"E di colpo percepisce in quella dichiarazione una minaccia. Qualcosa che si avvicina dalla parte del mare. Qualcosa che avanza trascinato dalle nubi scure che attraversano invisibili la baia di Acapulco."
Roberto Bolano, (da Ultimi crepuscoli sulla terra; Puttane assassine)

sabato 16 aprile 2016

La casa di carta, di Carlos Maria Dominguez, Sellerio editore, trad. di Maria Nicola

 Una docente universitaria di letteratura ispanica di Cambridge, Bluma Lennon, muore investita da un'auto mentre legge una vecchia edizione delle poesie di Emily Dickinson. Il professore che prenderà il suo posto (e io narrante del romanzo) riceve per posta un pacco destinato alla professoressa deceduta. Il pacco contiene un'edizione del capolavoro di Joseph Conrad, La linea d'ombra, che reca una dedica firmata dalla stessa Bluma per un certo Carlos Brauer, facendo riferimento ad una trascorsa notte di passione. Il libro, per assurdo, è ricoperto di tracce di cemento, come se col cemento fosse stato impastato, quasi fosse un mattone e non un libro. Da queste premesse prende l'avvio una detection dai modi garbati che si sposta prima a Buenos Aires e poi a Montevideo, in cerca del misterioso Carlos Brauer, e poco alla volta scivola verso un abisso di delirio al quale l'autore si affaccia senza peraltro mai immergervisi realmente. Sbircia la follia dagli argini del maelstrom, ma subito se ne ritrare, preferendo studiarne gli effetti su quanti hanno più o meno incidentalmente conosciuto Brauer (Delgado, e i pescatori della spiaggia di Rocha) e, soprattutto, sulla storia che si trova ad indagare, vale a dire quella tra stesso Brauer e la professoressa Bluma, fino ad ipotizzarne connessioni più o meno dirette con la morte stessa della docente.

  I libri cambiano il destino delle persone. Ci fu chi lesse "I pirati della Malesia" e divenne professore di letteratura in remote università. "Demian" condusse all'induismo decine di migliaia di giovani, Hemingway ne fece degli sportivi, Dumas mandò all'aria la vita di migliaia di donne, e non poche scamparono al suicidio grazie ai manuali di cucina. Bluma ne fu vittima. Ma non fu l'unica. Il vecchio professore di lingue classiche Leonard Wood rimase emiplegico ricevendo sulla testa cinque volumi dell'Enciclopedia Britannica crollati insieme ad un ripiano della libreria; il mio amico Richard si ruppe una gamba nel tentativo di Raggiungere "Assalonne, Assalonne!" di William Faulkner che, mal collocato su uno scaffale, causò la sua caduta dalla scala. Un altro mio amico di Buenos Aires si ammalò di tubercolosi nei sotterrnei di un archivio pubblico e conobbi un cane cileno che morì di indigestione dopo aver divorato "I fratelli Karamazov" in un pomeriggio di furia.

 La casa di carta è un romanzo (breve, 85 pagine appena) che parla di libri, dell'amore per i libri, dell'ossessione per i libri, e di come i libri interferiscano con la vita delle persone fino a modificarne i percorsi ed i destini. Ma non solo, ovviamente. In un gioco di rimandi e citazioni Dominguez intesse una riflessione su cosa sia la conradiana "linea d'ombra" e su cosa voglia dire stare al di qua o al di là di essa. Cosa succede quando Brauer perde il controllo della propria ossessione e si lascia fagocitare da essa, e dove lo condurrà la follia che lo abiterà, oltre la spiaggia di Rocha? Dove si perdono le tracce del suo destino? E in quale modo si sono intrecciate con quelle della professoressa Bluma?
E poi, come riferito da Delgado, come poteva Bruaer conoscere in anticipo la fine di Bluma.
  Quando Brauer perde la chiave ( o il codice, o la mappa) per orientarsi nella propria sterminata biblioteca, smarrisce il proprio orizzonte, e la sua vita va in frantumi. Ma il problema era nato prima, dalla sua improvvisa mania di catalogare i libri secondo una logica di affinità tra gli stessi.

Voglio dire che Pedro Paramo e "Il gioco del mondo" sono due opere di autori latinoamericani, ma se si vuole seguire il cammino dell'una è necessario risalire a William Faulkner, mentre l'altra ci porta a Moebius. O per dirla in altro modo: Dostoevskij finisce per essere più affine a Roberto Arlt che a Tolstoj. E, volendo essere più chiari, Hegel, Victor Hugo e Sarmiento meritano certamente di stare più vicini di Paco Espìnola, Benedetti e Felisberto Hernàndez.

  O forse la crepa che aveva dato il via alla catastrofe s'era presentata prima ancora, forse in un punto della storia che nè noi nè l'io narrante abbiamo modo di conoscere, forse in quella citata notte di passione vissuta anni prima da Brauer e Bluma. Perchè (e, in ogni caso:come?), altrimenti, Brauer, descrivendo la sua amante di una notte all'amico Delgado, era stato in grado di predire con precisione lancinante la morte?

... ho conosciuto un'ispanista inglese, molto carina,... una di quelle accademiche focose e petulanti, abituate a rivestire ogni cosa di citazioni letterarie, che se potessero scegliere il modo di morire vorrebbero finire sotto un'automobile mentre leggono Emily Dickinson.

  Dominguez intreccia un affascinante gioco di rimandi nel quale la bibliofilia è una malattia che rende più sopportabile l'esistenza, pur rovinandola, e dove, forse, l'unico colpevole della morte della professoressa Bluma, è un libro. O forse no. Dominguez, affabula, costruisce un meccanismo elegante che non si spinge alle estreme conseguenze della propia trama, ma che affabula il lettore e lo lascia a riflettere, in una casa di carta, sulla spiaggia di Rocha.

Carlos Maria Dominguez (Buenos Aires, 1955), è anche giornalista e critico letterario. I suoi romanzi e racconti, che sembrano colloquiare con i temi e le ispirazioni intellettuali provenienti dalle parti di Borges, Buzzati o Calvino, sono stati pubblicati in diversi paesi. La casa di carta è del 2001.
 

 

domenica 3 aprile 2016

Mumbo Jumbo, di Ishmael Reed, Minimum Fax editore, trad. di Anne Meservey

Scritto nel 1972, Mumbo Jumbo è una follia: contorta, sperimentale, incomprensibile; e incredibilmente lucida. Riportare qui la trama è un'impresa, e forse servirebbe a poco, non tanto perché, come ovvio, la trama non sia realmente importante, e non lo è, come non lo è mai d'altronde, quanto perché la commistione di generi e il caos (controllato) della narrazione di Reed rende oggettivamente difficile seguirla. Mi spiego: è difficile seguirla, coerentemente. In realtà si segue altro, che forse non è neppure il sottotesto, quanto il punto di vista. La sovversione letteraria in questo libro viene attuata dal cambio a 180° del punto di vista. Una rivoluzione copernicana. Non è un libro sulla cultura black né, per quanto per certi versi possa dispiacere al lettore in cerca di più o meno facili esotismi, un libro sul voodoo (e neppure sul jazz o sul dixieland) e tantomeno è un semplice libro con protagonisti di colore. Vado oltre, non è un libro sulla negritudine: Mumbo Jumbo si spinge follemente (la ironica follia - o la folle ironia - cervantina che non ci permette di capire fin dove ci troviamo di fronte alla realtà e fin dove siamo noi a scivolare nella follia, e a credere in essa) a rileggere la storia del mondo sotto una lente totalmente diversa da come il mondo l'ha sedimentata nel corso della sua storia. Il centro non è più la cultura occidentale, non c'è l'illuminismo nè la rivoluzione francese a fungere da perno, la realtà non si articola attorno ad interpretazioni marxiste nè fideistiche/cattoliche: la storia del mondo, a guardarla bene (ci dice Reed), è una lunga lotta tra il freddo razionalismo occidentale (il suo cercare una logica, progredire per gradi, confidare in un finalismo storico, nello scientismo, eccetera) e un principio dionisiaco-animista-caotico incarnato nell'epidemia di Jes Grew che di tanto in tanto emerge dal suo sonno carsico e, come un virus, invade le nazioni, facendole ballare, riportandole in contatto col ritmo matto e ossessivo che è il cuore pulsante del mondo. Quel ritmo che è il mondo primigenio, che dà la vita e porta alla morte, l'eco del caos pre-BigBang che ancora tutto permea, pur sotto un'apparenza di ordine e logica. Reed, nella sua partigiana e orgoglioso rilettura della realtà, va oltre, si spinge a cannibalizzare il punto di vista occidentale e a farlo proprio: c'è una cultura che, dall'inizio della storia, ha plasmato il mondo, e non è quella occidentale, bensì quella africana. Per fare questo imbastisce una storia che è un pazzo collage che ruota attorno ad una finta detection portata avanti da investigatori che (ovviamente) non sono tali: Papa LaBas e Black Herman. Siamo negli anni 20 e l'epidemia di Jes Grew si sta espandendo per gli Stati Uniti. La reazione bianca viene portata avanti dall'Ordine Wallflower in una complicata alleanza con i Cavalieri Templari. Jes Grew è musica, abbastanza virale e potente da mettere in forse la stessa sopravvivenza della società occidentale così com'è conosciuta, può sbriciolarne i pilastri, ma per raggiungere la massima potenza d'urto ha bisogno delle sue parole, del Testo. Jes Grew si espande in cerca del proprio Testo. Il testo dell'Opera. Attorno a questo scenario apocalittico, la grande guerra segreta tra l'Opera e l'Ordine Wallflower s'incarna in una serie di personaggi tanto sbilenchi da risultare, a volte, perfettamente credibili. La Grande Cospirazione muove le sue pedine, infiltra androidi neri nei giornali e nella vita pubblica e culturale perché questi smorzino la forza rivoluzionaria della Black Renaissance, ridicolizza la febbre di Jes Grew dipingendola come semplice isteria tardo adolescenziale con radici selvagge, neo animismo patologico, cerca in ogni modo di depotenziarla, utilizzando personaggi oscuri e improbabili che sembrano usciti pari pari dalle indagini sull'uccisione di JFK. Sullo sfondo del presente storico della narrazione, la Guerra Sporca degli Usa contro Haiti, e nel passato la reinterpretazione della mitologia egizia e del mondo magico esoterico in chiave black. Quindi: il dixieland e il jazz come possessione voodoo, come Jes Grew, che si allarga a macchia d'olio, che costringe i bianchi a ballare fino allo sfinimento, fino a crollare in terra esanimi e a morirne, o a non essere più sé stessi. Quindi: la reazione bianca attraverso l'Ordine Wallflower, smontare il contagio, limitarlo, denigrarlo culturalmente e non solo. La guerra sporca ad Haiti. Le antiche guerre tra dei egizi che incarnavano principi opposti (e in questa maniera pure lo spirito razionalista occidentale viene inglobato dalla cultura africano-egizia). La ricerca del testo dell'Opera. La magia come la vera Via, o semplicemente come la vera vita. Non c'è nulla di strano o affascinante nella magia che compare in Mumbo Jumbo, è semplicemente un altro modo di vivere: il modo di vivere. Anzi, il vero modo di vivere. La magia, o una certa forma di essa, sta nella capacità di Reed di combinare un pastiche che stravolge ogni aspetto delle certezze occidentali, demolendole (da notare le numerose note bibliografiche) e costringendo (in maniera divertita ma anche violenta, arrogante) ogni lettore a vedere il mondo con occhi nuovi, neri, africani, ascoltando un ritmo che è il cuore pulsante della storia, della vera storia di Jes Grew, del Mumbo Jumbo, del Libro, dell'Opera.


