"E di colpo percepisce in quella dichiarazione una minaccia. Qualcosa che si avvicina dalla parte del mare. Qualcosa che avanza trascinato dalle nubi scure che attraversano invisibili la baia di Acapulco."
Roberto Bolano, (da Ultimi crepuscoli sulla terra; Puttane assassine)

domenica 28 ottobre 2012

Limonov, di Emmanuel Carrère, Adelphi editore

Chi sia Limonov, in Italia lo scopriamo solo ora, con questo libro di Emmanuel Carrère, pubblicato da Adelphi, che annuncia, con questo titolo, di dare il via alla pubblicazione dell'opera dello scrittore francese. Rimane inspiegabile come Einaudi, che ha pubblicato gli utlimi cinque libri di Carrère, sia riuscita nel colpo di genio di lasciarselo portare via da una concorrente come Adelphi. Carrère non è uno scrittore come tanti, non è giallista, un noirista, uno sfornatore di best seller internazionali, è molto di più. A ben vedere, non ce ne sono poi tantissimi come lui, adesso, nel panorama lettario internazionale. Carrère sa unire lo stile a trame insolite, non di rado inquietanti, sempre entro strutture eleganti e, talvolta, insolite. Per questo era inevitabile che Limonov, il personaggio Limonov, lo scrittore Limonov, il fascista Limonov, lo sbandato Limonov, il nazbol Limonov (e potremmo andare avanti così a lungo), per questo, dicevo, era inevitabile che Limonov divenisse il centro dell'attenzione dello scrittore francese, perchè si tratta di un personaggio dalla biografia a tal punto rara da poterla sospettare inventata. E' nato in Unione Sovietica, sotto il pugno del regime comunista, povero, come tutti all'epoca sotto quel regime, affascinato dal crimine, dai criminali e dal loro codice di comportamento. Ha vissuto lo smantellamento di quella realtà che per molti era identificata come Il regno del male come un forma infima di tradimento. Si è posto da solo contro il mondo, contro la sua epoca, contro i politici della sua epoca e contro gli intellettuali della sua epoca. Ha odiato molto, tutto, o quasi tutto, ha ritenuto per un certo tempo di dimostrare la sua virilità nella scrittura, ed è divenuto non una stella di prima grandezza, ma un punto di riferimento per la scena underground sovietica prima, e russa dopo. E' fuggito (per così dire) negli Stati Uniti, ha amato donne che lo hanno tradito e abbandonato, ha vagato per le strade, ha praticato il sesso più scadente ed autopunitivo che potesse procurarsi, è rinato in Francia come scrittore a la page, è tornato in Russia quando ormai il Regime Rosso era solo un ricordo e, in parte, un rimpianto (per la verità sempre più prepotente), ha vissuto il periodo del Caos Totale sotto l'alcolico Boris Eltsin, si è dato alla politica, ha fondato un movimento, poi un partito, è finito in carcere, ne è uscito, ha continuato ad essere lasciato dalle sue donne (anche se qualcuna, le più giovani, le ha lasciate lui), ha sofferto, soffre ancora, invecchia senza apparentemente invecchiare (non più di tanto), e guarda ancora avanti, con la testa alta, in cerca di un futuro che certifichi in maniera definitiva il suo passaggio su questa terra, o che lo deponga definitivamente in un placido lago di oblio. La parte meno presentabile della sua biografia, il colpo di fulmine coi cetnici serbi durante la guerra della ex Yugoslavia. Per il resto, vitalismo imperante ed eslposivo, cadute, rinascite, ricadute, ulteriori rinascite, sofferenze indicibili, e slanci impetuosi. Questa è la caratteristica che più pare affascinare Carrère, la capacità di Limonov di rimanere sè stesso sempre, di crollare fino allo sfinimento e, sempre, rinascere dalle sue stesse ceneri. E' l'immagine di una corsa continua, senza fiato, forse senza nemmeno molto discernimento, senza paura tranne, alla fine, la lieve impressione di aver sbagliato tutto, o quasi, di aver scelto una strada che non porta con sè un significato. Il problema di tutti, da sempre, vivere senza sapere il perchè. Negli interstizi che rimangono, talvolta, in questa folle corsa, Carrère incastona la storia recente dell'ex Unione Sovietica, i cambiamenti - che poi più che cambiamenti sono stravolgimenti veri e propri - che sono ondate che spazzano via la vita di innumerevoli individui travolti dalla Storia, resi niente, insignificanti, denudati di tutto ciò che hanno, beni materiali (pochi) e illusioni morali e politiche. E' la fotografia, questo Limonov di Carrère, di uno tsunami che scuote il pianeta, cancella intere geografie e annulla individui su individui, ed è la fotografia al contempo di come un uomo, Limonov appunto, sia riuscito a rimanerne a galla, bevendo tanta acqua, certo, salata per di più, rischiando spesso di annegare, ma sempre riuscendo a riguadagnare la superficie, e in un angolo di questa immagine - mossa - scorgiamo il profilo dello stesso Carrère, che spia Limonov arrancare tra le acque, che lo osserva dal suo punto di vista privilegiato di borghese benestante, culturalmente elevato al di sopra della massa di un Europa (quella francese) borghese e benestante.



Diplomato all'Istituto di Studi Politici di Parigi.
È il figlio di Louis Carrère e della sovietologa e accademica Hélène Carrère d'Encausse, e fratello di Nathalie Carrère e Marina Carrère d'Encausse.
I suoi esordi sono stati nella critica cineatografica, per Positif e Télérama. Il suo primo libro, Werner Herzog, è stato pubblicato nel 1982. Il suo esordio come romanziere risale al 1983: è L'amico del giaguaro, pubblicato da Flammarion. Il successivo, invece, è stato pubblicato da POL, editore con il quale da allora non ha più interrotto i rapporti.
Sceneggiatore e regista, nel 2005 ha tratto un film da un suo romanzo degli anni ottanta, Baffi. 
  In Italia sono stati pubblicati: Bravura (Marcos y Marcos, 1984), Baffi (Theoria, 1986), Fuori Tiro (Theoria 1988), Io sono vivo e voi siete morti (Theoria, 1995) La settimana bianca (Einaudi 1995), L'avversario (Einaudi, 2000), Facciamo un gioco (Einaudi, 2002), La vita come un romanzo russo (Einaudi 2007), Vite che non sono la mia (Einaudi 2009). E' anche sceneggiatore.
  Ho letto Baffi (credo oggi sia difficilmente rintracciabile), Io sono vivo e voi siete morti (idem), La settimana bianca e L'avversario: sono tutti notevoli ma, sugli altri, a mio parere spiccano Io sono vivo e voi siete morti, biografia amorevole di Philip Kindred Dick e L'avversario.

