"E di colpo percepisce in quella dichiarazione una minaccia. Qualcosa che si avvicina dalla parte del mare. Qualcosa che avanza trascinato dalle nubi scure che attraversano invisibili la baia di Acapulco."
Roberto Bolano, (da Ultimi crepuscoli sulla terra; Puttane assassine)

martedì 29 aprile 2014

Il vento distante, di José Emilio Pacheco, Sur editore

  Quattordici racconti eleganti che della loro eleganza, in fondo, se ne fottono, che vanno a scavare in certe zone oscure, o fragili, che normalmente non immaginiamo neppure esistano. Questa cosa che fa la letteratura, questo farci scoprire degli anfratti di senso in posti dove noi poveri mortali neppure immaginavamo ci fossero i posti, di questa cosa José Emilio Pacheco (finissimo autore messicano morto nel 2014) è un maestro assoluto. E' un maestro, Pacheco, nel fregarci con l'eleganza apparente del suo stile (stile fintamente classico, eleganza apparentemente classica, stile realmente elegante). Prima di avere il tempo di rendercene conto, mentre ci stiamo ancora domandando di cosa diavolo parli un certo racconto e dove mai vorrà andare a parare,  cominciamo a seguirlo, e solo dopo un po' percepiamo la sua mano salda che stringe la nostra e ci conduce. Ma dove, ci conduce? In quali luoghi, in quali anfratti? E cosa sono questi posti? E gli anfratti? Non lo so, non del tutto, ma ci provo. A volte, sono cambi di prospettiva, slittamenti di senso o punti di vista che si storpiano: Qualcosa nell'oscurità, ad esempio, uno degli ultimi racconti, dove una coppia di latinoamericani (lo deduciamo noi, ma è così) si trasferisce in un quartiere perfetto, silenzioso e asettico e viene presa di mira dalla comunità degli abitanti locali che interpretano ogni loro comportamento come strano, inquietante e, alla fine, inaccettabile. Intollerabile, la diversità diventa intollerabile, e l'attenzione da parte dei nuovi arrivati a non essere invadenti si trasforma automaticamente in una prova dell'accusa. Qualcosa nell'oscurità è un finto racconto di fantasmi (anzi, scendiamo nel sottogenere: casa stregata), un racconto di paura che, giunto all'acme dell'ansia (ansia rispetto ad un pericolo percepito ma non compreso) narrata dalla voce dei nuovi arrivati, scarta improvvisamente in un'analisi fredda e delirante vista dagli occhi degli abitanti locali, organizzati in setta. Da notare che l'incipit è in qualche maniera intuibile che diventi automaticamente anche la chiusura del racconto, come ne L'inquilino del terzo piano, storia con la quale ha molto da condividere, ma al contrario del libro di Roland Topor, qui Pacheco lascia aperto il finale, anzi, non lo abbozza neppure. In Gerico un uomo fa strage di formiche, vede sè stesso come un dio onnipotente e crudele che decide della vita e della morte e delle sofferenze di altri esseri viventi e nel giro di una riga, all'improvviso, diviene lo spettatore impotente della distruzione della propria città, scivolato d'un tratto nel ruolo scomodo e patetico di formica. Pacheco su questo limitare si ferma, non porta i suoi protagonisti a far tesoro delle lezioni che una realtà incomprensibile impone loro, ma lascia le loro reazioni in sospeso: da qui il senso di nostalgia che pervade ogni racconto e (quasi) ogni frase della sua scrittura. Ne Il parco profondo, un bambino, cresciuto con la nonna, deve portare l'odiata gatta dal veterinario per farla sopprimere ma, traviato da un amico, decide di ucciderla nel parco e tenersi i soldi destinati alla parcella del veterinario. Come in questo racconto, spesso gli animali fanno da specchio o da contraltare ai protagonisti umani: vengono uccisi, vengono esibiti ingabbiati per il diletto degli umani, sembrano essere alla mercè dei loro capricci, ma proprio questo loro essere impotenti nelle mani di esseri sadici e/o insensibili, li porta a divenire nel giro di poche o pochissime righe, a volte di qualche parola, il negativo del destino di quegli stessi uomini che li angariano. L'animale è, per Pacheco, l'altra faccia della natura umana, quella migliore, quella innocente ed impotente, quella che la parte oscura dell'animo umano sacrifica sull'altare dei propri desideri malsani (malsani, ma non pensate a nulla di diabolico, il male per Pacheco è qualcosa di quotidiano, umano o paraumano, ha una sua normalità tutt'altro che agghiacciante, quasi rassicurante, sconfina nell'imbecillità). I protagonisti dei vari racconti, indifferentemente, sono docili prede dei loro errori e dei loro difetti, delle loro passioni, vi scivolano dentro con semplicità, con una docilità non priva di beata (e, perdonate la ridondanza, beota) idiozia (un'idiozia che sconfina - o pare sconfinare - nell'innocenza), come capita al protagonista del racconto Vergine delle estati che comincia a raccontare in prima persona di come è finito per divenire uno dei motori di una strage di qualche tempo addietro. Dialoga con qualcuno che fino all'ultimo non sappiamo chi sia e, soprattutto, perchè mai stia ad ascoltarlo. Il protagonista, che dapprima si dipinge come una persona perbene, anche se non uno sprovveduto, racconta della fuga da suoi precedenti delitti, e di come sia finito, bugia dopo bugia, manipolazione dopo manipolazione (subìte e imposte, in maniera liquida, come se fosse naturale prassi del vivere umano) a divenire il sacerdote di un culto campestre parareligioso, e di come infine la truffa si sia conclusa in strage e di come, di nuovo, sia fuggito alle proprie responsabilità.  Alla fine intuiamo (come nel caso di Qualcosa nell'oscurità, Pacheco non lo esplicita, ci lascia il piacere dell'intuizione) che siamo noi il suo interlocutore (più che altro, ascoltatore): siamo noi che ci troviamo di fronte alla narrazione della sua storia, alle amoralità del narratore/protagonista e decidiamo come reagirvi, se infine metterci in affari con lui e porre in atto una nuova truffa religiosa o fuggirgli lontano, allucinati. Sono questi gli anfratti di cui Pacheco è maestro e guida, un mondo apparentemente limpido e cristallino, ordinato, dove la crudeltà, quando non la follia, quando non l'idiozia umana connota la realtà di deliri di volta in volta inquietanti, orribili, crudeli, buffi o insensati (e in certi casi tutti questi aggettivi possono essere usati assieme per descrivere il senso di un singolo racconto, nei casi migliori). Pacheco è autore soprattutto di racconti che, se sono tutti di questa levatura (e l'impressione è che lo siano, non è facile immaginare Pacheco scrivere male: non so spiegare meglio la sensazione ma se lo avete letto capite cosa intendo), è bene che la sua opera venga tradotta quanto prima.


   José Emilio Pacheco (1939-2014) è stato un poeta, saggista e narratore messicano tra i più noti e amati. Ha pubblicato circa trenta libri di poesia, e selezionatissime opere di narrativa, che gli hanno valso i maggiori riconoscimenti letterari, fra cui il premio Cervantes nel 2009.
  In Italia è uscito Le battaglie nel deserto, presso La Nuova Frontiera editore, La poesia nella speranza, presso Bulzoni

1 commento:

  1. Di questa raccolta non sono riuscita ad apprezzare i racconti centrali, quelli un po' più violenti, mentre ho preferito di gran lunga quelli che si riferiscono all'ordinario.

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