"E di colpo percepisce in quella dichiarazione una minaccia. Qualcosa che si avvicina dalla parte del mare. Qualcosa che avanza trascinato dalle nubi scure che attraversano invisibili la baia di Acapulco."
Roberto Bolano, (da Ultimi crepuscoli sulla terra; Puttane assassine)

domenica 10 marzo 2019

La gamba sinistra, di Theodore F. Powys, Adelphi editore, trad. di Adriana Motti

A Madder si pensava che se un giorno il signor Jar fosse tornato nel villaggio sarebbe successo qualcosa.

  L'autore fin dalle prime due righe (qui sopra l'incipit) colloca l'azione in un villaggio, Madder (sarà specificato più in là che viene chiamato Madder di Dio, per distinguerlo da altri omonimi centri abitati: questo per sottintendere che ogni consesso umano è uguale all'altro, finanche nel nome). Madder sarà l'orizzonte entro il quale si svolgerà ogni azione, il microcosmo scelto da Powys per raccontare la sua storia. Inoltre, sempre nell'incipit, troviamo un altro un accenno che ha in sè una forza evocativa molto forte: il signor Jar, di cui non sappiamo nulla (e del quale assai poco sapremo nel corso del racconto) che potrebbe, un giorno, tornare al villaggio. Dunque Jar era un abitante di Madder che però in un imprecisato momento del passato se n'è andato. Quando e, soprattutto, il perchè del suo allontamento sono due domande implicite che il lettore da subito è obbligato a porsi. Ma c'è di più: se e quando il signor Jar tornerà, succederà qualcosa, questo è quanto si pensa a Madder. ma, perchè mai dovrebbe accadere qualcosa nel caso tornasse, e in un'eventualità positiva, cosa accadrebbe? Non lo sappiamo, ma il quesito (anzi, i quesiti) rimane ad aleggiare come una sorta di minaccia non espressa. Certo è che, di solito, quando ci si aspetta che accada qualcosa, qualcosa di indefinito come in questo caso, il primo pensiero corre a qualcosa di negativo, a qualche stravolgimento epocale, o a qualche disgrazia. E' un inizio folgorante che ha in sè molta dell'oralità dei racconti scambiati attorno al fuoco: si cinge un territorio e si lascia che una minaccia priva di forma e di volto volteggi in agguata, pronta a verifcarsi al primo momento utile. I pericoli sconosciuti, come le paure, sono quelli più terribili, perchè permettono alla fantasia di lavorare a briglia sciolta. A questo punto, in appena due righe, l'attenzione del lettore è già catturata. Ma, ottenuto questo primo risultato, Powys sembra dimenticarsi del laccio che ha legato attorno al collo del suo lettore e apparentemente senza rendersene conto lo strattona di qua e di là per le strade e i campi di Madder. Entrano in scena una miriade di personaggi (tanti, difficile stargli dietro), che si muovono nel villaggio come su di un palcoscenico (la tecnica di Powys ha indubbiamente dei debiti con la sensibilità teatrale), e l'autore li segue quasi fosse un telecamera a spalla che ognuno dei personaggi, spostando il proprio obiettivo poco alla volta che questi si incontrano gli uni con gli altri. La storia praticamente è tutta qui (non lo è ma è come se lo fosse). Ci sono degli intrecci che si sussegguono e che portano avanti la narrazione ma sono un espediente per permettere all'autore di fotografare non tanto Madder e i suoi abitanti, quanto il mondo e gli esseri umani tutti. Intanto, seguiamo bambini ruzzolare (i bambini a Madder sono come cuccioli di animali selvatici, ruzzolano tutto il giorno, o corrono, o corrono e ruzzolano), e uomini sbavare dietro alla bella del paese che, da parte sua, non vede l'ora di far del bene agli uomini, donne perennemente avvinghiate ai fornelli o piegate nell'orto, pecore nei campi, tori irrequieti, sacerdoti intenti a vedere solo quanto di paradisiaco li circonda, lasciando da parte tutto il resto, il matto del paese, Tom, che attraverso le stelle parla col signor Jar, e che, come un topo, s'infila in tutti gli intrerstizi della vita pubblica e privata del villaggio. E' Tom che vede tutto e anche se non è lui il narratore della storia nella realtà fittizia del libro, in assenza di un narratore onniscente, sarebbe l'unico a poter narrare la cronaca dei fatti dato che, nel suo perenne vagabondare, viene a sapere tutto ciò che accade in paese e nelle case dei suoi concittadini. E' lui che conosce tutti i segreti di Madder. E poi ci sono i due maggiori fattori di Madder, James