martedì 23 ottobre 2012

Cargo, di Matteo Galiazzo, Einaudi editore

Questo libro è stato pubblicato nel 1999, lo scorso millennio, dalla casa editrice di Via Biancamano. Cosa sia questo libro, non lo so. Questo libro, Cargo, è stato scritto da Matteo Galiazzo. Un amico dell'autore l'ha definito "una onesta truffa affabulatoria", e penso che avesse ragione, ma rimane il fatto che è una definizione perfettamente centrata che però non ci permette di avanzare sulla strada del chiarimento nemmeno di un passo. Cioè, cos'è questo libro, Cargo? Questo libro Cargo di Matteo Galiazzo. Potremmo dire che una definizione vera e propria non esiste ma che ci possiamo avvicinare poco alla volta, e sempre di più, alla natura del libro, ma che ogni volta che ci avviciniamo ad una descrizione il più completa e corretta possibile, l'oggetto stesso della nostra ricerca diviene impercettibilmente più lontano. Ci avviciniamo ma non possiamo raggiungerlo: lo spazio che intercorre tra la definizione dell'oggetto e l'oggetto stesso, poco alla volta che lo percorriamo, si divide in un numero infinito di spazi minori che, in quanto infiniti, non ci permetteranno mai di raggiungere il termine del percorso. Ecco, le parole comprese tra "Potremmo" e "percorso", quelle in corsivo per intenderci, sono quanto di più vicino può esserci ad una descrizione del libro Cargo, di Matteo Galiazzo. Nel 1996 Galiazzo esordisce con un racconto (uno dei migliori, se non il migliore) nell'antologia Gioventù cannibale (immagino sia inutile spiegare cosa sia stata e, soprattutto, cos'abbia significato per lo svecchiamento della letteratura italiana questa raccolta), nel 1997 pubblica per Einaudi la raccolta di racconti Una particolare forma di anestesia chiamata morte, poi viene Cargo nel 1999, poi Il mondo è posteggiato in discesa nel 2002, poi più niente. E mica non è morto, Galiazzo. Si è laureato, ha trovato lavoro, dice ha altro da fare. Vabbè. Torniamo a Cargo: Cargo di Matteo Galiazzo è un paradosso, anzi, è una serie infnita ed intrecciata di paradossi e sproloqui scientifici o pseudo tali, è un insieme di pensieri, di ragionamenti posti sotto forma di storie abbozzate che non appena vengono accennate si perdono in mille rivoli lontani. E' un calice di intelligenza viva che trabocca, che non si prende sul serio, che quando finge di raccontarci una storia già mette in chiaro (o comunque lascia intendere) che si tratta di una scusa, anche mal posta all'interlocutore (cioè al lettore), per fare quattro chiacchiere in totale relax, come si può fare tra amici. Tra amici che si stimano, che amano ascoltarsi ragionare per tirare a far serata. Ci sono diverse linee narrative, ma spesso non ci si accorge neppure che lo siano: paiono correre si binari paralleli ma lontani, poi si intrecciano, quasi loro malgrado, di malavoglia, e solo per strizzare l'occhio al lettore e dargli un contentino. Volevi un finale? Eccotelo servito. ma non è un finale, non ci sono finali perchè in un certo senso non c'è un inizio, non ci sono incipit: è come se aprendo il libro entrassimo in una stanza a discorso già iniziato e alla fine venissimo gentilmente messi alla porta quando ancora non s'è terminato di ragionare. Che dire? C'è Alfio, che è un investigatore privato, che pedina una ragazza per conto di un amico che ne è il fidanzato, o che sostiene di essere il fidanzato, ma la ragazza pedinata (la presunta fidanzata) non lo conosce. C'è un miliardario che ha fatto fortuna con delle idee assurde sugli imballaggi, la cui moglie viene rapita per evitare che lui possa portare a termine una scalata d'acquisizione ad una società in mano alla mafia. La moglie del miliardario diventa, da rapita, una scrittrice famosa di best seller (due, best seller: "Dalla grotta" e "Dalla grotta2"). In un universo parallelo i libri si tengono in tubetti e due carcerati confrontano le loro vite in cella. Uno di loro ha il sistema simpatico in panne e deve gestire tutti i movimenti involontari del corpo (battito cardiaco respirazione, ecc) in maniera consapevole. Si parla delle Terre della bassa natalità dove è così raro riuscire a concepire che non approfittare di qualsiasi occasione per congiungersi carnalmente con chiccessia è un reato. Letteralmente. Si parla della legge dell'acceleratore, che tutto regola, nel mondo, e nell'universo, in un modo o nell'altro, in una sua declinazione o in un altra. Si parla dell'economia che alla fine si può riassumere nell'espressione "spremere sangue dalle rape". Cargo di Matteo Galiazzo è come sentire parlare Margherita Hack sotto acido, che spiega l'universo e tutto il resto, in maniera sbilenca, confusa e terribilmente divertente; come seguire i ragionamenti di un ubriaco che sa di essere ubriaco. Cargo è tutto questo e anche altro ma, come spiegato qualche riga più sopra, è un paradosso perchè c'è, esiste, ma non è raggiungibile, Cargo è una terra dell'utopia che possiamo solo scorgere all'orizzonte. Non è facile da spiegare, non è mai facile, ma in questo caso è meno facile del solito. A mio avviso questo libro è un capolavoro. I testi di Galiazzo, che siano romanzi (due, se consideriamo questo, Cargo, un romanzo) o racconti, hanno la caratteristica delle cose di qualità: il tempo non li invecchia. Al contrario, leggendoli, è come se fosse il tempo a riavvolgersi su sè stesso e tornare a quegli anni di fine millennio. Galiazzo è scomparso, letterariamente parlando, dieci anni fa, ed è diventato una sorta di Saliger italiano (scusate la banalità), ma per certi versi è meglio di Salinger, è più visionario: è più Vonnegut ad esempio. Lo sarebbe se volesse esserlo, o se gli interessasse esserlo. Il problema è che da dieci anni a questa parte pare non avere neppure interesse ad essere Matteo Galiazzo, letterariamente parlando. Il problema non è suo, immagino che abbia di meglio da fare; il problema è nostro che siamo costretti a rileggere i suoi pochi libri pubblicati e a sentirci orfani dei suoi paradossi, delle sue follie, della sua mostruosa capacità affabulatoria, e a rimanere in attesa. In verità quest'anno la casa editrice Indiana ha dato alle stampe una raccolta di racconti titolata Sinapsi ("opere postume di un autore ancora in vita"), che riunisce testi già pubblicati in rete o su riviste letterarie (menzione speciale a Il maltese narrazioni), tranne, mi pare, un inedito. E' incredibile pensare che una casa editrice minore sia riuscita in questa operazione e che Einaudi, che all'epoca dimostrò fiuto e coraggio nello scoprire e pubblicare Galiazzo, non si sia neppure posta il problema di riportarlo nelle librerie. Cargo attualmente è difficilmente reperibile (chissà che Einaudi non si decida a ripubblicarlo), ma se vi capita di incapparvi in qualche bancarella o remainder non lasciatevelo sfuggire.

 Matteo Galiazzo è nato a Padova nel 1970 e vive a Genova. È autore della raccolta di racconti Una particolare forma di anestesia chiamata morte (Einaudi 1997) e dei romanzi Cargo (Einaudi 1999) e Il mondo è posteggiato in discesa (Einaudi 2002). Suoi racconti sono usciti nelle antologie Gioventù cannibale e Anticorpi (Einaudi 1996 e 1997) e nella rivista «Maltese narrazioni», di cui è tra gli animatori. Quest'anno è tornato in libreria con la raccolta Sinapsi, opere postume di un autore ancora in vita, per Indiana editore.



  Non ho mai letto Tolstoj, né Pasolini, né Salinger, né Hesse, non ho mai letto Pirandello, non ho mai letto Hemingway, Kerouac, Proust, Hugo, non ho mai letto Fenoglio, né Primo Levi, né Carver, né Conrad. Pensate a un autore che ritenete imprescindibile: molto probabilmente io non ne ho letto nemmeno una riga. Attualmente il libro piú bello che ho letto in vita mià è Gödel, Escher, Bach, un'eterna ghirlanda brillante di Douglas Hofstadter. Non è una cosa solo mia: ho scoperto che molti lo considerano il libro piú bello che abbiano letto in vita loro. A volte quando sono in libreria mi metto vicino allo scaffale dove c'è Hofstadter, e spesso passa qualcuno che dice a qualcun altro: « Vedi? Quello è il libro piú bello che abbia mai letto».
Nella mia personale classifica dei libri piú belli, anche nelle posizioni successive non ci sono testi di letteratura:
Armi, acciaio e malattie di Jared Diamond, La realtà inventata a cura di Paul Watzlawick, Dio e la nuova fisica di Paul Davies, e altre robe cosí.
Nella letteratura ho sempre cercato piú o meno le stesse cose, romanzi in cui storia e ambientazione fossero un pretesto per pagine manualistiche che illustrassero tecniche, tecnologie, mestieri, o visioni extraumane. Ecco, mi piacciono i libri che spostano il genere umano dal centro del pensiero.
Insomma, sono stato un lettore di letteratura soprattutto a causa della mia pigrizia, perché i romanzi fino a una certa età erano piú invitanti dei manuali e dei saggi, tutto andava giú piú facilmente. Perché leggere un noioso manuale di procedure di volo quando invece puoi prendere una copia di
Staccando l'ombra da terra di Daniele Del Giudice?
La cosa strana a questo punto è che io mi sia messo a scrivere narrativa, dato che della narrativa mi interessano questi aspetti piuttosto marginali. Perché, mi potrebbe chiedere uno, perché ti sei messo a scrivere racconti e romanzi e non manuali di questo e di quello? Perché a pochi è consentito scrivere un manuale. A chiunque, invece, è consentito scrivere un romanzo, non ci sono controlli cosí severi. Allora eccomi qua.

