"E di colpo percepisce in quella dichiarazione una minaccia. Qualcosa che si avvicina dalla parte del mare. Qualcosa che avanza trascinato dalle nubi scure che attraversano invisibili la baia di Acapulco."
Roberto Bolano, (da Ultimi crepuscoli sulla terra; Puttane assassine)

mercoledì 20 novembre 2013

L'eroe discreto, di Mario Vargas Llosa, Einaudi editore

  Se siete tra coloro che ritengono indispensabile che un libro porti in sè una morale, non è difficile in questo caso individuarne una. Una anche rassicurante ed esplicita seppur un po' banale: siate onesti, retti, prestate fede alla parola data e sarete ricompensati (già in vita, tra l'altro, e non solo e non tanto moralmente, quanto piuttosto materialmente) . Un po' pochino, si dirà, per un premio Nobel (2010). Rigoberto, esponente della Lima bene, dirigente di un'agenzia assicurativa vicino alla pensione, padre di famiglia amorevole ed assennato, marito fedele e passionale, dagli interessi culturali elevati, decide - consapevole delle possibili conseguenze - di accettare di far da testimone al matrimonio tra il suo anziano superiore (nonchè amico e proprietario dell'agenzia assicurativa in cui lavora) e la di lui (ben più giovane) domestica Armida, matrimonio che estrometterà i due figli (scavezzacollo, semideficienti e praticamente delinquenti) dello sposo dalla linea ereditaria. Felìcito, piccolo imprenditore di Piura che ha fatto fortuna mettendo in piedi un'impresa di trasporti partendo dal nulla, con la sola eredità dell'esempio paterno e di una sua frase ("non farti mai mettere i piedi in testa da nessuno"), si trova ad affrontare le richieste di pizzo di una presunta mafia locale e, suo malgrado, a divenire un eroe, popolare per il suo coraggio, celebrato dai giornali e riconosciuto per strada. Senza scendere negli snodi della trama per non sottrarre nulla al piacere della lettura, le due vicende si sciolgono in un finale che è il più classico dei lieto fine, dopo essersi inaspettatamente intrecciate l'una all'altra. Però, ancora nulla che giustifichi un premio Nobel. Tra le altre facezie nelle quali si incappa leggendo il libro, troviamo: visioni religiose (o pseudo tali), incesto, prostituzione minorile gestita dalla madre della giovane prostituta, inganno, figli illegittimi fatti passare per figli naturali, ricatti, mantenute, molestie sessuali di stampo pedofilo, cocaina e droghe varie, eredità da sogno, minacce, povertà e ricchezza, riscatto, arti orientali, sensitive, persone che muoiono (di morte presumibilmente naturale, c'è da dirlo) e persone che scompaiono, e chi più ne ha più ne metta. Messa così, vi aspettereste un romanzo pulp, da cui Tarantino potrebbe tirar fuori uno dei suoi film, oppure, appunto, una telenovela infinita: niente di più distante dalla realtà. Il perchè questo è un libro a suo modo importante (e scritto con la solita ferma maestria di Vargas Llosa) lo si comprende leggendo un passaggio a pag. 278, in cui l'autore esplicita al lettore quello che è il suo gioco:
  " Dio mio, che razza di storie riservava la vita quotidiana; non erano capolavori, più vicine alle telenovele brasiliane, colombiane e messicane che a Cervantes e a Tolstoj, senza dubbio. Ma non così lontane da Alexandre Dumas, Emile Zola, Dickens o Benito Pérez Galdòs. "
L'autore pesca a piene mani dal serbatoio di "cultura" popolare tipico della cronaca nera e rosa, del racconto orale, del pettegolezzo e, come sottolinea nel brano qui sopra riportato, delle telenovelas (che a loro volta pescano dalla cronaca, dal racconto orale e dal pettegolezzo) e, con uno stile leggero, misurato e sopraffino, mette in piedi una struttura narrativa perfetta che innalza il materiale utilizzato (grezzo, basso, a tratti volgare) a vera e popria letteratura. Alta letteratura. La storia, ambientata ai giorni nostri lascia emergere un Perù ancora affascinante per la sua arretratezza, per le sue caratteristiche che permangono invariate