Ishmael Reed è nato nel Tennessee nel 1938. Tra gli scrittori afroamericani più conosciuti della sua generazione, è autore di romanzi, poesie e saggi, tra cui The Complete Muhammad Ali, una biografia del leggendario campione di boxe.

domenica 20 marzo 2016

Il punto cieco, di Javier Cercas, Guanda editore, trad. Bruno Arpaia

  Cos'è il romanzo (la forma-romanzo), e oggi è ancora vivo e vibrante o si è forse fermato, come sosteneva Alain Robbe-Grillet, all'800? E' stato salvato dal postmodernismo o è da esso stato condannato ad un'irrilevanza cinica e fine a sé stessa? Tutto nasce (e finisce) col Chisciotte cervantino o, nonostante tutto, il romanzo continua a vivere e a combattere con (o contro) di noi? E' un capolavoro La città e i capi, di Vargas Llosa? E Anatomia di un istante, dello stesso Cercas, è un romanzo, un saggio, un romanzo storico, è non fiction novel, o piuttosto un saggio romanzato o, ancora, un saggio scritto con le tecniche narrative proprie del romanzo, come predicato dal new journalism? Tutti questi interrogativi (e altri) trovano spazio nei quattro capitoli (più prologo ed epilogo) che compongono questo libro (La terza verità, Il punto cieco, La domanda di Vargas Llosa, L'uomo che dice no) e ruotano tutti attorno al concetto di "punto cieco", che dà il titolo al secondo capitolo e al libro stesso.
  Don Chisciotte è sano di mente o malato? Ecco il primo, il più alto esempio di punto cieco. Cervantes non ce lo dice, non lo esplicita. Tutto il Chisciotte è giocato sul filo dell'ironia e del paradosso, il paradosso di inanellare domande senza una risposta, o con molteplici risposte possibili. Il romanzo aperto, il primo esempio di romanzo moderno, Il Don Chisciotte, il capolavoro assoluto. In cosa consiste il punto cieco di cui Cercas parla? Nel territorio di incertezza che l'autore crea non fornendo al lettore tutte le risposte, bensì, chiamandolo ad essere parte attiva della costruzione del romanzo, ad immaginarsi le possibili risposte, e le ulteriori domande. Un centro cieco - un meccanismo che non si ferma ad essere semplice espediente narrativo - la cui prospettiva, paradossallmente, illumina il resto della narrazione e la permea di una sorta di moto perpetuo. Il romanzo come un pensiero sempre in movimento, che a sua volta genera altri movimenti, e che non trova in sè una conclusione.
 Mentre i romanzi a tesi costruiscono una storia che si svolge per attirare l'attenzione del lettore e condurlo per mano al finale che non sarà altro che la dimostrazione della tesi (implicita o esplicita) iniziale, i romanzi del punto cieco costruiscono (e al contempo cosituiscono) un meccanismo narrativo che lascia il lettore in uno stato di sospensione, in attesa di una risposta che non verrà mai, ma che fungerà da moltiplicatore di domande e di punti di vista.
  Il romanzo sarebbe dunque quello strumento che l'uomo ha creato per porsi domande, per complicare quelle che già si era posto, per mettere in dubbio le risposte che si era dato o, per dirla con le esatte parole di Cercas: 

  La risposta è la ricerca stessa di una risposta, la domanda stessa, il libro stesso.

 Attorno a questo assioma gli altri capitoli indagano sul perché della grandezza de La città e i cani, il primo romanzo di Vargas Llosa, uno dei grandi romanzi in lingua spagnola, del come sia possibile rendere una storia tutto sommato semplice, un capolavoro immortale. Di come un libro realista possa contenere al suo interno un punto cieco. E poi, esiste ancora il romanzo impegnato, e cos'è? Cos'è o, per meglio dire, cosa dev'essere, per il romanziere, "l'impegno"? E l'intellettuale è morto (Sartre lo è, da tempo, ma la figura dell'intellettuale, lo è?) o è più vivo e presente che mai? 
  Le riflessioni abilmente inanellate nei quattro capitoli di questo libro inquadrano un ragionamento più ampio che Cercas condivide col lettore sulla letteratura e sul suo ruolo nel mondo e nella storia, sul romanziere e sul suo ruolo nella società intessendo i diversi passaggi con riferimenti personali alla propria vita di uomo e scrittore e prendendo in esame la sua stessa produzione narrativa (Anatomia di un istante in modo particolare). La prosa piacevole, ricercata senza mai scivolare nella pesantezza, capace di sviscerare ogni argomento in un ritmo razionalmente cadenzato dal reiterarsi delle domande, rende Il punto cieco, una lettura vibrante, accessibile, indispensabile per chi ama la letteratura in ogni sua espressione e non smette di interrogarsi sul mistero di come sia possibile che l'arte di raccontarsi (e raccontare) storie sia così imprescindibile e vitale per l'essere umano.

Javer Cercas è un collaboratore abituale dell'edizione catalana di "El País" e del supplemento del sabato e dal 1989 è docente di letteratura spagnola all'Università di Gerona.
Ha raggiunto il successo con Soldati di Salamina (Guanda 2002), che in Spagna è arrivato alla quindicesima edizione; Il movente (Guanda 2004); La velocità della luce (Guanda 2006); La donna del ritratto (Guanda 2008); Anatomia di un istante (Guanda 2010); Il nuovo inquilino (Guanda 2011) e L'impostore (2015)