Matteo Galiazzo

mercoledì 3 ottobre 2012

Sotto questo sole tremendo, di Carlos Busqued, Atmosphere libri

  Cominciamo: squilla il telefono e Cetarti viene a sapere che sua madre è morta, ammazzata, e suo fratello pure, e così il convivente della madre, di cui Cetarti ignorava l'esistenza: tipico caso di omicidio-suicidio. Prima di rivolgere contro di sè l'arma, l'omicida, s'era tolto la dentiera, dopodichè s'era sparato un colpo in testa. Cetarti prende atto della nuova situazione che gli si pone di fronte e torna a concentrarsi su un documentario sulla pesca dei calamari giganti. Poi: Cetarti si mette in viaggio e giunge nel Chaco, a Lapachito, l'ultima residenza della madre e del fratello (residenza di cui lui non sapeva nulla), e si incontra con Duarte, curatore delle ultime volontà, amico ed ex commilitone (avevano militato nell'aeronautica insieme) dell'omicida-suicida, visiona le foto della strage, entra nella casa dove sono stati trovati i cadaveri e si mette d'accordo con Duarte per scucire un po' di soldi all'assicurazione del convivente della madre. Poi, più o meno, succede di tutto e niente, al contempo. Vengono fumate un numero imprecisato e comunque mostruosamente alto di canne, la televisione è - quasi - costantemente accesa su canali che trasmettono documentari di ogni tipo, facciamo conoscenza di uno scimunito di nome Danielito, figlio del morto, e amico piuttosto inconsapevole (a tal punto inconsapevole da esserne complice) di Duarte, vediamo morire la madre di Danielito e Danielito gettarne le ceneri nella tazza del cesso, incappiamo in una quantità di animali ed insetti più o meno ripugnanti che per lo più fanno una brutta fine, seguiamo Duarte rapire persone per poi chiederne il riscatto, disseppelliamo il cadavere di un bambino di nome Danielito, ammiriamo Cetarti spendere le proprie giornate ciondolando davanti al televisore, rubricando immondizia (unico lascito del fratello), studiando una specie di salamandra d'acqua dolce e nutrendosi di cibo spazzatura. Dicono che sia la fine del mondo, questo libro, la quintessenza della novela negra, e Busqued che sia una sorta di fenomeno. Non so. L'unico fatto incontestabile è che ci troviamo immersi in un mondo di squallidi perversi (perversi lunatici!, ma non picari), addirittura inconsapevoli della propria infima bassezza, persone (se così si possono definire) incapaci di porsi un orizzonte più ampio di uno spinello, un documentario alla tv (puntualmente frainteso), e un fascio di pesos che li porti fino al giorno dopo, totalmente anaffettivi, inadatti a qualsiasi livello di empatia. L'attenzione morbosa, lenta, tipica degli sballati, ai particolari più insignificanti e un certo sadismo nei confronti di animali ed insetti (ma pure di persone, anche se si tratta di un sadismo involontario e, soprattutto, inconsapevole) rende i personaggi del romanzo dei serial killer in nuce. E' come se fossimo noi a seguire un documentario alla televisione, un documentario lento ed incoerente su rifiuti umani che, poco alla volta, passo dopo passo, si muovono verso un futuro da assassini psicopatici e il particolare terribile che salta agli occhi di noi spettatori è che non c'è nulla di strano, nulla di grandioso nè di malvagio in questo percorso da larva a farfalla omicida. Solo squallore. Il livello di vita psichica ed interiore dei personaggi non è superiore a quella di un calamaro gigante o di uno dei tanti insetti ripugnanti che circolano per il romanzo, al punto che una vera differenza tra le due categorie sembra non esserci. Si muovono in mezzo ai rifiuti senza una vera motivazione che non sia la soddisfazione delle necessità primarie, cibo e droghe sostanzialmente (nel caso in questione le droghe sono da considerarsi giocoforza necessità primarie), non arrivano da nessuna parte e non vanno da nessuna parte, forse vorrebbero partire, ma non possono, non sanno dove nè come e, casomai uno di loro riuscisse a raggiungere il Brasile (terra nè immaginata nè sognata, solo che "ci vanno tutti") il suo problema principale sarebbe avere la tv via cavo in camera. La pornografia come oggetto di studio dell'elasticità del corpo umano, i documentari come tentativo (miseramente fallito) di elevere la propria capacità di attenzione, la morte come scocciatura o come risorsa per mettere insieme due soldi. Esseri che si muovono incorentemente all'interno di un giardino, di un acquario, di un quartiere o di una città o, infine, in quell'enorme scatola aperta che è l'Argentina. A rimettere un po' di ordine in tutto questo caos primordiale ci penserà una mucca, "con un'aria pacifica e leggermente incuriosita", e al proposito non dico una parola di più. In effetti è un noir o novela negra che dir si voglia, ma non c'è tensione, al massimo una certa sensazione di ribrezzo, non c'è disvelamento nè ricerca, non c'è sesso se non visionato su videocassette pornografiche, in realtà non c'è niente, forse, una certa dose di ironia triste insita nella idiozia connaturata nei personaggi. E' come se ci trovassimo di fronte ad un prodotto pulp scaduto, fuori tempo massimo, anni dopo la fine ufficiale del periodo d'oro del pulp. Se mi ricorda qualcosa - ma stiamo parlando di un ricordo sbiadito, come un riflesso che mi giunge alla vista dopo essere rimbalzato su un numero imprecisato ed alto di specchi sporchi e, taluni, rotti - posso dire che mi riporta alla mente Bestie, di Magnus Mills, più che altro per il vuoto assoluto che permea dall'interno i protagonisti, ma Mills era un'altra cosa. Che poi l'intera storia di Sotto questo sole tremendo possa essere letta come una metafora delle recente storia argentina (Duarte e il morto erano piloti militari, il muro elettrificato della casa del fratello di Cetarti, il rapimento di persone innocenti) mi pare onestamente una forzatura.
  La cosa assolutamente fuori dalla norma, e con questo intendo dire "superiore alla norma", è la copertina di Francesco Sanesi: se la fissate bene, potete indovinare già tutto ciò che troverete nel resto del romanzo.


Classe 1970, Carlos Busqued (è il signore ritratto qui accanto, anche se nella foto assomiglia terribimente a Maurizio Landini) ha fatto parlare di sé con Sotto questo sole tremendo, sua opera prima. Blogger, collaboratore di piccole e strane riviste, Busqued scrive con una prosa che ha permesso alla stampa di avvicinarlo a Raymond Carver. Ma non è il caso di aspettarsi uno stile minimalista. Al contrario, Busqued usa un linguaggio turpe, grasso, che va dritto al cuore dell'espressione, senza fronzoli e senza troppe inutili spiegazioni, retto da una struttura narrativa più che solida, che non toglie il fiato dal collo del lettore. Sotto questo sole tremendo è stato già pubblicato in Germania e Francia. Il suo blog lo potete trovare qui: borderlinecarlito.