Gillet, che perderà tutto a causa della sua infatuazione per Dio, e soprattutto Mew il fattore, l'incarnazione della cupidigia, colui che arriverà a possedere tutto il paese, abitanti compresi (Mew è un personaggio disgraziatamente shakespeariano), costretto a inseguire la sua brama di possesso fino all'autodistruzione. Ma cosa accade a Madder, sotto il velo del villaggio idilliaco e bucolico? Più o meno tutto o, quantomeno, tutto ciò che ha a che vedere con il sesso, il cibo e il possesso. I veri motori di ogni azione degli abitanti (e quindi, ci dice Powys, dell'umanità) sono questi tre elementi, le rare volte in cui i personaggi si ritrovano a parlare di altro (tempo, raccolto, pettegolezzi) lo fanno chiaramente in maniera svogliata, come riempitivo o per mascherare i loro reali pensieri (che appunto vertono sempre attorno a sesso, cibo e possesso). Le donne, e soprattutto le giovani donne, le ragazzine, apparentemente poco più che bambine, sono delle prede che girano per le strade e i campi di Madder con un bersaglio cucito addosso, consapevoli dei rischi che corrono. Tom il matto le rincorre e, a volte, le acchiappa, ma non è il solo. Chi non è impegnato in fantasie sessuali (che di tanto in tanto si realizzano in veri e propri stupri, anche se di stupri non si parla mai perchè la donna è una preda, consapevole di esserlo e, dunque, non c'è male alcuno a cacciarla; l'unico eventuale problema può derivare da una gravidanza susseguente alla violenza) è perso nei propri deliri, o religiosi o di onnipotenza; le donne, che sono più pratiche, sono dedite alla casa, al lavoro, all'orto, alle galline, alla cucina. Il ritmo del racconto ricalca lo scandire dei giorni, nei quali bene o male i rituali si ripetono, le persone si ritrovano a compiere gli stessi gesti, a sfuggire le stesse paure, a evitare (o a cercare, come nel caso dell'avvenente Minnie Caddy) gli stessi incontri, fino a che, non succede qualcosa, come ad esempio venir uccisi da un toro infuriato (la povera signora Patch, odiatrice seriale e grande schiacciatrice di scarafaggi), ma, nel ritmo perenne e monotono di Madder anche la morte, pur se violenta (così come d'altronde pure la sopraffazione, o la pazzia) viene accettata come qualcosa di naturale, incolore, da dimenticare per poterla far rinascere nel grande chiacchiericcio di paese. il narratore, terzo e onnisciente, è una sorta di catalizzatore di tutte le voci di Madder, è come se attraverso la sua voce fosse la cittadina stessa a raccontare le gesta epiche e banali al medesimo tempo, dei suoi disgraziati abitanti. L'intento (riuscitissimo peraltro) di Powys è chiaramente quello di mettere in scena l'umanità così come lui la vede. E in effetti il libro che ne scaturisce è un miracolo sospeso tra l'essere una parabola (ma la religione non è soluzione, è parte del problema, in quanto non permette all'uomo di vedere la propria condizione, come nel caso di James Gillet), un racconto noir, una novella realistica, una feroce piece teatrale, un racconto di zombie, un'epica comica, ed è infine un po' di tutto ciò, e quindi è qualcos'altro. Il quadro complessivo ne fa un trattato nichilista di sociologia, ma l'andamento lento della narrazione ha i ritmi dell'oralità di quei luoghi, e il tipico understatement inglese nelle mani di Powys diviene una sordina che smorza ogni afflato cerebrale o sentimentale: dietro la struttura villaggio, gli esseri umani che la abitano sono ancora in gran parte esseri neanderthaliani, semideficenti mossii da esigenze primarie, da visioni allucinatorie (come nel caso di Tom il matto e del signor Summerbee) o da ossessioni compulsive, solo le regole sociali contengono in un'apparenza accettabile il sostrato primitivo. Lo stesso Tom il matto, è tale perchè ci viene da subito indicato come tale, ma, a ben vedere, non è così diverso dai suoi concittadini cosidetti normali: anch'egli si muove spinto dai tre elementi vitali già indicati, e non in maniera più inconsapevole degli altri. Vale a dire: non è che Tom non sia matto, piuttosto se lo è (e lo è) allora anche gli altri abitanti non sono così diversi da lui.

Tom rispettava la madre e rispettava il signor Jar; era persuaso che fossero tutt'e due molto saggi. Ma ora che la madre si era messa a parlargli di lavoro, lui cominciò a dubitare della sua saggezza. 