col trascorrere degli anni e dei decenni, per le sue vertiginose differenze sociali, e per le sue dinamiche che, per molti versi, paiono uscire da una sorta di infinito ed ininterrotto medioevo latinoamericano. In questo senso i richiami ai cibi, ai balli, alla musica, ai modi di dire (ora piurani ora limeni), alle storie popolari (molte delle quali già soggetti di altri libri di Vargas Llosa) sono, per il lettore europeo, un richiamo irresistibile e terribilmente affascinante (inutile spiegare perchè lo sono in maniera assolutamente diversa quando non totalmente opposta dalle tematiche di Marquez: qui, nonostante tutto si parla di realtà, non si trasfigura nulla, o quasi). Il libro fa parte di quello che chiamo "il ciclo piuriano" di Vargas Llosa ("Chi ha ucciso Palomino Molero?", "La casa verde", "Il caporale Lituma sulle Ande", "La Chunga") da cui eredita il personaggio del sergente Lituma (e i richiami alla Chunga) e lo mescola con un'altro filone narrativo da cui prende a prestito uno dei due protagonisti, Rigoberto ("Elogio della matrigna"). Lo stile, e le tecniche narrative (il marchio di fabbrica del passaggio improvviso tra situazioni, luoghi, tempi e personaggi diversi che si intercalano a vicenda, straniando il lettore, ma ottenendo un effetto di contemporaneità che può essere paragonato alle sequenze filmiche proiettate contemporaneamente sullo schermo del cinema) sono quelle proprie del premio Nobel peruviano, maneggiate con una sicurezza che pochi autori al mondo hanno e che garantiscono alla narrazione una scorrevolezza invidiabile e una scioltezza che permettono alla trama di scorrere quasi come se l'autore non ci avesse posto mano. In realtà è l'esatto opposto: Vargas Llosa prende topoi della cultura bassa (per certi versi così bassa che più bassa non si può) latinoamericana, li immerge in un presente che tocca solo marginalmente un tempo tutto peruviano che pare non scorrere mai realmente ma rimanere impantanato in un perenne passato, e costruisce un'architettura narrativa tanto solida quanto lieve per portarli alla dignità letteraria, il tutto senza apparente sforzo, facendo sì che il lettore quasi non si accorga di quanto l'autore sia impegnato in un gioco di prestigio di altissimo livello. E qui torniamo all'autosvelamento di pagina 278: certo, partendo dalla materia prima delle telenovelas (e quindi della cultura, del sentito popolare) non si giunge ai livelli di Cervantes o Tolstoj, Llosa non lo pretende, si pone un gradino più in basso ma, sottolinea, neppure ci si deve fermare per forza alle telenovelas: fino a Dumas, Hugo, Dickens o Pérez Galdòs ci arriva anche lui.
  Forse si tratta solo di un gioco di prestigio, di un saggio di bravura dello scrittore peruviano, ma certamente è riuscito alla perfezione, senza neppure lasciar sospettare di voler essere pretenzioso, e questo sì, è da premio Nobel.

 

Mario Vargas Llosa è nato nel 1936 ad Arequipa, in Perú, e attualmente vive a Londra. Nel 2010 è stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura. Einaudi ha in corso di pubblicazione l'intera opera. Tra i titoli già pubblicati: La Casa Verde, La zia Julia e lo scribacchino, La guerra della fine del mondo, I quaderni di don Rigoberto, La città e i cani, Lettera a un aspirante romanziere, Conversazione nella «Catedral», Elogio della matrigna, La festa del Caprone, Pantaleón e le visitatrici, Storia di Mayta, Il Paradiso è altrove, I cuccioli. I capi, Chi ha ucciso Palomino Molero?, Avventure della ragazza cattiva, Appuntamento a Londra, Il caporale Lituma sulle Ande, Il narratore ambulante, Elogio della lettura e della finzione, La Chunga e Il sogno del celta. Nel 2012, sempre per Einaudi, è uscito Alfonsino e la Luna (ET Pop); nel 2013, nella nuova collana digitale dei Quanti, Mondo, romanzo (con Claudio Magris), La civiltà dello spettacolo (Passaggi) e L'eroe discreto (Supercoralli).

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