domenica 30 settembre 2012

Hell's angels, di Hunter S. Thompson, Baldini e Castoldi Dalai editore

  Si muovono in gruppo o, per meglio dire, in branco. Il loro leggendario capo - per usare le parole dello stesso Thompson: il loro Lider maximo -, Ralph <<Sonny>> Barger, è un semplice magazziniere. Le ragazze, vale a dire le "loro" ragazze, "se ne stanno tranquille in gruppo, indossando pantaloni a zampa, fazzoletti, camicie smanicate, maglioni, con stivali ed occhiali scuri; hanno reggiseni a balconcino e rossetti brillanti, e l'espressione vuota e diffidente di anime opache diventate nervose e cattive per aver accumulato troppa amara saggezza in pochissimi anni". Siamo a metà degli anni '60 e loro sono gli Hell's angels, gli angeli dell'inferno, e le cronache dei giornali del 1965-1966 sono piene zeppe delle loro "gesta" belluine: risse, incendi, devastazioni, stupri di gruppo, uso ed abuso di alcolici e droghe. Odiano la polizia e qualsiasi forma di autorità costituita ma flirtano con il credo nazista, e come i tre moschettieri sono uno per tutti e tutti per uno, senza far domande, senza porsi troppi perchè. Se uno ha dei problemi con un Angel, allora ha problemi con tutti gli Angels. Quando si muovono in sella alle loro Harley Davidson sembrano uno sciame ordinato di enormi cavallette meccaniche, o un esercito postmoderno di rombanti selvaggi con barba lunga e braccia tatuate. Il loro simbolo, un teschio con un casco alato. L'america intera, borghese e benpensante, ne è terrorizzata, e Hunter S. Thompson, l'inventore del Gonzo Journalism, ci si butta a capofitto. Non si limita a scrivere su di loro, a raccogliere informazioni ma, secondo il suo stile, li incontra, entra in confidenza con loro, diventa loro amico (per quel che è possibile dirsi amico di un esercito di animali), si compra una moto e li segue in giro per i loro raduni, si ubriaca con loro, e mette insieme questo libro che è uno dei capisaldi della letteratura giornalistica del '900. Le domande sono evidenti, tutta l'America se le pone angosciata in quei lontani anni '60: chi sono questi Hell's angels, da dove vengono, cosa vogliono, quali sono i loro obiettivi? Thompson non ci fornisce solo le risposte (o piuttosto le sue risposte), ma ci conduce insieme a lui, in sella alla sua moto comprata per l'occasione, durante le sue serate all'El Adobe con gli Angels, o ai loro raduni ed alle loro feste, a rischiare le botte (fino, all fine dei giochi, a prenderle per davvero) per cercarle, queste risposte, per strappargliele di bocca quando sono troppo ubriachi o sfatti anche solo per rendersi conto che sarebbe meglio tenere la bocca chiusa, o quando sono divenuti talmente vanitosi da comprare i giornali solo per cercare qualche articolo che parli di loro. Quello che scopriremo (e soprattutto quello che scoprirà l'America dell'epoca) non è ciò che ci aspettavamo. Per esempio, ci imbatteremo in una stampa che parla del fenomeno Hell's angels senza conoscerlo e a tal punto spaventata da esso da tenersene ben alla larga, finendo così per descrivere all'americano medio un qualcosa che è più orribile ed al contempo più affascinante di ciò che emerge dalla cruda e semplice realtà dei fatti. Ma quali sono questi fatti? Sono realmente degli stupratori di gruppo? Forse si e forse no, ma nei casi verificati da Thompson gli Angels vengono sempre prosciolti perchè, di solito, si tratta di sesso di gruppo, magari selvaggio, magari perverso, ma comunque consenziente. Le violenze? Ci sono, e in gran misura, gli Angels non rifuggono la violenza (la violenza è parte integrante della loro estetica), ma spesso si tratta di risposte a provocazioni (o a ciò che gli Angels intendono come provocazioni, normalmente in senso estensivo), anche se non sempre. Poi, hanno strane abitudini: sono capaci di distruggere un bar, di farlo a pezzi, ma prima di uscire pagano i loro conti fino all'ultimo centesimo. A volte hanno famiglia, moglie e figli. Se la cavano con lavori saltuari o stagionali e con i sussidi di disoccupazione. Ma, alla fine, cosa vogliono relamente questa sorta di Unni su due ruote? Sicuramente non ciò che la gente immagina che vogliano. Ad esempio, non vogliono ciò che vuole il movimento Hippie dell'epoca, non cercano la pace, se la ridono del credo della non-violenza, non inseguono un altro mondo (magari lo vorrebbero anche, ma non hanno i mezzi culturali per saperlo immaginare) nè utopie di alcun genere, non pretendono che gli U.S.A. si ritirino dal Vietnam, non hanno interesse alcuno per gli obiettivi per cui si battono i comunisti (una società più giusta, ad esempio) perchè essi stessi sono fortemente anticomunisti (forse senza neppure sapere bene il perchè), anche se nella sostanza delle cose spesso vivono come una sorta di comune portata all'eccesso. Forse neppure sanno cosa desiderano, questo fino almeno a quando i media non fanno di loro delle star: allora comprendono (o forse non lo comprendono neppure ma si comportano comunque di conseguenza) che ciò che vogliono è la fama, sono i titoli sui giornali, sono le interviste, e sono i soldi. La fama, in qualche modo, arriva, la fama a cui puntano loro, e che si meritano, quella di terribili fuorilegge, nulla di più, ma i soldi no. Quelli non arriveranno mai, non hanno idea di come fare ad attrarli, e dunque continuano a guadagnarsi una modesta pagnotta come meccanici, magazzinieri, lavoratori stagionali, spiantati di ogni genere che non hanno un futuro e che sanno perfettamente che un futuro non l'avranno mai. Soprattutto hanno accettato la loro condizione di esclusi e hanno reagito di conseguenza. Sono tagliati fuori dalla società del benessere e per questo decidono di apparire agli occhi dell'americano medio esattamente come l'americano medio li vuole vedere: brutti, sporchi, porci (depravati, libidinosi e soprattutto violentatori) e cattivi. Sono punk prima che nascano i punk, ma punk feticisti delle motociclette e non della musica (o rumore che dir si voglia), sono figli di perdenti e perdenti essi stessi, il sottoprodotto del sottoproletariato americano che non ha nessun intenzione di muovere un solo muscolo per cambiare il proprio status. L'America non riesce a renderli parte del Grande Sogno a Stelle e Strisce e quindi ha bisogno (un bisogno disperato e incoerente) di vederli come esseri indegni di questo sogno: la responsabilità se non ne fanno parte non può essere del sistema America (società, economia, valori, media, ecc.), deve per forza essere colpa loro. E questo è il dono che gli Angels portano al proprio paese, una scusa per continuare a credere di essere perfetto o, quantomeno, nel giusto. E' colpa loro, tutta colpa loro e di nessun altro: sono dei loser, dei perdenti che non avranno neppure diritto ad essere cantati da un Bruce Springsteen qualsiasi nè di venir immortalati nei libri di qualche Nelson Algren, o John Steinbeck (che in realtà ha il tempo di vederli ma che sarebbe morto di lì a poco) o Ernest Hemingway. Sono troppo cattivi, non hanno ideali, sono selvaggi, puzzano, hanno barbe e capelli lunghi, non hanno sogni, non hanno nulla da portare in pegno al futuro, non sanno come cambiare la realtà in cui si trovano a vivere e se lo sapessero non avrebbero idea della direzione in cui incanalare il corso delle cose. Trattano le donne come oggetti, sono lontani anni luce dal movimento femminista di quegli anni, e coi figli dei fiori hanno in comune solo la passione per le droghe, ma senza pretese trascendentali, non credono che sballarsi li conduca sulla soglia della percezione di un altro mondo, è solo che a loro piace sballarsi, così come adorano sbronzarsi, e gettarsi nelle risse, andare in giro sventolando svastiche e sfoggiando elmetti nazisti, terrorizzando la gente. Amano spaventare la Brava Gente della Nazione, per loro è come mettere in piedi uno spettacolo: l'America ha drammaticamente bisogno di aver paura di qualcuno o di qualcosa, e gli Angels sono esattamente quello che l'America cerca. Nient'altro però. Niente di più.
  E se Algren e Hemingway non scriveranno mai un solo racconto su di loro, allora è Hunter S. Thompson che si prende la responsabilità di farlo, nel suo solito stile, personalissimo, scanzonato e pungente come pochi. Ironico ma al contempo capace di analisi che, al giorno d'oggi, a decenni di distanza, paiono più azzeccate che mai.

  Di corollario a tutto ciò, una considerazione: diventa un'urgenza quella di avere in Italia una biografia di Hunter Thompson, non se ne può fare ancora a meno. Non per molto tempo. La speranza che nutro è che tra le carte lasciate da Thompson si trovi un'autobiografia, perchè Hunter S. Thompson raccontato da sè medesimo sarebbe il punto più alto del Gonzo Journalism ed al contempo il suo punto di fusione, di annullamento. Noi fans del genio irregolare di Thompson rimaniamo in attesa che venga tradotta tutta la sua opera, articoli ed inediti compresi, perchè la sua visione sbilenca e lucidissima è indispensabile per farci un'idea di questo guazzabuglio di fatti che la folla si ostina a chiamare realtà.