giovedì 18 febbraio 2016

In cerca di Klingsor, di Jorge Volpi, Mondadori editore, trad. di Bruno Arpaia

Klingsor è un personaggio del Parsifal di Richard Wagner e, nella finzione del libro di Jorge Volpi, il nome in codice di quell'entità che ricopriva il ruolo informale di consigliere scientifico di Hitler, colui che aveva modo di decidere (o, per meglio dire, di far decidere: a Hitler ovviamente che, di suo, verosimilmente, non ne capiva una mazza) quali ricerche avrebbero ricevuto fondi e quali no, quali scienziati avrebbero fatto carriera e quali sarebbero stato affossati cioè, in parole povere, Klingosr era colui che era in grado di decidere la direzione e le sorti dell'intera scienza tedesca (che, come sappiamo, all'epoca si estendeva dalla fisica quantistica a veri e propri deliri quali la teoria della terra cava e altre fesserie del genere). L'autore, Jorge Volpi, immagina che durante il processo di Norimberga venga fatto cenno a questo enigmatico Klingsor, in maniera superficiale e quasi casuale, da un oscuro aderente al partito nazista che subito nega di aver mai pronunciato quel nome. Nelle carte, viene cancellato, non ne rimane traccia, la Storia non avrà mai modo di raffrontarsi con Klingsor, ma chi era presente e ha udito, si mette in allarme. Gli Stati Uniti incaricano il giovane fisico Francis P. Bacon (da poco arruolatosi nell'esercito del suo paese per sfuggire a una opprimente realtà fatta di fisica e donne - due) di indagare e di scovare questo fantasmatico, e diabolico, soprattutto diabolico, Klingsor, sempre che esista, o sia esistito. La storia si articola su tre piani temporali, il presente, il 1989 nel quale il matematico Gustav Links si trova richiuso in un manicomio e racconta, il passato, cioè il 1946 nel quale Bacon e Links indagano alla ricerca di Klingsor, e il trapassato (chiamiamolo così), vale a dire l'epoca della gioventù dei due investigatori nella quale germogliano i prodromi che si andranno innestando nel futuro della storia. In special modo la gioventù di Links avrà una particolare rilevanza nel dare un ordine ed un significato al succedersi ed, anche, al precipitare degli eventi. A parte il piano del 1989 (il presente da cui Links narra), gli altri due sono in un certo qual senso uno lo specchio dell'altro o, per essere più precisi, gli avvenimenti che prendono forma in un piano temporale saranno speculari a quelli dell'altro piano. Mi spiego, i tradimenti che si consumano prima saranno una sorta di prequel di quelli successivi. Le vite di Bacon e Links, scienziati dalla mente fredda e razionale, vengono squassate e decise dall'irrazionalità dei sentimenti che provano per le donne che li circondano. La narrazione è un movimento perenne e ipnotico tra l'indagine e il conseguente sprofondo nella palude della storia del periodo, e la storia personale dei due protagonisti - il narratore è uno, Links, ma i protagonisti sono comunque due - costellata da passioni eccessive incapaci di concretizzarsi in altro che non sia un finale dai toni da tragedia (non greca ma germanica e norrena). Non solo l'indagine, ma tutto il libro è una immersione nella storia della fisica del novecento, a tratti forse troppo didascalica ma comunque efficace. Einstein, Bohr, Schrodinger, Von Neumann, Heisenberg, sono tutti personaggi che si muovono e parlano tra le pagine del libro, immersi nella realtà bellica dell'epoca, nella quale, ovviamente, nulla è come sembra, e le responsabilità di uno scienziato si decuplicano di fronte ai paradossi della storia. Procedendo nella lettura si viene condotti in una detection dove i mostri sacri della scienza di quegli anni (e quindi di tutti i tempi) si scontrano a suon di teorie e colpi bassi, dove sono le stesse teorie a scontrarsi (ad uscirne vincitrice sarà quella quantistica che cancellerà le certezze della fisica classica senza, in fondo, poterle sostituire con teorie nuove altrettanto granitiche: si torna al socratico "sapere di non sapere") e in mezzo a queste battaglie epocali i singoli, per quanto geni riconosciuti, si trovano a dover giocare un'ulteriore partita: da che parte stare? Fino a dove ci si può spingere ad usare la politica prima che non si ribaltino le regole del gioco e non sia la politica ad usarti? E come ti giudicherà la Storia (quella con la S maiuscola)?
  Il libro è solido e ben costruito, giocato più che non sulla spy story e sulle vicende sentimentali dei protagonisti, sulla storia del pensiero scientifico di quegli anni, una storia terribilmente affascinante o, per meglio dire, considerate le conseguenze che ha avuto sulla realtà e quelle che avrebbe potuto avere: una storia terribile ed affascinante. Il libro avrebbe potuto certamente essere meno didascalico e grondare più letteratura, ma immagino che avrebbe dovuto essere corredato da un apparato di note esplicative simil Infinite Jest di wallaciana memoria. La cosa che più risulta affascinante, per un profano, oltre che proprio la fruibilità della storia della fisica dell'epoca, è la struttura perfettamente riuscita del romanzo. I piani temporali, come già detto, le storie dei protagonisti che si specchiano tra loro e divengono premessa per quanto accadrà in seguito, tutto quanto richiama una costruzione perfetta e, paradossalmente, indefinita. Mi spiego: il romanzo è da considerarsi riuscito anche in un altro aspetto, a mio avviso il principale, vale a dire rendere, l'argomento principe della storia, cioè la fisica quantistica e il principio di indeterminazione, lo stesso principio che governa gli avvenimenti che costruiscono la storia stessa. Cioè: come non è possibile determinare la posizione di un elettrone in un determinato momento, così non è possibile decifrare l'identità di Klingsor. Le teorie che Links e Bacon formulano su chi possa essere (o essere stato) Klingsor, si scontrano coi limiti che la stessa fisica di quegli anni scopre in sé stessa: ovvero, (chi sia Klingsor) non è possibile stabilirlo con certezza. L'errore finale di Frank Bacon infatti sarà proprio quello tipico di un fisico classico, cioè quello di voler a tutti i costi trovare un colpevole (voler a tutti i costi definire dove diavolo si trovi il maledetto elettrone nel tale momento x). Rispetto ad un'indagine classica, nella quale il detective riporta l'ordine in una realtà governata dal caos, qui tutto il romanzo pare essere una spiegazione a posteriori di come (principio di indeterinazione dixit) il caos non possa essere cancellato, e l'ordine non possa essere altro che un apparenza (leggi: errore). Il mondo della prima metà del novecento descritto ne In cerca di Klingsor è un mondo devastato dal caos sulfureo e tragico di una guerra mondiale che non trova conforto neppure nella sua intellighenzia, la quale deve chinare il capo di fronte ai propri limiti (e anche qui il paradosso: lo sforzo estremo di superarsi della scienza la porta inesorabilmente al "trionfo" di prendere atto dei propri limiti).

  Il mondo nelle mani di un sanguinario illogico ed irrazionale si scopre in balìa di leggi fisiche impossibili da addomesticare ad una razionalità umana. Un mondo privo di certezze che trova nella fisica dell'indeterinazione, della casualità e del dubbio la strada per radere al suolo l'umanità, fare tabula rasa e ricominciare da capo. Ma nessuno sa chi sia Klingsor.

Jorge Luis Volpi Escalante (Città del Messico, 10 luglio 1968) è uno scrittore, saggista e accademico messicano, con Eloy Urroz, Ignacio Padilla e Pedro Angel Palou, fondatore negli anni novanta della Generación del crack (Crack Movement). Attualmente lavora a Puebla, presso la Fundación Universidad de las Américas (UDLA).
Studia Giurisprudenza e Letteratura presso l'Universidad Nacional Autónoma de México de la Ciudad. Lavora come avvocato per due anni, poi si decide a diventare scrittore di professione.
Contribuisce significativamente a fondare il Crack Movement, convinto che la Letteratura latinoamericana debba andare oltre il Realismo magico dei tempi d'oro e che la Letteratura messicana debba concentrarsi più su se stessa. Lui in particolare guarda a Juan Rulfo, Carlos Fuentes e Octavio Paz come ai modelli da seguire, mentre Padilla, ad esempio, si dimostra più legato a Borges.
Nel 2007 viene eletto direttore del Canale 22, l'emittente culturale sponsorizzata dal Governo messicano.
Ha raggiunto una certa fama grazie al romanzo En busca de Klingsor (In cerca di Klingsor), pubblicato nel 1999, al termine dell'avventura Crak Movement; per esso vince il Premio Biblioteca Breve.
  In italia pubblica anche: Non sarà la terra (2010) e Memoriale dell'inganno (2015)

domenica 7 febbraio 2016

Dell'eleganza mentre si dorme, di Emilio Lascano Tegui, Barney edizioni, trad. di Raul Schenardi

  Ripescare cadaveri nella Senna significa divenire una piccola celebrità locale, soprattutto se sei un bambino e il fascino della morte, da quel momento in avanti, ti è saltato in collo e non ti ha più abbandonato. La voce narrante del libro vive a Bougival, un borgo alle cui spalle scorre la Senna, dispensatrice più che altro di corpi gonfi e banchettati dai pesci, e Bougival è, per la narrazione, un mondo a sé, distante in ugual misura da Parigi come da New York, o da Buenos Aires, vale a dire lontanissimo. Da tutto. Una distanza siderale che lo divide dal resto dell'universo, come se il borgo stesso fosse sprofondato in un fossato (se non proprio un buco) spaziotemporale dal quale potrebbe, forse, solo spiare il resto dello scorrere del tempo, se solo ne fosse interessato. Bougival (che possiamo immaginare sia la trasposizione letteraria di Concepción del Uruguay, la cittadina della provincia argentina di Entre Rìos, nel quale l'autore è nato) è il palcoscenico della storia-nonstoria narrata da Lascano Tegui, ma al contempo è parte integrante della mente del narratore (e, quindi, presumibilmente dell'autore): lo spazio della narrazione è essa stessa narrazione, così come la storia che viene narrata è al contempo oggetto e soggetto della narrazione. La storia è la mente distorta (o l'anima piagata, o la fantasia, o più fantasie malate) del narratore. Il libro si apre con la premonizione di un delitto (secondo il procedimento utilizzato da Oscar Wilde ne Il delitto di Lord Savile), sussurrata con leggerezza, quasi si trattasse di un futile pettegolezzo e, dopo un ondivago dipanarsi di micronarrazioni dai tocchi noir, esistenzialisti, amenamente gotici, aforismi e considerazioni su aspetti a volta profondi e spesso (quando non al contempo) frivoli, si risolve con la conferma della predizione iniziale. Il delitto finale diventa quindi non tanto una forma d'arte quanto una parodia della stessa, unico sbocco al tedio cinico nel quale l'animo del narratore galleggia (non nuota, verbo che denota un'attitudine troppo attiva), lasciandosi pigramente trasportare da un pensiero ad un altro, da un aneddoto al seguente.

I pesci - mi riferisco a quelli della Senna - che arrivano a Bougival sono vecchi e stanchi. Conoscono l'intero trattato dell'arte della pesca. Quando mi metto a fischiare sulla riva, vedo che si divertono saltando fuori dall'acqua per godersi la musica. Invece, quando passano accanto alle canne tese non si girano affatto. I pescatori sono gente noiosa, non sono neanche capaci di fischiare.