  E su ogni aspetto della vita di Madder, si muove come un presagio o una minaccia, la figura assente di Jar (il vecchio Jar, Padre Jar, zio Jar), colui sul quale sono fiorite molte voci in paese, forse anche leggende: uomo capace di prendere in mano le stelle, caldarrostaio violento in fuga per il mondo, uomo buono e saggio e spirito vendicativo (quasi incarnazione di quella natura che assurge a coprotagonista del romanzo). Ne La gamba sinistra, il confine preciso tra esseri umani, animali e paesaggio inanimato, spesso vacilla, e sono per primi gli abitanti ad apparire confusi su queste divisioni: le donne sono cosiderate alla stregua di animali da preda, così le ragazzine, i bambini si comportano come cuccioli selvatici, e la natura viene spesso antropormofizzata e resa capace di sentimenti, antipatie e simpatie.

 Tutte le volte che Anne Patch andava in chiesa o nella bottega del signor Billy, si girava a guardare con diffidenza la montagnola, come se la sospettasse d'essere troppo amica dei bambini.

  In certi casi, come nel passaggio esemplare qui sotto, sembra che gli abitanti di Madder siano preda di fenomeni allucinatori che sfumano le differenze tra animato e inanimato fino a rendere i due mondi perfettamente sovrapponibili.

(Il signor Billy)... ebbe una visione. Alzò gli occhi a guardare: Minnie Cuddy era diventata una delle collinette di Madder, verde e cosparsa di timo. Stava lì distesa morbida e gentile, con le ampie membra coperte d'erba e i seni fioriti di boccioli gialli. Era così vasta che un gregge di pecore poteva starle in grembo. Il suo corpo disseminato di margherite era là per essere abbracciato da tutti gli uomini.

 Il perchè del titolo, La gamba sinistra, lo si scoprirà soltanto nelle ultime pagine di questo romanzo breve (85  pagine) che è una gemma, e un meccanismo perfetto.
  Un autore eccellente, capace di houmor nero sottilissimo, e dotato di una capacità di analisi sociologica come pochi, Powys entra nel novero dei grandi scrittori inglesi che hanno saputo fare della vita di un microcosmo (in questo caso Madder) lo specchio universale ed impietoso della condizione umana, uno specchio che ci restituisce l'immagine di un essere umano imbarazzante nelle sue (poche) capacità razionali e quasi incapace di alcun sentimento che non sconfini negli istinti primordiali: sesso, sopraffazione e sopravvivenza.
Il tutto, c'è da aggiungere, e non è un particolare di secondo piano, Powys lo condisce con uno houmor che rende questo quadro così cupo e sconcertante anche assai divertente (e, a tratti, lirico) 
  Un plauso alla Adelphi che ha scovato questo geniale cantore della pochezza umana.

Mary gettò un grido soffocato quando Padre Jar la tirò fuori dall'acqua. Era riuscita soltanto ad agitare le erbe sotto le quali dormiva un rospo.
  Il rospo sognò i seprenti. 

 
  Scrittore inglese (Shirley, Derbyshire, 1875-Sturminster Newton, Dorset, 1953). Fratello di Llewelyn e John Cowper, è considerato il più dotato dei fratelli Powys per la singolare qualità della sua opera, ispirata a una forma di panteismo cristiano, dove strettissimi sono i rapporti tra la vita e la morte, tra il concreto e l'invisibile. I suoi romanzi e racconti sono ambientati nel Dorset, dove aveva una fattoria, e sono calati in una circoscritta realtà contadina, nonostante l'uso continuo dell'allegorico e del grottesco che giustifica il paragone con Bunyan. Tra i più noti si ricordano: Mr. Tasker's Gods (1924; Gli dei del signor Tasker); Mr. Weston's Good Wine (1928; Il buon vino del signor Weston), considerato il suo capolavoro; Unclay (1931; trad. it. Il mietitore di Dodder).

Dal risvolto de La gamba sinistra:
  Fra i cantori del Male, di ogni epoca e lingua, un posto spetterebbe di diritto a T.F. Powys. Nessuno scrittore del Novecento è infatti riuscito a mostrare con la stessa infernale precisione dove il Male si annidi, per quali vie insospettabili agisca e quale effetto possa avere sugli uomini, così spesso ignari di porlo in atto. Come sempre Powys non ha bisogno di nominare il diavolo per farci avvertire la sua presenza: gli basta un dialogo smozzicato, un boccale di birra, l'odore del fieno. Ma forse mai come in questo breve romanzo la sua arte di narratore ha sfiorato la perfezione – con le sue accelerazioni improvvise, con i suoi giganteschi understatement e il suo humour di pece; con la sua capacità di muovere implacabilmente, e senza mai cedere al pathos, una ragnatela di personaggi nello spazio chiuso di un piccolo villaggio fuori dal tempo. E ancora oggi nella terribile concretezza di queste storie riconosciamo uno dei rari scrittori metafisici del Novecento.

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