  

  Hunter Stockton Thompson (o Raoule Duke, o Dottor Gonzo) è nato nel Kentucky, il 18 luglio del 1939. Fece parte della Athenaeum Literary Association di Louisville, ma atti vandalici, lingua mai tenuta a freno e ubriachezza lo portarono ben presto a conoscere il carcere.
Questi problemi gli impedirono di laurearsi.
Prestò il servizio militare nell’aviazione militare in Texas e poi in Florida: scrisse di sport sotto pseudonimo per alcuni giornali interni alle basi di San Antonio e Pensacola. E' considerato l'inventore del cosiddetto Gonzo Journalism. In Italia sono stati pubblicati: Cronache del Rhum, Screwjack, Paura e disgusto a LAs Vegas, Meglio del Sesso, Hey Rube, Paura, disgusto e la grande pesca allo squalo. Hunter S. Thompson si è suicidato a 67 anni il 21 febbraio 2005 con un colpo d'arma da fuoco alla testa a Woody Creek in Colorado (in realtà la sua morta è avvolta dal mistero, pare che, scrivendo un libro sugli attentati dell'11 Settembre 2001 fosse incappato in documenti scottanti e che, una settimana prima, avesse previsto la sua morte: un approfondimento su questo aspetto lo potete trovare qui).

venerdì 21 settembre 2012

Segnali che precederanno la fine del mondo, di Yuri Herrera, La Nuova Frontiera editore

Gli Aztechi pensavano che l'aldilà fosse situato in un mondo che essi stessi chiamavano Mictlàn, il livello inferiore del mondo sotterraneo, sarebbe come dire gli inferi, il nostro inferno. Lo immaginavano a Nord, anche se all'epoca gli Stati Uniti non esistevano, ma forse nella loro immaginazione quella doveva essere una terra tanto maledetta quanto agognata già allora, o qualcosa di molto simile. Per raggiungerlo era necessario superare nove tappe, ovviamente costellate di pericoli e prove iniziatiche. In realtà, volendo trasporre la storia alle nostre latitudini, tutto ciò ricorda molto da vicino una certa Divina Commedia di un certo Dante, solo che qui non è lo stesso Dante che compie il viaggio, ma una ragazza, Makina, sveglia, seria e figlia dei suoi tempi e dei ricettacoli delle tradizioni passate, buone o cattive che siano, e non si smarrisce nel mezzo del cammino, ma sceglie deliberatamente, su richiesta di sua mamma Kora, di intraprendere la strada che la porterà a Nord, oltre i confini del suo mondo, si potrebbe dire "oltre le colonne d'Ercole", in realtà banalmente oltre la frontiera, in cerca non di una Beatrice qualsiasi, bensì di suo fratello che, come tanti, è partito anni prima tuffandosi nell'ignoto e non è più tornato. Makina non avrà con sè un Virgilio, bensì si farà aiutare dai potenti della Cittadina, gente poco raccomandabile, che potrebbero squartarla o violentarla con un solo sguardo di ghiaccio, ma che, o in cambio di favori (le fanno fare da corriere) o per vecchi debiti di riconoscenza con la madre, decidono di accordarle il proprio appoggio. Gente che parla poco, che vive nell'ombra e che non a tutti è dato vedere, persone, sempre che siano persone e non demoni, che mettono i brividi addosso al solo sentirne pronunciare i nomi. Makina si mette in cammino, attraversa tutti i nove capitoli che rappresentano le nove tappe per giungere all'estremo Nord. Ora, però, dirvi qui se troverà o meno il fratello e se, nel caso in cui lo trovasse, riuscirà a portarlo indietro, sarebbe come minimo crudele, perchè la storia è tutta qui. No, anzi, la storia è un'altra, altrimenti sarebbe come dire che l'essenza della Divina Commedia consiste nel sapere se Dante riesce o non riesce a riveder le stelle; la storia dovrebbe essere il viaggio, un viaggio iniziatico e di formazione: la faccenda del fratello però è l'unico snodo narrativo vero e proprio, per il resto non rimane nulla. Questo libro, che riesce nell'impressionante sconcerto di ridurre le 128 pagine de "La ballata del re di denari" (primo libro di Herrera e caso letterario internazionale) a 105 pagine, dovrebbe essere il secondo di un trilogia sul Messico, sulla frontiera, sul mondo dei narcotrafficanti o su tutti e tre assieme, e il filo rosso che li dovrebbe unire, oltre all'ambientazione "narcolatina" è lo stile minimista, a tratti poetico (un poesia naif), e la struttura tipica della fiaba. Se il connubio tra le argomentazioni terribili del mondo iperviolento dei narcotrafficanti e la struttura essenziale e facilmente comprensibile della favola è indubbiamente stata il primo motivo del successo di Herrera, tale connubio è in maniera altrettanto incontrovertibile il suo limite più grande. Se, come abbiamo detto, il centro del libro dovrebbe essere il viaggio (iniziatico, di formazione e via discorrendo), di questo viaggio rimane ben poco, quasi niente, non un cambiamento psicologico nella protagonista e non un arricchimento della storia. Resta la sensazione di aver sbirciato in sequenza una serie di immaginette bidimensionali che dovrebbero richiamare il lettore a realtà terribili ed angoscianti, ma che alla fine restano poco più che immaginette ben scritte che, tra l'altro, si reggono sulla presunta conoscenza del lettore della realtà che vogliono rappresentare, o attraverso altri libri (di altra caratura, Il potere del cane, Delirio, Ossa nel deserto, 2666, eccetera) e film, o attraverso le cronache dei giornali e della televisione, ma che da sole, se per assurdo il lettore ingnorasse l'esistenza di un mondo fatto di violenza e droga al confine tra Messico e Stati Uniti, non riescono a rappresentare nulla, se non la storia sconclusionata ed appena abbozzata di una ragazzina che si muove da un posto ad un altro in cerca di qualcuno.
 E' come trovarsi di fronte ad uno scheletro (o ad una lisca, volendo essere meno macabri), perfetto, bianchissimo, lucido, che però rimane ciò che è, uno scheletro (o una lisca). Possiamo stare lì fermi ad ammirarlo, ma se vogliamo sapere e capire chi è stato quello scheletro, il suo nome in vita, il sesso, la sua storia, dobbiamo distogliere lo sguardo ed andare a cercarci tutto questo da un'altra parte. Inquietante è come la critica internazionale riesca a creare dei fenomeni editoriali con in mano un pugno di sabbia: sembra che Herrera, con all'attivo 233 pagine pubblicate per un totale di due fiabe, sia diventato l'astro nascente della letteratura sudamericana nel mondo, letteratura sudamericana che per fortuna non ha bisogno di capicordata per farsi conoscere, dal momento che è in ottima salute e ben rappresentata da un numero impressionante di scrittori giovani e meno giovani che, di solito, hanno anche il coraggio di rischiare temi, strutture e linguaggi che nel resto del mondo è raro vedere ancora (quantomeno vederli pubblicati). Come ha fatto Yuri Herrera tra l'altro, che a mio avviso non è un narcoscrittore - sempre che ce ne siano e che questo termine significhi qualcosa - e non è neppure un grande scrittore, quanto piuttosto un buon artigiano che ha intrapreso una sua strada di sperimentazione, con i suoi limiti ed i suoi punti di forza, e come tale va letto.
  Non è un libro da scansare a tutti i costi, è un libro da prendere con le pinze, per evitare di ridurre Herrera ad una sorta di santino da baraccone tipo Coelho. Non credo che potrà scrivere tutta la vita utilizzando questo stilema delle narcofiabe, ma credo che dovrà giocoforza continuare sulla stessa rotta per il terzo libro della trilogia. Per questo aspetto il suo quarto libro. Magari si dimostrerà uno scrittore all'altezza e magari si potrà apprezzare qualcosa di più di quello scheletro (o lisca) così bianco (o bianca).



Yuri Herrera è nato ad Actopan, in Messico, nel 1970. Ha studiato Scienze Politiche in Messico e Letteratura negli Stati Uniti. Con il suo primo romanzo La ballata del re di denari ha vinto, nel 2003, il Premio Binacional de Novela "Border of words", e nel 2009 in Spagna il premio "Otras voces, otros ambitos", confermandosi come uno degli scrittori messicani più promettenti.