  Il cocchiere, interlocutore privilegiato del narratore, è un prete spretato, che non riesce a concepire "romanzi se non in carrozza", inanella storie lugubri, immorali quando non addirittura amorali, e così gli altri personaggi che compaiono in maniera casuale nelle pagine a scansione diaristica del libro non sono altro che figure appartenenti a qualche narrazione o che, a loro volta, danno vita a nuove divagazioni, figure vuote che reagiscono agli urti della vita secondo asettiche logiche di azione-reazione, uomini o donne persi nell'umida brughiera di Bougival come negli anfratti più oscuri della propria esistenza, incapaci di offrire una resistenza (e tanto meno una resilienza) vera e propria agli urti ai quali vengono sottoposti. Passivamente soccombono agli orrori quotidiani. O, come nel caso di Gabriela, si riparano nella pazzia da orrori che pur sconvolgenti finiscono col colorarsi delle grigie tinte del quotidiano. Anche il sesso, pur se intinto nel sale della perversione e del proibito, finisce col lasciare il retrogusto amaro della delusione. Lo sguardo del narratore è quello di un dandysmo nichilista da bohème che, se nel diario si incarna spesso in un tono aforistico brillante, velocemente si spegne in una visione sartriana del mondo che diviene, pagina dopo pagina, sempre più cupa e paradossale. L'universo scruta Bougival con distacco, senza il minimo interesse, e questo sprezzo viene percepito dagli "abitanti del libro" che si sentono - e sono - orfani di un senso che permetta loro di muoversi alla ricerca di qualcosa di definitivo; il non senso ed il rimpianto che possiede le anime degli abitanti di Spoon River, è pane quotidiano per gli abitanti di Bougival già in vita. L'unica forma di ribellione che è data al narratore-protagonista è certo dandismo di maniera che marca un distacco dalle cose del mondo e da sé stesso. Il piacere del paradosso, il superamento della morale comune, una ricerca di stile pur se in una microcosmo (waste land) dove sono gli appetiti più bassi a farla da padrone (eros e thanatos), queste sono le armi che l'uomo si riserva per innalzarsi non già di fronte al destino quanto piuttosto rispetto al resto dell'umanità dolente che quel destino compone.

Bougival è popolato di vecchie. Le loro grandi facce riempiono i vetri delle finestre. Dio mio, come sono vecchie!... Ormai neanche la morte può convincerle, moriranno soltanto il giorno in cui si saranno stancate di sentir suonare le campane.

  E' lo sguardo, non la struttura, che rende l'opera di Lascano Tegui degna di elevarsi oltre il mero esercizio di stile, anche perché l'esercizio di stile è il fallimento di una terra desolata che non sa far altro che inghiottire un cadavere dopo l'altro, per poi risputarli nel corpo liquido della Senna.
  Lo stile di Lascano Tegui rimarca la sconfitta di un dandy (e il richiamo, l'ennesimo, a Wilde è d'obbligo) incapace di sopportare con leggerezza la mostruosità del reale, divenendone schiavo. I topoi del dandismo rimangono di maniera, una pratica che si svuota ma che eroicamente si ripropone come unica risposta ad un universo grottesco e senza senso.



   Emilio Lascano Tegui: nato in un paesino della provincia argentina di Entre Rìos, in una famiglia  modesta che presto si traferì a Buenos Aires, fu traduttore per l'Ufficio internazionale delle Poste. Poco più che ventenne viaggiò a piedi in Francia, Italia e NordAfrica, dove pubblicò (attribuendosi il titolo di visconte) una raccolta di versi accolta con entusiasmo dai circoli intellettuali. Nel 1913 visse a Parigi, dove strinse amicizia con Apollinaire e Picasso, e per sbarcare il lunario fece vari mestieri - venditore ambulante, arredatore, meccanico, dentista - mentre esponeva dipinti in importanti mostre collettive. In seguito ricoprì in veste di diplomatico diversi incarichi ufficiali che lo condussero a Boulogne sur Mer, Cherbourg, Parigi, Caracas (dove realizzò un gigantesco murale) e Los Angeles. Squisito maestro dell'arte culinaria, bon vivant, collaborò per tutta la vita a importanti pubblicazioni in patria e all'estero e fu uno dei precursori della nuova sensibilità modernista. Oltre a Dell'eleganza mentre si dorme, pubblicato per la prima volta a Parigi nel 1925, nel 1936 diede alle stampe altri due romanzi singolari, El libro celeste e Album de familia, e nel 1924 i versi di Muchaco de San Telmo. Dandy, provocatore, cosmopolita, morì a Buenos Aires.

lunedì 1 febbraio 2016

Il paese dell'alcol, di Mo Yan, Einaudi editore, trad. di Silvia Calamandrei

  Mo Yan è un premio Nobel, e va maneggiato con cura. Tutta la storia de Il paese dell'alcol va maneggiata con cura, perché è un gioco ad incastri, una narrazione su più piani, un sogno grottesco che sfuma in una realtà ancor più grottesca, dove ogni avvenimento è, o potrebbe essere, frutto di un incubo, o dei fumi dell'alcol, o corrispondere semplicemente alla verità. Un pastiche, un gioco d'ombre nel quale la figura dell'investigatore (quella che tecnicamente è la portatrice di ordine in un mondo permeato dal caos) si perde fin da subito in un teatro delle ombre che mette in scena una realtà ambigua, scivolosa e corrotta, che fiacca la volontà di Ding Gou'er confondendone la capacità di raziocinio.
   L'ispettore Ding Gou'er viene inviato a Jiuguo, il paese dell'alcol del titolo, per indagare su un'usanza barbara (e, ovviamente, illegale) che pare vigere tra le alte cariche del paese, una devianza immorale frutto della decadenza in cui versa la classe dirigente di Jiuguo: il cannibalismo. In un piccolo centro lontano dalle grandi metropoli che poco alla volta lotta per conquistarsi un posto al sole nel moderno panorama della nuova Cina, e che lo fa ritagliandosi fama nazionale per la propria enciclopedica produzione di alcolici e per una particolare attenzione ad ogni genere di prelibatezza (o efferatezza) culinaria, allevare bambini al fine di cucinarli per deliziare i palati dei potenti locali potrebbe essere non solo una cupa leggenda, bensì un orrenda realtà. Ma la natura stessa della città, sospesa tra una voglia di ricchezza e di futuro e un passato ancestrale e magico che non smette di lanciare le sue ombre sul presente, nonché sulla psiche collettiva della comunità, irretisce da subito l'ispettore e, in nome dell'ospitalità e delle usanze alcoliche del luogo, lo inebetisce a suon di brindisi e banchetti straripanti di ogni tipo di leccornia (non dimentichiamoci, e Mo Yan lo esplicita nel libro, che in Cina, si mangia tutto ciò che è vivo). La volontà, non propriamente ferrea ma comunque, almeno inizialmente, chiara di Ding Gou'er, svapora in una narrazione che rimane sospesa tra lo stile di realismo allucinato dell'autore e il vero e proprio delirio del protagonista. Dove inizi l'uno e dove finisca l'altro è uno dei diversi piani di lettura che Mo Yan lascia alla libera interpretazione del lettore. Per certi versi gli argomenti fulcro della narrazione (alcol e cibo per il reparto gola, sesso per la lussuria, e cannibalismo e violenza varia, armi, uccisioni, nani, fantasmi e via discorrendo) ne fanno un testo ai limiti (o oltre i limiti) del pulp. Ding Gou'er già prima di arrivare in città si lascia irretire dalla lascivia di una bella camionista di cui finisce per innamorarsi (o crede di farlo) e che lo caccerà in un mare di guai, ai quali ne seguiranno altri, senza soluzione di continuità. Questa linea narrativa però, che può essere considerata l'asse portante del libro, si interseca con le lettere che Li Yidou, un giovane ammiratore dello scrittore Mo Yan (e laureando in distillazione di alcolici), gli invia, a cui fa seguito la terza linea narrativa, quella dei racconti che Li Yidou sottopone al giudizio di quello che considera il proprio maestro. I racconti di Li Yidou hanno come tema l'alcol, la città di Jiuguo nella quale vive, e diversi personaggi che compaiono sia nel racconto di Mo Yan, che nelle lettere dello stesso Li Yidou a Mo Yan. La linea narrativa principale, si esaurisce presto in un vorticoso delirio che scimmiotta i generi e si perde in una sorta di loop privo di sbocco (è lo stesso Mo Yan, alla fine del libro, ad ammetterlo) e si risolve soltanto con l'entrata in scena dell'autore all'interno della sua stessa narrazione, nelle vesti contemporaneamente di personaggio e scrittore, entrata in scena che permette il ricongiungersi dei tre filoni di narrazione che si sciolgono in un ulteriore loop che ricorda il finale de L'inquilino del terzo piano, di Roland Topor.
  Pare che il libro sia una risposta allo sdegno dell'autore in seguito al massacro di Piazza Tienanmen:
sicuramente dipinge, architettando una struttura narrativa fortemente sperimentale, una Cina a tinte cupe, dove l'ancestrale e magica brutalità del proprio passato si innesta nella corruzione degli alti ranghi del partito ormai lanciati in una dissoluzione di ogni valore fondante che non sia un'orgia perpetua dei sensi, una corsa alla fama, al piacere e, in fondo, alla sopraffazione. L'ossessione del cannibalismo, non nuova all'immaginario cinese, è in questo caso una trasparente metafora di una nazione che cannibalizza sé stessa, nutrendosi dei propri figli. Giungendo anzi ad un grado ulteriore di decadente ed organizzata efferatezza: i bambini vengono concepiti e allevati apposta per essere venduti alla locale scuola di cucina e quindi cucinati. Sono, viene detto nel testo dalla suocera di Li Yidou, uguali ai bambini normali, in tutto e per tutto, ma non sono bambini, sono delle bestiole che vengono al mondo per essere smembrati, cotti, cucinati e serviti. C'è, in tutto questo, qualcosa della mostruosa macchina burocratica nazista: un'organizzazione pensata a mente fredda, finalizzata ad anestetizzare le coscienze, a penetrare nell'inconscio collettivo per modificarne la natura o, per meglio dire, ci sarebbe, perché la certezza del crimine in questo Il paese dell'alcol non trova mai una sua evidenza. Ding Gou'er perde il filo della sua indagine (a dir la verità, neppure lo trova mai) e il crimine rimane un interrogativo irrisolto. Mo Yan intesse un romanzo arcaicamente post moderno che vuole rappresentare una denuncia senza però esplicitare il proprio grido di sdegno, soffocandone lo slancio nell'ironia dei toni e nel vorticoso sussuguirsi di registri stilistici. La capacità dell'autore di maneggiare i suoi abituali materiali narrativi è giocoforza smorzata dalla complessità della struttura che rallenta la narratività della storia e la ingolfa nei continui rimandi tra i vari piani narrativi e nei personaggi che si rimpallano da un piano all'altro. E' lo stesso Mo Yan, nella doppia veste di personaggio e di autore, ad ammettere di aver perso il bandolo della matassa della storia di Ding Gou'er, e pare non farsene un cruccio, e proprio questa sua noncuranza è chiave di lettura di tutto il libro: non è importante la storia, nè se i bambini vengono o meno mangiati, ma la semplice realtà che un tale crimine possa essere immaginato e che nemmeno un ispettore inviato in loco riesca, non dico a risolvere il dilemma, ma neppure ad affrontarlo seriamente . Un ritratto di un paese che, ritrovatosi nel successo, perde sé stesso, che balbetta nel vedersi allo specchio, senza sapere se ridersi addosso, condannarsi senza appello o fingere indifferenza raccontandosi mille storie diverse che lo assolvano o, quantomeno, lo rendano meno colpevole ai suoi stessi occhi.


