degli arzigogoli su cosa sia la Sicilia, la sicilianità e i siciliani, e semplicemente procede per conto suo, con una forza e una profondità naturale, priva di ritrosie. Qualche meccanismo della narrazione si è innescato e ora è lui che comanda, l'autore non può fare altro che corrergli dietro a perdifiato, tentando di mantenere un minimo di undestatement. Corre, ne percepisci il battito accelerato, ma non si ferma mai piegato in due a riprendere fiato. Della tripartizione classica, questo secondo movimento è in assoluto il migliore, non solo perchè vi si dipana la storia, e l'azione che ne consegue, ma anche perchè finalmente lo stile ricade totalmente al servizio della trama, si libera di orpelli, di ironie a volte troppo ricercate e di tic narrativi che rendono lo stile di Rizzo troppo simile a quello di Paolo Nori. La scuola emiliana ha delle caratteristiche ben precise, Nori ne è uno dei maestri, e sicuramente uno dei più conosciuti, e Rizzo pare essersi cimentato nell'esperimento di trasferire la scuola emiliana in Sicilia, e ci riesce, è bene sottolinearlo, ma il troppo stroppia e in diversi momenti (troppi, appunto) si riceve l'impressione di leggere un libro di Nori che si finge siciliano. Questo, soprattutto nella prima e nella terza parte. Nella seconda, come detto, la forza della trama trascina tutto con sè e distoglie l'autore da quei manierismi che, seppure sono nelle sue corde (e gli riescono pure bene), appesantiscono il romanzo rischiando di relegarlo in un ambito un tantino soffocante e scontato. Ora, torniamo a noi, a cosa succede nella seconda parte. Senza svelare troppo, Lortica è un paesello ma è pur sempre un paesello siciliano, il potere reale è un potere non lecito, mafioso, e gli altri poteri ufficiali (politica, chiesa, forze dell'ordine) a questo primo potere oscuro ineluttabilmente si piegano. Se qualcuno arriva da fuori a rompere le uova nel paniere, qualcosa deve succedere, per forza. Non vado oltre. L'amicizia, gli amori, passati e presenti, il futuro che non esiste, e se c'è comunque non è visibile a nessuno, i rapporti con le famiglie, la corruzione, lo status quo, i pidocchi (i mafiosi, a questo punto è chiaro), la sicilianità e la Sicilia, la violenza e l'ineluttabilità di ciò che accade e la normalità di chi si è scassato la minchia della violenza e della ineluttabilità, della corruzione, dei pidocchi, e di Lortica, della lorticanità, e della Sicilia e della sicialianità. Questo Piccola guerra lampo (etc) è un compendio di diversi aspetti, un romanzo ben riuscito, ma ancora non perfetto, non di grandissimo respiro, ma comunque di una profondità tanto più intensa quanto inaspettata, di uno stile che a tratti pare essere davvero lo stile di Rizzo, ma che in certi casi paga un debito troppo altro a modelli che l'autore sembra voler ancora seguire pedissequamente, e inutilmente, dal momento che, nella seconda parte, la migliore, l'ho già detto, finalmente si ha la sensazione di leggere lo stile di Rizzo, quello suo proprio, il risultato di quell'esperimento che vuole la scuola emiliana alle prove con la terra (e la lingua, e la cultura) siciliana. Un bel romanzo, leggero e intenso, a volte un po' troppo di maniera, a volte forse banale, ma in fondo totalmente vero e, a tratti, inaspettato. La lettura è piacevole, veloce, ironica, i personaggi un po' troppo bidimensionali. Alla fine, si ha l'impressione di aver visto un film, o che stiano per trarne un film, e questo rapporto un po' troppo stretto tra narrazione letteraria e immaginario filmico tende a stendere come una patina opaca sul libro, quasi a snaturare il "romanzo" nella sua natura intima di narrazione rivoluzionaria, lontana dalle mode, capace di scavare nel corpo stesso della società. Un po' meno commedia (di commedie in Italia ne abbiamo già viste di tutti i tipi) e un po' più coraggioso nell'essere sè stesso, qualsiasi cosa sia: se c'è una critica da fare a questo romanzo (che di difetti è pieno, ma pure di splendidi pregi), è questa.