Monsieur Pain, di Roberto Bolano, Sellerio editore

  Monsieur Pain è un libro strano. Bolano lo scrisse nel 1981 o 1982, col titolo "La pista degli elefanti" (titolo che ha lasciato per l'epilogo di questo libro, un compendio di voci che mette o non mette un punto fermo alla storia) per uno di quei concorsi letterari con cui riusciva a raccimolare qualche pesos quando la fama letteraria era solo una chimera. Glielo pubblicarono, passò inosservato e presto finì nel dimenticatoio. Immagino che vendette poco o niente. Eppure è un libro notevole - e lo era quindi anche prima che Bolano diventasse Bolano - ma nel suo essere di indubbio valore è a anche un libro misterioso, strano. Tutti i suoi personaggi (o quasi tutti) sono reali, storicamente esistiti, il contesto dei fatti altrettanto, eppure è il ritratto di un incubo dove la realtà sfuma ben presto in paranoia, e da lì, in un balzo lento e progressivo, alla follia. Siamo a Parigi, nell'anno 1938, e Cesar Vallejo, il più grande poeta peruviano, colui che Thomas Merton definì "il più grande poeta universale, dopo Dante" si trova ad agonizzare in ospedale, come lui stesso aveva predetto in un suo poema: " Morirò a Parigi mentre fuori piove / in un giorno di cui ho già il ricordo". Il male è sconosciuto, nessuno riesce a capirne l'origine nè le cause, eppure il poeta è sul limite imperfetto che lo porterà di lì a poco al cimitero di Montparnasse: i medici però non sanno che pesci pigliare, sanno che soffre di signhiozzo, niente di più. La moglie di Vallejo si rivolge ad un amica, Madame Reynaud, che a sua volta si rivolge a Pierre Pain, il Monsieur Pain del titolo, un mesmerista che aveva tentato, invano, di curare suo marito. Pain, che non ha idea di chi sia Vallejo, si interessa del caso, e assicura a Madame Reynaud che farà quanto in suo potere per aiutare il marito della sua amica, ma a quel punto cominciano ad accadere fatti insoliti, poi inquietanti ed infine minacciosi, ma connotati da quella forma di minaccia che aleggia nell'aria senza giungere ad acquisire una qualche forma chiara. Due uomini, forse degli spagnoli, anzi, sicuramente degli spagnoli, lo seguono. Lo vanno a cercare nella pensione dove alloggia. Quando finalmente Pain, Madame Reynaud e Madame Vallejo si incontrano e si recano alla clinica dove giace il poeta peruviano, il medico personale di Vallejo, che incredibilmente non se ne cura, o se ne cura il minimo necessario, prende di mira Pain e lo umilia trattandolo come un ciarlatano, si frammette in maniera anche fisica come una barriera tra Pain e la stanza dove giace Vallejo. Poi giungono altri medici, tra cui un luminare, il dottor Lemiere, che avrà modo di senteziare: " Tutti gli organi sono intatti, non vedo cosa possa nuocere alla salute di quest'uomo ": tra questi medici Pain crede di riconoscere i due spagnoli. Il centro dell'azione, come il Castello dell'agrimensore K. ne Il castello di Kafka, è un luogo irraggiungibile, ed è la stanza d'ospedale dove si trova Vallejo. La porta che la separa dal corridoio, i medici che gli impediscono di entrare, la donna all'entrata dell'ospedale, l'energumeno che lo scorta fuori, i due spagnoli che cercheranno con lui un accordo che rappresenterà anche una forma di velata minaccia, la scomparsa improvvisa di Madame Reynaud, ogni cosa sembra complottare contro di lui, come se qualcuno, qualche forza esterna, misteriosa e forse superiore, esigesse che la morte del poeta (del Poeta con la P maiuscola, simbolo della purezza della poesia e dell'animo umano; Poeta esule, incorruttibile, meticcio, marxista e povero) si compisse ad ogni costo, ed avvenisse in quella data maniera, a Parigi, esattamente come aveva scritto lo stesso Vallejo anni prima, quasi che il complotto fosse finalizzato a far sì che si realizzasse la sua stessa predizione. E' un libro, Monsieur Pain, a tratti ipnotico, inquietante, è un ritratto oscuro di un'epoca in bilico tra modernità, tecnologismo, e sapienze occulte, cenacoli segreti e bohème in fondo già conscia di sè stessa e di ciò che avrebbe rappresentato di lì a poco. La storia, se dovesse mai essere tradotta in pellicola, sarebbe ritagliata su misura per David Lynch, la scrittura stessa di Bolano, qui non ancora affinata all'affabulazione perfetta dei suoi capolavori, sembra voler riportare sulla pagina immagini ed atmosfere dei film di Lynch, e molte scene che Bolano descrive fino all'esasperazione, con una lentezza ed un'attenzione spasmodica ai particolari volutamente portate all'eccesso, sono la trasposizione della medesima tecnica utilizzata dal regista, dove l'angoscia viene portata non fino al limite della sopportazione o della giusta misura, ma poco più in là, oltre, per poi esplodere in una sorta di vuoto pieno di sottintesi che, immancabilmente, rimanda ad altro, normalmente altrettanto inquietante ed indefinito. Per assurdo, quella che parte come un'opera terribilmente letteraria, quasi conformista nell'ambientazione e, almeno inizialmente, nel linguaggio, è forse l'opera di Bolano più esplicitamente filmica.


Roberto Bolano è nato a Santiago del Cile 28 Aprile 1953, ed è morto a Barcellona il 14 Luglio 2003. Semplicemente è Bolano, L'ultimo classico, un Borges elettrico, il cantore del caos e dell'esilio, degli intrecci sospesi, del destino in mano al caso. Se avesse un senso questo aggettivo in letteratura, direi semplicemente: il migliore.
Chi volesse approfondire e documentarsi su tutti gli aspetti legati a quest'autore può andare ArchivioBolano. E' il sito più completo (e complesso) che si possa trovare.
  Di Bolano in questo blog sono stati finora recensiti: I dispiaceri del vero poliziotto,  Il Terzo reich, La pista di ghiaccio.

mercoledì 12 settembre 2012

Corpo a corpo, di Gabriela Wiener, La Nuova Frontiera edizioni

  Pare che il termine "gonzo" sia nato all'interno della comunità irlandese di Boston Sud per indicare l'ultima persona a rimanere in piedi dopo una notte di bevute e bagordi, una sorta di Higlander da pub. In seguito, nel 1970, il signor Bill Cardoso, professione giornalista del Boston Globe, ha utilizzato questo termine per indicare il tipo di giornalismo praticato da Hunter S. Thompson, vale a dire un modo totalmente personale di riportare le notizie, sconclusionato e fuori di senno, ma non per questo meno veritiero del giornalismo che possiamo chiamare normale. In realtà, per chi non conoscesse Hunter Thompson (che comunque va conosciuto, almeno il suo Paura e disgusto a Las Vegas), normalmente i suoi articoli vedono lui stesso come protagonista che si occupa di un fatto di cronaca, va sul posto, comincia a guardarsi intorno, a fare qualche domanda e nel giro di un niente si trova in qualche bar a ubriacarsi assieme ad un presunto quanto improbabile testimone e, qualche pagina dopo, da "qualche parte" non meglio specificata in preda a deliri allucinatori causati da abuso di sostanze stupefacenti e superalcolici. A quel punto, del fatto di cronaca non si ha (ovviamente) più traccia alcuna. Altrimenti, nei suoi articoli più sobri, vale a dire quando riusciva a terminare un articolo senza rischiare l'overdose, di solito parla a lungo e con approfondita cognizione di causa delle scommesse sportive, su chi puntare, cavalli, macchine, cani, squadre di footbal, di baseball, di basket, quanto puntare e via discorrendo. Non per questo (anzi, forse proprio grazie a questo suo aspetto) non è stato un ottimo scrittore, sicuramente unico: critico quasi inconsapevole del grande sogno americano e delle sue bugie, delle ombre e delle luci artificiali che lo fanno sembrare ciò che in realtà non è. E poi è divertente. Ora, se si vuole applicare l'etichetta di giornalista "gonzo" a Gabriela Wiener, bisogna pensare a lei come ad una nipotina responsabile di Thompson. Talentuosa, certo, ma seria e responsabile, ma solo perchè effettivamente il suo modello era realmente un pazzo scatenato oltre ogni immaginazione. Al contrartio, se la si paragona ad una persona normale, è una simpatica svitata ed eccentrica. Mi spiego. Quando iniziate a leggere una delle sue cronicas potete stare tranquilli che parlerà di quello che è l'argomento di partenza (cosa che difficilmente accade nei libri di Thompson); faccio un esempio: se parla di donazione di ovuli, potete stare tranquilli che di quello tratteranno le pagine che seguono il titolo "Addio piccolo Ovocito, addio". Però, rispetto ad una persona normale, o ad un giornalista normale (spesso le due categorie sembrano non coincidere), la Wiener va oltre, e qui sta il suo lato gonzo. Lei bussa ad una clinica, si dice interessata a donare un ovulo, segue la procedura, compila questionari, si fa visitare da dottori, si sottopone ad una serie infinita di visite specialistiche, lascia che i medici controllino giornalmente la crescita dei suoi ovuli fino a quando, finalmente, non giunge il grande giorno in cui dà l'addio ai suoi ovociti. Tutto rigorosamente in prima persona. Così come le esperienze in un club di scambisti a Barcellona, o in un allevamento ultramoderno di maiali fuori Lima (in cui si impara che i maiali possono avere orgasmi anche di mezz'ora consecutiva), o sul palco di uno spettacolo di dominazione ad una fiera dell'eros. Quando va ad intervistare un uomo con sei mogli, tale Badani, lo fa andando a passare due notti a casa sua, dormendo con le sue mogli, parlando e vivendo con loro e con lui, ed immergendosi in quella realtà al confine (se non oltre) di quanto normalmente accettato dalla società. Quando vuole conoscere la vita di una trans sudamericana emigrata in Europa - nel caso indagato dalla Wiener, a Parigi - va a casa sua, dorme sul letto dove questa (la trans) fa sesso coi clienti, condivide la casa col suo fidanzato francese, e l'accompagna al Bois de Boulogne dove si prostituisce, aspettando che termini la sua nottata di lavoro. Poi la troverete in giro da sola per la più pericolosa prigione maschile di Lima, facendosi passare per moglie o sorella o fidanzata di qualche galeotto, per studiare il linguaggio ed i significati dei tatuaggi carcerari. Una cronicas a mio avviso interessantissima è quella che riguarda l'assunzione di ayahuasca ("In viaggio con l'ayahuasca"), una pianta sacra agli sciamani peruviani - pianta "visionaria o enteogena" più che non allucinogena-, prima provata in un alloggio nel centro di Lima, con risultati deludenti, poi nella foresta ma con lo sciamano sbagliato (si, ci sono sciamani giusti e sciamani sbagliati; dalle mie parti si direbbe: ci sono sciamani e ci sono sciamacci), e solo alla fine, dopo aver trovato lo sciamano che sarebbe stato quello giusto per lei, riesce ad immergersi in un mondo che forse non c'è e, al contrario, forse è più reale di quello che noi riteniamo essere reale, e a verificare le effettive qualità della pianta. Comunque, di qualsiasi cosa parli, Gabriela Wiener c'è sempre, lei e la sua vita, lei e suo marito Jaime Rodriguez Z. (poeta e giornalista peruviano), lei e il suo pancione che si gonfia, prima, e poi lei e sua figlia. Non è una Hunter Thompson in gonnella, è Gabriela Wiener, sa scrivere, sa essere licenziosa, sa essere ironica e, fuor di dubbio, sa provocare ed interessare il lettore.
 Degna rappresentante della nuova ondata di giovani scrittori e giornalisti sudamericani.