Mo Yan, premio Nobel per la Letteratura nel 2012, nasce nel 1955 da una famiglia numerosa di contadini poveri, a Gaomi, nella provincia dello Shandong. Nel febbraio del 1976 abbandona il povero e isolato paese natale per arruolarsi nell'esercito. Fa il soldato semplice, il caposquadra, l'istruttore, il segretario e lo scrittore. Nel 1997, congedatosi dall'esercito, inizia a lavorare per un giornale. Nel frattempo si è laureato presso la Facoltà di Letteratura dell'Istituto Artistico dell'Esercito di Liberazione Popolare (1984-1986) e ha ottenuto un Master in Studi letterari e artistici presso l'Università Normale di Pechino (1989-1991). Inizia a pubblicare nel 1981.
Fra le sue numerose opere narrative, Einaudi ha finora pubblicato Sorgo rosso, L'uomo che allevava i gatti, Grande seno, fianchi larghi, Il supplizio del legno di sandalo, Le sei reincarnazioni di Ximen Nao, Le rane, Le canzoni dell'aglio e Il paese dell'alcol. Delle sue undici novelle si ricordano Felicità, Fiocchi di cotone, Esplosioni, Il ravanello trasparente. Tra i racconti, Il cane e l'altalena e Il fiume inaridito, che Einaudi ha pubblicato nella raccolta di racconti L'uomo che allevava i gatti.
Ha anche scritto opere teatrali e sceneggiature cinematografiche come Sorgo rosso, Il sole ha orecchie, Addio mia concubina. Il film Sorgo rosso è stato premiato con l'Orso d'Oro al Festival del cinema di Berlino e Il sole ha orecchie con quello d'Argento. Nel 2005 gli è stato assegnato il Premio Nonino per la sua intera opera.

venerdì 15 gennaio 2016

2666 sostiene la pubblicazione di ¡Alemania, Alemania!, il primo romanzo di Felipe Polleri tradotto in Italia da Arcoiris edizioni


 Todos los libros del mundo estan esperando a que los lea*  (Roberto Bolaño)

 

 

Alemania Alemania! è un libro allucinato, un delirio a tre voci nel quale il suo autore, Felipe Polleri, ancora inedito in Italia (per poco), trasfonde tutta la sua poetica eccentrica. Il nazismo, il Reich, personaggi storici ed inventati che danzano lungo la fantasia folle del proprio autore.
  Felipe Polleri è uno scrittore che ha riscosso successo in Uruguay e Argentina, si sta ritagliando il suo spazio anche in Portogallo e Francia, in Spagna sta per sbarcare con Tusquets. Alcune opere sono in fase di pubblicazione negli Stati Uniti, in Messico e America Centrale. In Italia, tramite il crowdfunding, è prevista la pubblicazione del suo romanzo Alemania Alemania! verso il mese di Giugno per la collana Gli Eccentrici dell'editore Arcoiris (traduzione di Loris Tassi).

  Ogni nuovo autore è una scommessa, un salto nel vuoto, ma è anche e soprattutto un arricchimento per il paese che lo traduce, un viaggio nella mente di un artista sconosciuto, un dialogo che comincia senza sapere dove e a cosa potrà portare: * ogni libro del mondo è in attesa di incontrare i propri lettori.  Per questo 2666 sostiene e partecipa all'opera di traduzione e pubblicazione di Felipe Polleri in Italia e lancia l'hashtag #PortiamoPolleriInItalia.

  Cliccando da questo sito sull'hashtag chiunque può partecipare al crowdfunding per contribuire alla pubblicazione di Alemania Alemania! e ricevere le ricompense che la casa editrice offre a chi l'accompagnerà nel percorso di pubblicazione del libro, del mondo e della follia di Felipe Polleri in Italia.

   «Il linguaggio è allucinato, poetico, violento, e non si rispetta niente e nessuno. In quanto ai personaggi, a questi mostri che ho creato, non ho altra alternativa che farli esistere. In un certo senso io mi limito soltanto a trascrivere, a tradurre ciò che mi dicono». 
  Felipe Polleri 




¡Alemania, Alemania! (dal blog ed.Arcoiris)

   “Un romanzo alieno da cui non sappiamo staccarci. Già dalle prime parole, Polleri ci tiene in pugno; ne usciamo scossi e pieni di ammirazione davanti al genio letterario di uno scrittore assolutamente straordinario, non classificabile”.
Si tratta di ¡Alemania, Alemania! dell’uruguayano Felipe Polleri, uno degli scrittori latinoamericani più sorprendenti degli ultimi anni.
La storia si svolge durante la Seconda Guerra Mondiale in vari Paesi: l’Inghilterra bombardata, la Germania nazista, la Spagna e l’Uruguay. Eppure non si tratta... (Continua a leggere)




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  Un titolo del genere, soprattutto di questi tempi, ricorda il sinistro Deutschland über alles, fa pensare a un saggio di economia o di storia (magari all’ottimo Anschluss. L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa, di Vladimiro Giacché) ed evoca il cupo scenario di un IV Reich che sorge sulle macerie del «sogno europeo». Ma non si tratta di questo, se non in modo tangenziale (fin dalle prime pagine si evocano infatti le ceneri del ghetto di Varsavia, e la Seconda Guerra Mondiale, con al centro la Germania hitleriana, è uno degli assi tematici del libro). ¡Alemania, Alemania! in realtà è il titolo del più recente romanzo di uno scrittore uruguayano ancora sconosciuto da noi: Felipe Polleri.
Lautréamont, Horacio Quiroga, Felisberto Hernández, Juan Carlos Onetti, Armonía Somers, Mario Levrero: l’Uruguay è una fucina di scrittori “raros”: rari, o strani, secondo una definizione ormai classica e un po’ abusata. L’ultimo, in ordine di tempo, di questa stirpe è Felipe Polleri, classe 1953, che a proposito di questa classificazione ha le idee molto chiare: «È un’etichetta che nasconde un retropensiero: “invece di leggerlo, diciamo che è un altro scrittore raro”. Essere scrittori in Uruguay è una cosa rara perché, diciamo, poco vantaggiosa. Dev’essere una... (Continua a leggere)






lunedì 4 gennaio 2016

Gli informatori, di Juan Gabriel Vasquez, Ponte alle Grazie editore, trad. di Enrico Passoni