Giuseppe Rizzo è nato in Sicilia nel 1983. Ha pubblicato i romanzi L’invenzione di Palermo (Giulio Perrone Editore, 2010) e Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia (Feltrinelli, 2013).
 

sabato 13 giugno 2015

L'eliminazione, di Rithy Panh (con Christophe Bataille), Fetrinelli editore

  Nell'Aprile del 1975 i Khmer Rossi di Pol Pot, alleatisi con il neonato Fronte Nazionale Unito Khmer, prendono il potere in Cambogia. Da quel momento fino al 1979 Rithy Panh, che è un bambino di unidici anni, vive (ma sarebbe più corretto dire che sopravvive) in una parentesi temporale nella quale ogni parvenza di logica e senso viene spazzata via in un sol tratto in nome della società nuova che l'Angkar, l'invisibile governo della nuova Kampuchea Democratica, decide di mettere in atto. Potrebbe essere comunismo, ma non è neppure quello: è follia, pura e semplice. Ed è deportazione di massa, è spoliazione dei beni, è cancellazione di ogni individualità, è fame, tortura, uccisioni, fosse comuni, stupri, esperimenti "scentifici" sui prigionieri, infanticidi. Ed è - diciamo - subito sera. Notte più che altro, la notte della ragione e, citando Goya, il sonno della ragione genera mostri. L'essere umano non esiste più, esiste solo in quanto ingranaggio di un sistema più grande, il sistema dell'Angkar, e gli ingranaggi non hanno sentimenti, non provano dolore, li si può sostituire, gettare, intercambiare. Poi, peggio, da ingranaggio si diventa nemico, nemico del popolo. E infine il popolo diventa nemico di sè stesso, si autocannibalizza, la paranoia prende il sopravvento e dalle menti dei pochi - invisibili - dirigenti si propaga come un virus e, veicolato dal terrore, infetta tutti, vittime e carnefici. Dico vittime e carnefici perchè le categorie sociali sono rimaste quelle due, non c'è modo di essere altro o si tortura e si uccide o ci si nasconde fino a quando non si ci si tradisce, magari perchè si cerca di spulciare il proprio giaciglio di paglia (ed è male, perchè le pulci sono creature dell'Angkar) e si viene torturati, si muore. La rivoluzione svuota le città e inchioda tutta la popolazione nei campi: il futuro dev'essere costruito su due soli classi sociali, operai e contadini, non esistono più medici, ingegneri, insegnanti, tantomeno artisti, o si lavora nei campi o si lavora in fabbrica. Ma la verità è che esistono solo aguzzini e vittime, tutti quanti chiusi in un'unico carcere a cielo aperto. Sarebbe più corretto definirlo inferno, non carcere. Rithy Pahn articola questo libro su due piani, il presente, in cui lui stesso intervista Dutch il boia a capo del S21 (la macchina di morte dei Khmer rossi) uno dei centri in cui si torturava in cerca di una confessione e, a confessione ottenuta, immancabilmente si uccideva, e il passato, dall'arrivo dei Khmer rossi a Phnom Penh, alla deportazione di tutta la popolazione nei campi e, follia dopo follia, mostruosità dopo mostruosità, fino alla caduta del regime e alla fuga di Rithy, ancora bambino, verso la Tailandia. Rithy, regista e documentarista, si pone di fronte a Dutch, al boia, come se fosse uno specchio, cerca in lui una risposta umana alle sue domande, un pentimento che non sia mera prova attoriale, lo incalza, gli mostra foto, immagini delle sue vittime, incrocia dati e testimonianze, domanda, continua indefessamente a domandare e a cercare uno spiraglio di pentimento, ma la follia dell'Angkar rimane ammorsata in Ducth, che ride, manipola, si finge offeso, risponde con gli slogan del regime, poi mente, tenta di portare Rithy ad essere suo complice, almeno morale, dell'intervista, lo vuole far cadere: è l'animale che non vuole morire, che si dibatte, che dà spettacolo e tenta di corrompere il suo pubblico. E' un libro terribile. E' una storia terribile. E' un mondo terribile. E' una specie, la nostra, terribile. La Kampuchea Democratica tornerà ad essere la Cambogia, i sopravvissuti sopravviveranno, più che altro a sè stessi ed ai propri ricordi, la memoria di quel periodo rimarrà uno scrigno quasi troppo doloroso per essere riportato davvero alla luce, per essere aperto in cerca di cosa ci fosse all'interno, ma rimarranno i morti, milioni, uccisi per avere rubato un pugno di riso, per aver sognato anche solo per un attimo di vivere una realtà che non fosse l'incubo che li circondava, o anche senza motivo alcuno, i morti uccisi perchè, prima, erano vivi. I carnefici uccisi perchè non erano stati carnefici abbastanza solerti. I morti per fame. I morti, i morti. Questo potrebbe benissimo essere un libro di fantascienza, una di quelle storie nelle quali un virus che arriva da qualche altro pianeta comincia ad infettare gli esseri umani e a zombizzarli, invece è una testimonianza diretta di uno di quei momenti nella storia in cui l'uomo si lascia abitare dalle sue più nere perversioni e così facendo apre una faglia, uno strappo (una fossa) dalla quale penetra un'altra dimensione, fatta di follia, paranoia, perversione e morte. E' un libro terribile, l'ho già detto, ma è anche un libro che và letto, perchè nonostante tutto parla di noi, in presa diretta, dell'essere umano, del momento in cui nella storia tanti esseri umani decidono di non essere più tali, di diventare un corpo unico, un meccanismo, un insieme di ingranaggi, una macchina di morte.