  Onestamente, non sono riuscito a capire se questo Corpo a corpo, sia la traduzione del suo primo libro, Sexografìas (nel caso, la scelta della traduzione del titolo sarebbe come minimo demenziale), o una raccolta di brani tratti dai suoi libri e dai suoi articoli pubblicati su quotidiani e riviste. Immagino la seconda che ho detto.

Gabriela Wiener nasce a Lima (Perù) nel 1975. Scrive per quotidiani e riviste spagnole e sudamericane. I suoi primi reportage li ha scritti per Etiqueta Negra, di cui è corrispondente a Barcellona. E' stata redattrice della Sezione culturale e del Supplemento domenicale del quotidiano El comercio del Perù. Ha studiato Linguistica e Letteratura all'Università Cattolica di Lima e nel 2003 è volata a Barcellona per seguire un master in Cultura storica e Comunicazione. Da questa città ha scritto per media quali, tra gli altri, Etiqueta Negras, Caretas e Travesìas. In Spagna ha lavorato come redattrice della rivista Lateral e ha pubblicato suoi articoli con La Vanguardia, El periodico de Cataluna, Letras Libres, Primera linea e Quimera. Le sue cronicas sono apparse sul numero speciale di Latinoamerica dell'edizione congiunta di Virginia quartely Review - Etiqueta Negra, Mejor que ficciòn, Cronicas ejemplares e Antologia de la crònica latinoamericana actual.
Attualmente vive a Madrid dove lavora come caporedattrice di Marie Claire.
 Ha pubblicato Sexografias nel 2008, Nueve Lunas nel 2009, e Kit de supervivencia para el fin del mundo nel 2012, oltre ad una raccolta di poesie, Cosas que la gente deja cuando se va.

  Il suo blog è Sexografias.

sabato 8 settembre 2012

La signora in verde, di Arnaldur Indridason, Tea editore

Chi non ha mai letto Indridason, ha perso qualcosa. Che cosa, esattamente, non lo so, comunque qualcosa di importante. Chiunque ami la letteratura si può rendere conto che questo autore islandese non è il solito fenomeno (più o meno tale, in realtà in giro non ce ne sono molti) del cosiddetto giallo del nord. E' stata un'ondata, forse lo è ancora: i giallisti del nord europa hanno travalicato il filtro della buona qualità (e - avolte - del buon gusto) imposto da Iperborea o dalle scelte editoriali oculate delle grandi case editrici e hanno invaso quel piccolo mondo provinciale che è l'editoria italiana. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Di Stieg Larsson ce n'è uno solo (c'era, purtoppo, ora non più) e la maggior parte dei suoi emuli sono, per così dire, legione, una schiera di demoni più o meno agguerritti che puntano alla fama facile seguendo il maestro e cercando di tanto in tanto qualche strada alternativa che si va presto esaurendo. Sono tanti, troppi, e la maggior parte di loro non vale nè la spesa nè il tempo utilizzato a leggere le loro storie. Le uniche cose che li uniscono sono le ambientazioni, i paesaggi, i sapori e gli odori che fanno da sfondo (e spesso non solo, spesso rivestono la parte di coprotagonisti) dei loro gialli. Città e cittadine avvolte dalla nebbia, centri isolati dal resto del mondo, personaggi cupi e taciturni, neve pressochè perenne, tempeste solari, mugnai impazziti, violenze famigliari, alcolismo, droga e via discorrendo. Se questa è la media, Indridason è molto di più. I suoi libri sono un bisturi che entra poco alla volta nella carne viva della società e della storia islandese, nelle sue genti, e seziona freddamente l'animo oscuro di una terra fredda e, per molti mesi l'anno, coperta da un fitto strato di buio. L'equazione è semplice, quasi banale, buio sulla terra, buio nell'anima. Il suo protagonista è Erlendur Sveinsson, per tutti Erlendur, diciamo, quasi senza ironia, l'uomo più triste d'Islanda. I suoi collaboratori, tanto fidati quanto diversi da lui, sono Sigurdur Oli, una specie di fighetto perfezionista con poco tatto e meno pazienza, ed Elìnborg, una mamma in carriera, più sottile e comprensiva. In questo "La signora in verde", la storia rimbalza tra il presente, in cui viene ritrovato uno scheletro su una collina, e il passato, durante la guerra, dove seguiamo le vicende di una famiglia in balìa di un padre e marito violento e sadico oltre ogni misura. Di chi è lo scheletro sulla collina? E' morto di morte naturale o violenta? E, in questo secondo caso, chi l'ha ucciso? Tutto parte da questa che è una situazione piuttosto banale e già vista nell'ambito del giallo, qualsiasi giallo, nordico o mediterraneo che sia, ma il modo in cui l'autore sviluppa ed approfondisce la storia la fa diventare, come sempre capita nei libri di Indridason, un trattato sociologico (e storico in questo caso) che ci è dato seguire in presa diretta. Cos'era la società svedese durante la guerra, il ruolo della donna, l'accettazione della violenza domestica come un fatto, se non proprio naturale, comunque ineluttabile, la presenza degli inglesi prima e degli americani poi, gli echi di una guerra spaventosa ma nonostante tutto sempre percepita come lontana, la povertà, la fame, le dicerie popolari, i furti presso gli insediamenti militari degli americani, i figli della guerra, vale a dire i figli dei soldati che sono rimasti di stanza in loco qualche mese e poi sono stati spediti sui fronti caldi del Grande Conflitto, spesso a morire. Quasi sempre a morire. Le vedove non riconosciute, perchè ragazze madri, quindi svergognate, impudiche agli occhi della gente, puttane. E poi una signora "storta" e vestita di verde che si aggira per la collina attorno ad un cespuglio di ribes, che qualcuno ha visto, diversi ricordano, ma che sembra essere come l'ombra di un fanstama. Non vado oltre. E' un libro tanto terribile quanto magnifico. La scrittura di Indridason è piatta, calma, ha un suo ritmo ben preciso, scandito dagli avvenimenti e dai dialoghi, e affonda la sua capacità di analisi poco alla volta nella storia, non scade mai nel compiacimento quando descrive fatti violenti o perversi, è come un'occhio che rimane esterno senza però negarsi la possibilità della pietà umana. Erlendur, tra l'altro è un personaggio indimenticabile, complesso, che si sviluppa ed arricchisce un libro dopo l'altro. Ossessionato dalla morte del fratello avvenuta quando entrambi erano piccoli durante una tempesta di neve, morte di cui si sente responsabile e che non è mai riuscito a superare, si è separato dalla moglie dopo aver avuto due figli che, se è ingiusto affermare che abbandona in tenera età, comunque non tenta neppure di essere loro vicino, questo per molti anni, fino a quando non saranno i figli stessi ad andarlo a cercare, ormai adulti: Eva Lind, tossicodipendente che lo accusa di essere la causa primigenia di tutte le sue sventure e Sindri, ragazzo solitario e distante. Questo è il mondo di Arnaldur Indridason, Reykjavìk e dintorni, brughiere, fiordi, pianure infinite ricoperte di lava e ghiaccio, strade di periferia e storie di disgrazie che giungono dal lontano nord della regione. Ogni storia è una scusa per approfondire un tema, ma sia l'intreccio giallo che l'approfondimento - storico o psicologico o antropologico che sia - sono di qualità assolutamente superiore alla norma, e se la scrittura può ad una prima impressione apparire banale o magari un po' sciatta, la realtà è che è un piccolo miracolo di equilibrio tra il ritmo lento che caratterizza la vita dei protagonisti, lo svolgersi della vicenda e un'attenzione particolare a non andare mai sopra le righe, non marcare mai troppo i contorni di una scena, di un fatto o di un personaggio, lasciando che sia la storia a imprimere le impressioni dovute nei lettori.