Non lasciatevi ingannare (o, meglio ancora: fatevi ingannare): Juan Gabriel Vasquez non vi sta parlando del tema del libro, che si tratti di narcotraffico o di nazisti in sudamerica, di fumettisti famosi, della storia della Colombia o di Jospeh Conrad, lo scrittore: sotto sotto tratta sempre di altro. Nel caso de Gli informatori, ad esempio, tratta del potere e dei limiti - soprattutto dei limiti - della parola. Quella orale, classica ed altisonante nel caso di Gabriel Santoro padre, di quella scritta nel caso di Gabriel Santoro figlio. E poi, anche, del tema del perdono, della colpa, anzi, delle colpe dei padri che ricadono sui figli. Del tempo che scorre, dell'insesorabilità del tempo che scorre e di come le colpe si situano nel tempo e, a volte, forse spesso, lo pieghino a proprio piacimento. Poi, c'è la storia, che ti tiene attaccato al libro e ti costringe a voltare una pagina dopo l'altra, una storia appassionante, narrata con perizia classica, attraverso una struttura solida e uno stile ipnotico che, apparentemente, non cerca mai di mettere in mostra sè stesso ma si pone al servizio della narrazione, E la storia, in questo caso, è la storia con la esse minuscola della famiglia Santoro, anzi, di Santoro padre e Santoro figlio, incastonata in una frazione poco conosciuta della grande Storia: l'emigrazione tedesca in SudAmerica, in questo caso in Colombia, e il destino degli immigrati teutonici quando la Colombia si schierò sullo scacchiere internazionale contro quello che oggi definiremmo l'Asse del Male, vale a dire Germania, Italia e Giappone. Vennero poste in essere delle Liste Nere, e chi vi veniva iscritto perdeva sostanzialmente i diritti civili, veniva isolato in luoghi di costrizione, spesso a dir la verità anche piacevoli, quali hotel di lusso, ma soprattutto diveniva agli occhi della società un reietto dal quale tenersi lontani a qualsiasi costo. La catastrofe sociale ed economica era inevitabile conseguenza e corollario dell'iscrizione nelle liste. Ovviamente, come sempre capita in questi casi, vennero rovinati immigrati onesti che nulla avevano a che spartire col nazismo e al contempo vennero salvati nazisti veri e propri. Il libro ripercorre quest'anfratto semisconosciuto della storia (almeno da noi in Europa, almeno dai più) e ne analizza gli aspetti psicologici dei protagonisti (protagonisti loro malgrado). Gabriel Santoro padre è un eminente avvocato e un ancor più famoso oratore, devoto alla parola e studioso dei retori classici e dei loro discorsi, vedovo, vive da solo in una sorta di eremitaggio cittadino, in rotta col mondo e soprattutto con il figlio, suo omonimo, reo di aver scritto anni addietro un libro sulla vita e sui ricordi di Sara Guterman, ebrea, anch'essa sfuggita all'ascesa del nazismo in patria e amica intima di gioventù del padre. Dalla sua pubblicazione Gabriel Santoro padre ha attaccato pubblicamente il libro del figlio, ridicolizzandolo, e vendendolo al mondo come puro e semplice spreco di carta. Perchè il contenuto di quel libro lo abbia sconvolto tanto risulta per Gabriel Santoro figlio del tutto incomprensibile. La situazione rimarrebbe in uno stallo perenne se non intervenisse un'operazione al cuore a sparigliare le carte. Il padre, mettendo in conto l'eventualità di non uscire vivo dalla sala operatoria, riallaccia i rapporti col figlio, dando così il via ad una serie di eventi che lo porteranno a scoprire l'amore e l'ebrezza di una seconda vita ivi comprese le possibilità che questa porta con sè, inclusa la personale utopia di porre rimedio agli errori del passato. Al più grande errore commesso nella sua gioventù. Ma, è realmente possibile avere una seconda chance? Cancellare le proprie colpe? Non è forse un peccato di superbia immaginare di poterlo fare? E, non è forse che le colpe si lavano solamente portandone il peso?
  Il narratore, Gabriel Junior, scoprirà non solo una parte della storia del proprio paese che non aveva mai approfondito realmente, ma soprattutto svelerà a sè stesso l'anima scura che il padre si portò dietro, mascherandola sotto le sue doti retoriche e il carattere burbero e inflessibile, per tutta la vita.
  Per identificare quale sia il tema di fondo che Vasquez tratta (sempre), bisogna in qualche maniera estraniarsi dalla malìa dello stile, liberarsi dai fardelli (piacevoli) della storia, e tendere l'orecchio. Allora ci si rende conto. Vasquez è eccezionale, padroneggia mezzi stilistici e strutturali che in pochi possono vantarsi di possedere, non intreccia più fili narrativi, come sarebbe logico aspettarsi, ma diversi piani di lettura. In questo caso, nell'ordine: la storia degli immigrati tedeschi in colombia all'epoca della guerra mondiale, la storia di Gabriel Santoro senior, la storia di Gabriel Santoro junior (narrata nel libro da sè stesso, autore e personaggio del suo secondo libro dopo quello su Sara Gutterman, vale a dire proprio Gli informatori), una riflessione sulle illusioni e sui limiti della parola, sul rapporto tra colpa e redenzione, tra padre e figlio, tra esseri umani e tempo. Ognuno di questi temi è sviluppato con un'attenzione certosina ad ogni minimo spasmo psicologico dei protagonisti, Vasquez analizza ogni possibilità e tutte le conseguenze di ogni possibilità. Poi, però, in fondo, c'è altro: la percezione che vivono tutti i personaggi, a loro stessa insaputa viene da dire, della caducità del reale. Ogni vita (e ogni storia che la racconta) vibra di angosce innervate nel proprio intimo (nell'inconscio) di quella sensazione impalpabile che porta la certezza che ogni vita è sempre in bilico sulla sua stessa estinzione. Il passaggio umano, il rincorrersi delle storie che gli uomini generano (e che gli uomini, in effetti, sono), la prospettiva di una fine che se non sempre è imminente (ma potrebbe comunque esserlo) è comunque sempre certa. I personaggi di Vasquez cercano invariabilmente qualcosa nel loro passato o nel passato altrui, tentano disperatamente di fermare quel qualcosa, per poterlo analizzare e spiegare, per trovare un senso, e finiscono nel loro viaggio a ritroso a dover fare i conti col presente, col tempo che intanto è trascorso, s'è fatto sottile, s'è fatto nebbia, è incerto, labile, come un vecchio, come la fine che si avvicina e che rende tutto, per quanto tragico sia, una solenne buffonata. Una di quelle buffonate che non sfociano mai in un riso liberatorio, ma che si cristallizzano in un lieve ghigno incredulo, nella malinconia di quello che è stato, di quello che non è stato, di quello che sarà, pur non avendo senso, pur non lascinadosi afferrare, nè con le parole, nè coi libri.

Juan Gabriel Vásquez è nato a Bogotà nel 1973. Scrittore sudamericano di primissimo piano, tradotto in sedici lingue, ha conseguito un grande successo internazionale di critica e di pubblico con i suoi romanzi. Gli informatori (Ponte alle Grazie, 2009) è stato scelto come uno dei romanzi colombiani più importanti degli ultimi venticinque anni dalla rivista “Semanal”, è arrivato finalista dell’Independent Foreign Fiction Prize e ha attirato gli elogi di autori come Mario Vargas Llosa e John Banville. Storia segreta del Costaguana (Ponte alle Grazie, 2008), magnifico omaggio alla storia colombiana e all’opera di Joseph Conrad, si è aggiudicato il Premio Qwerty a Barcellona e il Premio Fundación Libros & Letras a Bogotà. Il rumore delle cose che cadono (Ponte alle Grazie, 2012), oltre agli elogi di scrittori del calibro di Edmund White e Jonathan Franzen. Si è aggiudicato il Premio Alfaguara 2011, il English Pen Award 2012 e il Premio Gregor von Rezzori-Città di Firenze 2013. Vásquez ha inoltre vinto due volte il Premio Nacional de Periodismo Simón Bolívar e nel 2012 gli è stato assegnato il premio francese Roger Caillois per l’insieme dell’opera. Feltrinelli ha pubblicato Le reputazioni (2014).

giovedì 31 dicembre 2015

La sfilata dell'amore, di Sergio Pitol, Gran Via edizioni, trad. di Stefania Marinoni

Nel 1973 il protagonista, Miguel Del Solar, storico, fresco autore del libro L'anno 1914, torna dall'Inghilterra e si trova di fronte al lussuoso Palazzo Minerva, colonia Roma, Città del Messico, dove ha abitato da bambino. Ed è il luogo (il palazzo Minerva appunto), rivissuto con gli occhi della memoria, che gli riporta alla mente un fatto di sangue accaduto nel lontano 1942. Una festa nell'alloggio di Delfina Uribe, donna sofisticata ed intellettuale, proprietaria di una rinomata galleria d'arte, maestra d'eleganza di quegli anni spudorati e sinistri che lanciano il nuovo Messico nella modernità cosmopolita e patinata che l'elite internazionale richiede come palcoscenico delle proprie vanità, si trasforma in tragedia: un ragazzo, Erich Maria Pistauer figlio adottivo del misterioso zio di Del Solar, Arnulfo Briones, viene ucciso in strada da un colpo di pistola. Assieme a Pistauer viene ferito gravemente anche il giovane figlio di Delfina, Ricardo, che di lì a poco morirà a causa delle conseguenze del ferimento, e Balmoràn, un sinistro giornalista. Ma, cosa accadde realmente quella sera? Il fiuto dello storico di Del Solar (che intanto comincia a farsi solleticare dall'idea di scrivere un altro libro, questa volta sul 1942, l'anno in cui il Messico entrò in guerra dichiarando guerra a Germania, Italia e Giappone) lo porta ad intuire che quella sera, per il breve tempo degli attimi della sparatoria, emerse in superficie un intricato mondo sotterraneo che avviluppava, soffocandola, la società dell'epoca, Ma cos'era realmente quell'insieme di interessi, passioni, odi e quant'altro che sfociò in un omicidio (e, forse, anche in uno successivo, quello di Arnulfo Briones, anni dopo) apparentemente senza motivo? E perchè gli inquilini dell'epoca paiono così reticenti a parlarne? Ognuno, sollecitato da Del Solar, si perde in ricostruzioni parziali e superficiali che fungono da espediente per parlare di sè, delle proprie glorie o delle proprie disgrazie, delle piccinerie che asfissiano il corso della storia (e, più in generale, della Storia). Immigrati europei che fuggono dalla guerra, tedeschi che non lasciano trapelare le loro simpatie politiche, intellettuali a la page, giornalisti paranoici, messicani altolocati che vivono gli ultimi fulgori del loro (ormai finto) benessere e figli di gente semplice che giunge ad occupare la nuova ribalta, odi, pregiudizi ed invidie. Il centro del maelstrom è forse un castrato dalla splendida voce che avrebbe incantato le platee di mezzomondo finendo poi in disgrazia per peccati indicibili? O i mille traffici misteriosi di Arnulfo Briones? Qualcuno voleva, per qualche interesse oscuro, affondare la famiglia Briones? O il bersaglio era la nuova moglie (tedesca) di Arnulfo? O forse il figlio di Delfina Uribe e, attraverso di lui, la stessa famiglia Uribe? Sono reali le recriminazioni della logorroica zia Eduviges o sono solo il frutto di una mente pettegola e limitata, ormai votata al decadimento? O hanno sostanza le allusioni velenose di Balmoràn? Del Solar passa da uno degli inquilini all'altro, più volte, scava con pazienza, sempre convinto che quell'episodio criminale nasconda qualcosa di più di un improvviso scatto di violenza insensata, immaginando che possa essere preso a simbolo di un'epoca ormai passata, ma ancora troppo vicina per essere scandagliata a fondo dalla lente della ricerca storica. Viene rimbalzato da una voce dissonante ad un'altra fuori dal coro e il mosaico che cerca di comporre non trova forma. Chi era Martinèz, il tirapiedi di Briones? Che ruolo aveva? E quali erano gli affari che costrinsero Briones ad una vita piena di segreti e ad una morte, forse, violenta? Pitol, con la sua affabulatoria maestria ci porta per mano tra le beghe di un condominio e, così facendo, ci apre uno squarcio sulla storia recente del Messico, ma solo per allusioni, per ipotesi, per ellissi; assieme a lui dobbiamo farci largo in un mare di punti di vista umani, troppo umani, tra versioni che sembrano avere come unica finalità quella di non portare mai alla verità.
  Le verità, specie quando troppo vicine nel tempo, sono parenti scomodi che si preferisce non mostrare in società, al massimo alludervi, per poi tornare a parlare di sè stessi.
  Pitol tesse un romanzo complesso e corale, intrigante, che porta il lettore da un inquilino all'altro per non portarlo (apparentemente) da nessuna parte.