Rithy Panh nasce nel 1964 a Phnom Penh, in Cambogia. Dal 1975 è prigioniero nei campi di riabilitazione dei khmer rossi. Nel 1979, appena quindicenne, rie­sce a fuggire in Thailandia. L’anno successivo si trasferisce a Parigi. Nel 1985 si iscrive all’Institut des hautes études cinématographiques (Idhec) e firma il suo primo documentario nel 1989, Site II. Da allora Rithy Panh non ha smesso di lavorare contro l’amnesia del suo paese mostrando la tragedia cambogiana e le sue conseguenze – tra il 1975 e il 1978 il regime di Pol Pot ha fatto più di due milioni di morti. Tra i suoi documentari si ricordano S21, La macchina di morte dei Khmer rossi  (Feltrinelli “Real Cinema”, 2007) e The missing Picture, con il quale ha vinto il premio della sezione “Un Certain Regard” al festival di Cannes nel 2013. L’eliminazione (con Christophe Bataille; Feltrinelli, 2014) è stato pubblicato in Francia da Grasset e può essere considerato l’autobiografia di Rithy Panh. Il libro ha ottenuto in Francia il Gran Prix des Lectrices d’Elle, il Grand Prix Joseph Kessel, il Grand Prix sgdl de l’Essai, il Prix Essai France Télévision e il Prix Aujourd’hui, Prix “Livre et droits de l’Homme”. Attualmente è professore a La Femis di Parigi.