  Il rischio di spaesamento lo corre in particolar modo il lettore italiano che, non conoscendo presumibilmente lo sfondo storico e politico del Messico dell'epoca, si trova a leggere un testo che continuamente vi allude. Il testo, nell'ottima traduzione di Stefania Marinoni, avrebbe dovuto essere arricchito da un apparato di note che chiarisse il contesto storico. Resta l'opera meritoria dell'editore Gran Via, che ha portato al lettore italiano un gioiello della letteratura messicana.

Sergio Pitol (1933) è uno dei principali scrittori messicani viventi. Sin dagli inizi ha affiancato all'attività letteraria la carriera diplomatica e l'attività di traduttore (Austen, Vittorini e Conrad tra gli altri). Dal suo esordio nel 1959 ha pubblicato venticinque opere di narrativa. In Italia sono stati tradotti: La vita coniugale e Il valzer di Mefisto, e La Divina.

domenica 13 dicembre 2015

Il cartello, di Don Winslow, Einaudi editore, trad. di Alfredo Colitto

Ottantamila vittime, e tutto ciò che abbiamo fatto è stato incoronare un altro re. E il nuovo re è il vecchio re.

  Torna Don Winslow e il suo Signore della frontiera, Art Keller, e le porte dell'inferno si spalancano per la seconda volta sul palcoscenico della (narco)follia umana. Dopo Il potere del cane la guerra alla droga torna ad essere la protagonista della narrazione dai toni secchi ed epici di Don Winslow e, ancora una volta, il risultato è un libro magnifico, disturbante, teso allo spasimo, violento, cupo ed adrenalinico, un romanzo di genere (un genere per certi versi creato dallo stesso Winslow) che però non si sottrae dal condurre i propri lettori ad una riflessione non tanto sulla sorte della guerra alla droga (che è quella di Don Chisciotte coi suoi mulini a vento) quanto sulla stessa natura umana. Art Keller è lontano, si occupa di curare le api in un convento e in cuor suo, se pensa a qualcosa, se immagina un futuro, lo immagina uguale a quel suo presente: immutabile, cadenzato, silenzioso e, soprattutto, pacifico. Il suo destino però è un altro. Adàn Barrera lo vuole morto, ha messo una taglia sulla sua testa, e così facendo lo richiama nel campo da gioco. Se ne Il potere del cane, Barrera traghettava il narcotraffico nell'era moderna,  impastandolo con l'economia legale fino a renderli indistinguibili l'uno dall'altra, ora deve riconquistare il suo posto all'interno del composito e movimentato puzzle di cartelli in lotta tra loro per tornare ad essere il Signore dei cieli o, per dirla all'italiana, il Capo dei capi. Ma negli anni trascorsi, il narcotraffico ha superato la modernità stessa e si è proiettato in un futuro che è a tutti gli effetti la peggior caricatura di medioevo possibile; Il Messico diventa così una sorta di Dune, un presente a tal punto folle da risultare fin troppo simile ad un futuro incarnato in una anarchia violenta e primitiva nella quale l'unica legge è quella della bruta sopraffazione. Ogni messicano sa che può morire di morte violenta in qualsiasi momento, senza alcun motivo apparente. O semplicemente senza alcun motivo effettivo. La guerra è dilagata e ha inglobato in sè ogni aspetto della società messicana, dalla sfera politica fino alla realtà dell''uomo comune. I narcos sono semidei cafoni e sociopatici che possono decidere della vita o della morte di chiunque, e come gli dei dell'antichità si sfidano per dimostrare l'un l'altro la propria onnipotenza. I Los Zetas passano da essere la milizia privata del Cartello del Golfo a vero e proprio cartello a sè, sparigliano le carte ed innalzano lo scontro ad un grado di barbarie mai visto. I morti si contano a decine al giorno, la tortura rappresenta un mezzo accettato per estorcere informazioni o anche solo per dimostrare la propria forza, per intimorire il nemico e la popolazione civile o, semplicemente, come sfogo di una perversione mentale che finisce con l'infettare collettivamente l'inconscio della nazione. La spirale di violenza si autoalimenta dei propri crimini generando nuovi criminali. L'uso politico della violenza e delle barbarie al servizio del commercio di droga che, col tempo, pur rimanendo il motore immobile che tutto muove, passa in secondo piano. Non è più solo questione di droga, è questione di potere in quanto tale. Si tratta di una guerra civile vera e propria che solo pochi individui hanno deciso di scatenare ma che tutti i messicani si trovano a combattere. Art Keller è mosso dalla sete di vendetta nei confronti del vecchio nemico di sempre Adan Barrera, ma col cambiare della alleanze e delle nuove priorità che, col mutare dello scenario politico, si vengono ad imporre, si troverà nella scomoda situazione di suo alleato. Juarez, centro della narrazione di Winslow, passata l'ondata di femminicidi, si trova ad essere sommersa da una realtà che pare essere fuggita direttamente dalla mente di un pazzo sanguinario: ormai le morti si ripetono incessantemente col passo funebre di una grigia normalità, il comando delle operazioni pare essere sfuggito di mano anche ai cartelli e gli omicidi che vengono commissionati alle gang locali non si capisce più da chi siano stati ordinati. I singoli sicarios, spesso giovani poco più che bambini, non capiscono per chi stanno lavorando, e al contempo non sanno da chi guardarsi le spalle. Non sapendo chi è il tuo capo e chi il tuo possibile assassino, si diffida di tutti e, spesso, si uccide tutti. La paranoia prende possesso di Juarez, di tutta la regione e delle menti dei suoi cittadini. Keller, osteggiato dalla polizia messicana corrotta, si dibatte in una corsa contro il tempo per uccidere Barrera, ma Los Zetas e la loro brutale follia omicida lo obbligano a cambiare, almeno temporaneamente, obiettivo. Vedrà morire giornalisti, donne, amici e si vedrà condannato a sopravvivere ad ognuno di loro. Si domanderà sempre più spesso se la guerra, quella guerra, ormai non lo abbia reso uguale ai narcos che combatte. Sull'impianto della reale storia recente della guerra al narcotraffico, il libro intesse la parabola umana di Art Keller e della sua utopica e sporca lotta contro i suoi personali mulini a vento, ma Il cartello è molto di più. Uno squarcio su un inferno reale, sulla pochezza di mezzi che l'umanità ha per opporsi a tale voragine, uno sguardo antipsicologico  e antisociologico sulla realtà messicana e sulle persone che quella realtà hanno creato ed imposto ad un intero paese. Il potere del cane e Il cartello sono l'Iliade e l'Odissea della guerra al narcotraffico e due opere imprescindibili della moderna letteratura e Winslow è il moderno Omero che canta una realtà fatta di dei sadici che al riparo dei loro personali monte Olimpo scatenano una carneficina dietro l'altra per soddisfare la vanità atavica di chi deve dimostrare di possedere il potere assoluto. La droga, che crea la ricchezza che tutto muove, diventa solo il mezzo per soddisfare tale vanità, e la violenza a sua volta il mezzo per ottenere la droga (o, per meglio dire, le plazas dalle quali farla transitare). I morti, innocenti o meno, non sono altro che i sacrifici che questi moderni dei sociopatici esigono come tributo alla loro follia. Perchè in Messico, perchè a Juarez? Perchè è il punto di incontro tra il paese che è il maggior consumatore mondiale di droga e il paese dal quale transita il maggior quantitativo di droga al mondo. Ormai la supplica Salvami dalla spada, dal potere del cane, non ha più senso. Nessuno è escluso, tutti sono coinvolti.

  Non sono le persone a governare il cartello, ma è il cartello a governare le persone.



Don Winslow (New York, 1953) è uno scrittore statunitense.
Viene considerato come uno degli autori più rappresentativi del poliziesco americano contemporaneo. È l'autore, tra gli altri, dei libri L'inverno di Frankie Machine e Il potere del cane, entrambi editi in Italia da Einaudi (collana Stile libero), rispettivamente nel 2008 e nel 2009.
Scrittore e regista teatrale e televisivo, nonché diverse volte attore e guida di safari, Winslow è stato anche un investigatore privato e consulente di studi legali ed assicurazioni. Vive in California, a San Diego, località in cui sono ambientati diversi suoi romanzi.
Ha esordito con il romanzo A Cool Breeze on the Underground, ancora inedito in Italia. Da The Death and Life of Bobby Z è stato tratto nel 2007 il film omonimo (uscito in Italia come Bobby Z, il signore della droga).
I diritti de L'inverno di Frankie Machine sono stati acquistati da Robert de Niro che ne trarrà un film, impersonandone il protagonista. Dal libro Le belve è stato tratto un film da Oliver Stone.

  Questo è il suo sito.

domenica 6 dicembre 2015

Honky Tonk Samurai, di Joe R. Lansdale, Einaudi editore, trad. di Luca Briasco

E' così che tutto comincia sempre: dal molto piccolo, diceva Egg Shen (interpretato da Victor Wong, in Grosso guaio a Chinatown). E in quest'ultima avventura di Hap Collins e Leonard Pine, tutto comincia da un evento apparentemente "molto piccolo": un padrone (pessimo) che picchia il proprio cane. Di fronte a una tale scena, Leonard non si trattiene e spedisce il padrone del cane all'ospedale. Il cane, ribattezzato Buffy, diventerà parte integrante dello strano nucleo famigliare di Hap (che nel corso del libro andrà aumentando). Intanto Marvin è divenuto capo della polizia di Laborde e ha ceduto la sua agenzia di investigazioni a Brett, la compagna di Hap, che ne aprofitta per lasciare il suo ultradecennale lavoro di infermiera. Fino a qui, appunto, è il "molto piccolo", che però non tarda a levitare e ad assumere, come sempre nelle avventure di Hap e Leonard, le dimensioni epiche di uno scontro tra bene (da poter scrivere, volendo, anche con la minuscola) e Male (irrevocabilmente con la maiuscola). Una anziana signora terribilmente sboccata ha assistito alla scena e ha registrato il pestaggio da parte di Leonard e con la registrazione si presenta all'agenzia investigativa chiedendo di indagare sulla scomparsa della nipote. Ovviamente, se Brett si rifiutasse di accettare l'incarico, il video finirebbe nelle mani della polizia e per Leonard si aprirebbero le porte della prigione. La nipote della vecchia signora si era da poco laureata in giornalismo e, non trovando lavoro nel campo dei suoi studi, aveva cominciato a lavorare in un autosalone di auto di lusso. Ad un certo punto però, era scomparsa nel nulla, non prima però di aver derubato la nonnina di soldi e titoli. A questo punto parrebbe ancora un'indagine semplice, qualcosa di "relativamente piccolo", ma in breve assumerà forme spaventose e difficilmente gestibili, al punto che per porre fine allo tsunami di violenza e delirio che si è riversato sulle vite dei protagonisti, occorrerà l'intervento di vecchi amici(-nemici) quali Jim Bobe Luke, l'investigatore cowboy, il giornalista sciupafemmine Cason Statler, la sexy assassina a pagamento Vanilla Ride e la new entry Booger.
  I morti abbonderanno, i cattivi saranno sempre più cattivi ed organizzati e i dilemmi di Hap lo tormenteranno ancora, e sempre di più: ha senso combattere la violenza con la violenza? Esiste ancora una differenza tra loro, i buoni, e i cattivi che combattono? Non sta forse diventando identico ai suoi nemici? E, anche se avesse ragione a fare quello che fa e ad essere quello che è, non è ormai troppo vecchio per continuare a condurre una vita di quel genere? Il tempo passa per tutti e, se l'ironia feroce * che sfreccia in ogni battuta dei protagonisti della serie non accenna a perdere il suo appeal (fino ad assurgere a vera e propria filosofia di vita), gli acciacchi però si fanno sentire, i dubbi aumentano con l'aumentare degli anni e, a volte il passato torna a presentare i suoi conti, in questo caso sotto le spoglie giovanili di una ragazza, Chance, che si presenta prima all'agenzia investigativa e poi alla porta di casa di Leonard, per conoscerlo. Quando finalmente riesce a parlargli, gli racconta che sua madre è morta, e lui è suo padre. Chance è la figlia che Hap non sapeva di avere, frutto di una vecchia relazione conclusasi perchè la sua compagna di allora era troppo dedita al bere; la figlia che pone Brett a dover guardare in faccia il frutto della propria maternità paragonandola con la nuova arrivata.

Chance, pensa Hap: un bel nome.

  E' ormai anche superfluo sottolineare come la serie di Lansdale demolisca - ghignando - buona parte dei miti americani: da quello della famiglia, a quello del successo a tutti i costi, alla superiorità razziale e/o sessuale. I problemi dell'America sono tutti interni, spazzatura umana che cresce e germoglia nel sottobosco di una società dove il benessere è l'unico metro di misura per giudicare un proprio simile e il modo in cui lo si raggiunge non è poi così importante. Leonard, è gay, è nero, ex soldato, privo di un'occupazione stabile. Hap è bianco, squattrinato, insicuro, privo di un'occupazione stabile. Sono moderni don Chisciotte, figli degli scarti sociali del maggior impero culturale sulla faccia della terra, l'incarnazione del fallimento del sogno americano. Sempre col sorriso (a volte sorriso amaro, a volte sghignazzo) sulle labbra. Lansdale usa gli strumenti che la cultura pop del suo paese gli ha somministrato a forti dosi per smontare quella stessa cultura che lo ha nutrito. Il suo è un progetto che parte dal basso, che nasce dalla letteratura popolare per rivolgersi a tutti, a chi quella letteratura consuma: violenza, sesso, armi, belle donne, battute veloci in pieno stile Die Hard o Arma Letale. La sua scrittura ha la velocità di un videogioco, la brutalità di un pugno nello stomaco e la schiettà volgarità di chi il politically correct non ha idea di dove stia di casa.

Un citazione particolare alla copertina - splendida - di Zerocalcare.

  *
  - Amore: quando le cose si mettono male diventa peggio che se ti pisciassero nella minestra

  - C'era un silenzio tale che avresti potuto sentire due tafani che scopavano

  - Cedette di botto, come il senso morale di un predicatore battista in uno strip club


Joe Lansdale è nato il 28 ottobre 1951 a Gladewater, Texas.
Grande lettore, Lansdale è stato influenzato da Mark Twain, Edgar Rice Burroughs e Jack London, ma anche da scrittori di fantascienza come Ray Bradbury e Fredric Brown. E' un grande appassionato di fumetti, di B-movie e letteratura “pulp” (etichetta con la quale è sbarcato in Italia, paese che lo ha adottato e dove ha una nutrita schiera di fans). Ha svolto diversi lavori dal contadino al buttafuori in locali pubblici, dal bidello all'operaio in fabbrica. Nel gennaio del 1997 aprì una sua scuola di arti marziali, e il Lansdale’s Self-Defense Systems è uno stile riconosciuto a livello internazionale. Ha pubblicato:  Una stagione selvaggia (Savage Season, 1990), Einaudi; Mucho Mojo (Mucho Mojo, 1994), Bompiani riedito da Einaudi, Il mambo degli orsi (Two-Bear Mambo, 1995), Einaudi, Bad Chili (Bad Chili, 1997), Einaudi, Rumble Tumble (Rumble Tumble, 1998), Einaudi, Capitani oltraggiosi (Captains Outrageous (2001), Einaudi, Sotto un cielo cremisi (Vanilla ride) (2009), Fanucci, La notte del Drive-In (The Drive-In, 1988), Einaudi; Mondadori Urania n. 1214, Il giorno dei dinosauri (The Drive-In 2, 1989), Einaudi; Mondadori Urania n. 1224, La notte del drive-in 3, La gita per turisti, 2008, Einaudi, Atto d’amore (Act of Love, 1980), La morte ci sfida (Dead in the West, 1983),Il lato oscuro dell'anima (The Nightrunners, 1983), Texas Night Riders (1983), Il carro magico (Magic Wagon, 1986), Freddo a luglio (Cold in July, 1989), L’ultima caccia (The Boar, 1998), Fanucci, Fiamma fredda (Freezer Burn, 1999), I Neri Mondadori n. 1, riedito nel 2007 dalla Fanucci con il titolo “Freddo nell’anima”, Il valzer dell’orrore (Waltz of shadows, 1999, Fanucci), Blood Dance (2000), In fondo alla palude, Fanucci – premio Edgar Award 2001, L’anno dell’uragano (The Big Blow, 2000), Fanucci, Fuoco nella polvere (Zeppelins West, 2001) Fanucci, La sottile linea scura (A Fine Dark Line, 2002), Einaudi, Bubba Ho-Tep (Bubba Ho-Tep, 2003), Addictions-Magenes Editoriale, Tramonto e polvere (Sunset and Sawdust, 2004), Einaudi, Flaming London (2005), Echi perduti (Lost Echoes, 2006), Fanucci, The Shadows Kith and Kin (2007), God of the Razor (2007), La lunga strada della vendetta (Batman: Captured by the Engines), Edizioni BD, La ragazza dal cuore d’acciaio (Leather Maiden, 2007), Fanucci, Laggiù nel profondo (Way Down There, 2007) Edizioni BD, Cielo di Sabbia, Einaudi, eccetera eccetera eccetera.



Allego il link del sito di Joe R. Lansdale: Qui.
  Qui e Qui i link ai precedente romanzi di Lansdale recensiti in questo blog