domenica 18 gennaio 2015

Come diventai Monaca, di Cesar Aira, Feltrinelli editore

Quello che posso dire è che alla fine il(-la) protagonista non diventa monaca. Il titolo forse è un gioco di parole che può capire solo chi conosce il vesre, la parlata popolare del Rio de la Plata: per chi, come me, non lo conosce, c'è la nota esplicativa del traduttore a fine romanzoa spiegare il probabile gioco di parole del titolo, ma sconsiglio di leggerla se non a termine del libro, per non guastarvi il finale. La storia: si tratta di un anno, il sesto, nella vita di Cesar, il protagonista e narratore, un bambino che parla di sè al femminile, e di tutto ciò che durante questo suo sesto anno di vita sulla terra gli è capitato tra capo e collo (così direbbe Salinger, credo). Il romanzo, ambientato in Argentina tra Pringles e Rosario, si apre con un'ondata di avvelenamenti da cibo e termina con una serie di omicidi di bambini, rapiti, violentati e abbandonati nei campi da presunti vampiri. Il padre di Cesar lo accompagna a mangiare un gelato: è la prima volta per Cesar che fino ad allora non ne ha mai assaggiato uno e non sa cosa aspettarsi. Certo non il sapore terribile che si ritrova in bocca alla prima cucchiaiata. Il padre si inalbera, si sente offeso, si era immaginato di vedere la gioia e lo stupore affiorare sul volto del figlio, e non riesce a credere alla sua ottusità. La prende come una questione personale: ha messo al mondo un figlio talmente strambo (parla di sè, essendo maschio, come se fosse una femmina) da essere l'unico bambino al mondo incapace di apprezzare il gelato. S'infuria, ma quando alla fine -non per verificare la veridicità delle giustificazioni del figlio (cioè che il gelato è sì freddo, ma ha un sapore nauseante) bensì per dimostrargli di essere nel torto - assaggia a sua volta la coppetta di gelato alla fragola, la sua rabbia diviene cieca e si rivolge selvaggiamente contro il gelataio. Il gelato, in effetti, era disgustoso. Andato a male, o peggio. Cesar aveva ragione. Finisce con il padre che, in un accesso di folle rabbia, uccide il gelataio e finisce in carcere, condannato ad otto anni (forse così pochi perchè in fondo tutti i torti non li aveva), e con Cesar in ospedale curato per avvelenamento (in quel periodo, come detto, l'Argentina era vittima di una demenziale ondata di avvelenamenti alimentari). Da qui prende il via questo breve romanzo del poliedrico (nonchè prolifico) scrittore argentino Cesar Aira. Le vie (narrative) attraverso cui si snoda il romanzo, pur non essendo confuse, ci confondono. I morti ci sono, e da subito, c'è in sottofondo la follia collettiva degli avvelenamenti e la violenza cieca e mostruosa delle morti dei bambini (la faccenda misteriosa dei "vampiri"), ma non è un romanzo noir nè tantomeno horror. L'occhio del narratore, cioè Cesar, non percepisce la brutalità e l'insensatezza del mondo che lo circonda come tale o, per meglio dire, non dà a tali caratteristiche il peso ed il giudizio che ci potremmo aspettare; il suo narrare, per quanto sia testimone e protagonista di eventi per lo più incredibili, è quasi esclusivamente un raccontare veicolato al proprio interno. In questo senso si può intendere come un romanzo, seppur strampalato, di formazione o un racconto (non tanto per quanto) d'infanzia. Ma tutto il romanzo gioca in un territorio fuori dagli schemi: dalla lunghezza (romanzo breve o racconto lungo?), all'identità sessuale del protagonista (maschio o femmina?), al presunto o effettivo biografismo della narrazione (Cesar è Cesar Aira l'autore del libro o no?), al finale che chiude una storia in maniera sorprendente e spiazzante (senza però lasciare l'amaro dubbio che l'autore si sia inventato in fretta e furia un finale perchè stufo della sua stessa storia, come spesso avviene). Si tratta piuttosto di una biografia dell'anima, o qualcosa del genere. Mi spiego: non penso che Cesar Aira (l'autore) si sia avvelenato mangiando del gelato alla fragola all'età di sei anni, nè tantomeno che suo padre abbia ucciso a mani nude il gelataio, nè il resto degli accadimenti narrati ritengo siano nè verosimili nè comunque, anche qualora lo fossero, attribuibili alla vita dell'autore. I pensieri del protagonista si. Lo stupore quasi estatico di fronte allo scorrere incomprensibile del mondo, la tendenza (al limite - o oltre il limite - del patologico) all'invenzione, alla manipolazione del reale per poterlo in qualche maniera maneggiare con una grazia infantile che ogni volta rinnova il miracolo della creazione. Costruirsi un mondo su misura partendo da quello imperfetto e a tratti terribile che ci tocca calpestare ogni dannato (e/o benedetto) giorno, sostituire storie ed illusioni a quanto ci scorre di fronte agli occhi per poter prendere le distanze dal mondo quel tanto che basta per riuscire a viverci. Più in generale, questo Come diventai monaca può (e, a mio avviso, deve) essere considerato una biografia interiore dello scrittore (o, più in generale, dell'artista), intendendo lo scrittore con la S maiuscola, qualsiasi scrittore (qualsiasi artista). La maestria di Aira sta nel fottersene altamente della veridicità dei fatti che descrive e riportare con attenzione maniacale e (anatomo-)patologica la realtà assoluta di ciò che il suo protagonista prova, di come lo prova, di come lo interpreta e di come lo risputa al mondo modellato, cambiato, distorto, abbellito. Nella scrittura di Aira emerge lo stupore-non stupore della realtà vista dallo spazio quando per spazio intendo quello interiore di Cesar, che però, in un certo senso è uno spazio siderale, che dista dal mondo reale distanze infinite, pur rimanendo paradossalmente inner.
  Quando gustare un gelato alla fragola può creare interi universi narrativi (forse brevi, se consideriamo il numero di pagine un metro di misura, ma certamente ricchissimi).

Cesar Aira: scrittore e traduttore argentino (n. Coronel Pringles, Buenos Aires, 1949). Annoverato tra i più influenti autori latinoamericani, ha all’attivo più di sessanta pubblicazioni; tra queste racconti, romanzi e testi teatrali, ma anche numerosi saggi e articoli di critica letteraria. Oltre a essere un prolifico traduttore, A. è considerato un esperto dell’opera di O. Lamborghini e A. Pizarnik (suoi connazionali) e dei grandi poeti del simbolismo francese (fra tutti S. Mallarmé). Tra i lavori più recenti si ricordano Las aventuras de Barbaverde (2008), El error (2010) e El marmol (Il marmo, Sur edizioni: 2014) (2011); gran parte della sua produzione è disponibile per il mercato italiano. Allego qui un'intervista a Cesar Aira apparsa sul Blog di Suredizioni e, sempre sul medesimo blog, l'elenco di pagine che trattano di Aira: qui.