 N.B: Subito dopo ho letto Un grande Gelo, e prima Un caso archiviato, La voce, Sotto la città e Un corpo nel lago. Li consiglio tutti. Sono inoltre usciti Un doppio sospetto e Cielo nero (tutti e due per Guanda; tutti gli altri sono ora disponibili in edizione economica per Tea)

Arnaldur Indriðason (Reykjavìk 28 Gennaio 1961)è uno scrittore islandese, noto particolarmente per i suoi romanzi polizieschi che hanno come protagonista il personaggio di Erlendur Sveinsson.
La traduttrice delle sue opere in italiano è Silvia Cosimini. Tutti i romanzi tradotti in italiano sono stati pubblicati dalla casa editrice Guanda.
Vive a Reykjavík, è sposato e ha tre figli. Dal 1981 al 1982 ha lavorato come giornalista al Morgunbladid. In seguito ha lavorato come giornalista indipendente e come critico cinematografico. Si è laureato in storia nel 1996 all'università islandese.
Ha iniziato la sua carriera di scrittore nel 1997 pubblicando il primo romanzo della serie dedicata al commissario Sveinsson. Ha vinto numerosi premi, fra i quali Glasnyckeln e Gold Dagger.

lunedì 27 agosto 2012

Funes el memorioso, de Jorge Luis Borges, en Ficciones

  El cuento forma parte del libro Ficciones, publicado en 1944, de la segunda parte, “Artificios”. La historia es bastante simple y lineal. Jorge Luis Borges en el prólogo de esta segunda parte del libro sostiene que el cuento Funes el memorioso ”es una larga metáfora del insomnia". No solo eso. Tal vez, prescindiendo da la intención de su autor, la historia va más allá de su significado original y se convierte en algo más profundo.
La historia es simple y lìneal. Ireneo Funes, vinculados al narrador con una conociencia ocacional y casi de todo superficial, a una edad temprana queda paralizado tras un accidente de equitación. A partir de ese momento, su memoria se convierte prodigiosa (y por lo tanto monstruosa) y su vida se biforca: de un lado la psiquica, obsesionada y condenada a las funciones esproporcionadas de su memoria, y de otro lado la inmovilidad física que lo costringe a vivir todos sus días en su habitación y, como máximo, por la noche, a mirar una pequeña parte del mundo desde la ventana. Pero la vista la que Ireneo Funes disfruta desde la ventana no es la potencialmente infinita de Giacomo Leopardi sino una visión de la realidad verdadermente sin fin, porque cada objeto, cada color, cada matiz, cada soplo de viento està percibida por el protagonista de manera lancinante y perfecta, total y, peor aun , todos los detalles registrados por Ireneo remiton su mente a otros recuerdos almacenados, que a su vez atraen a otros recuerdos, y así en forma exponencial.

Cabe señalar que, al inicio, durante el primer encuentro fugaz del narrador con Ireneo Funes, este era  conocido en su pueblo por su don particular, otra vez de modo monstruoso, la capacidad de saber siempre la hora exacta, dondequiera que fuera, sin dudarlo. Su propria condición se puede adivinar como la de un personaje singular en la pequeña comunidad. El período histórico considerado, finales de 1800, nos da un mundo que sigue siendo rural, pero listo para lanzarse en el nuevo siglo, que será el siglo de la industria y de las invenciones, de los mecanismos, de las grandes ferias comerciales y científicas, un mundo suspendido entre dos visiones de la vida, una (al atardecer) todavia simple y de alguna manera mágica y la segunda (a los albores) lista para emborracharse de tecnologìa hasta el punto de hacerla su propia religiòn y la propia forma aceptable de magia. La primera parte del cuento sirve, de forma clasica, para dar un quadro al mismo cuento. El narrador garantiza sobre la verdad de lo que irà referiendo, define el período temporàl (1884-1887), la zona geográfica (Fray Bentos), el tipo de relación que lo ha vinculado al protagonista, el número de veces que se encontrò con èl (tres) y también especifica que su testimonio será imparcial y, se intuye, formarà parte de cierto compendio junto a otros testimonios sobre la figura de Ireneo Funes el memorioso, que por lo tanto - imaginamos – tiene que haber logrado una reputación que ha trascendido el borde de la pequena ciudad donde los acontecimientos tienen lugar, aunque si no sabemos la naturaleza de esta fama, si se considera una especie de fenómeno de circo, un freak, o  un caso médico o un personaje popular y folclòrico.
Este primer punto de vista, ademàs de proveer al lector con los primeros datos para limitarse a una hora, un lugar y por lo tanto a una atmósfera, sirve para estipular con el lectòr el pacto asì llamdo de credulidad. Es el mismo narrador que ha vivido lo que él nos va contando, y por lo tanto tenemos que creerlo. La parte central nos propone las circunstancias del primer encuentro, casual y fugaz (en el día siete febrero del años ochenta y cuatro), en el que echamos un vistazo a Ireneo, poco más (o poco menos) de niño, que corre y, sin pararse de correr, contesta a la pregunta del primo del narrador, quien le pregunta qué hora es. La respuesta, << Las ocho menos cuatro minutos >>, dicha casi como un reflejo, sin la mediación del pensamiento racional, nos ofrece los primeros indicios de un tipo de diversidad que de alguna manera afecta al niño, aunque no sabemos si es virtud o enfermedad. La tercera parte nos pone a parte sobre el incidente ocurrido al protagonista, sobre su discapacidad y sobre el don (o condena) consecuente que el incidente tuvo como su consecuencia. No es importante investigar la causa médica, y si este potencionamiento abnormal de la memoria sea verosìmil más allá de la página escrita, lo que importa son sus consecuencias. El narrador, y por lo tanto testigo ocular del incidente, se encuentra en Fray Bentos, estamos en 1887, tiene consigo una serie de textos en latín, y un diccionario, con el que se ayuda. Viniendolo a saber Ireneo pide de poder disfrutar por algunos dias de los textos de Latin y del diccionario. La solicitud es inusual, y tal parece al narrador, aun asi decide de hacerle haber el Gradus ad Parnassum de Quicherat e la Naturalis Historia de Plinio. Unos días más tarde, el narrador recibe un telegrama refiriendole las condiciones de salud del padre y, antes de emprender el viaje de vuelta a casa, decide de ir a casa de Ireneo para recuperar sus libros. A partir de aquí Borges pone el verdadera nucleo de su narración. El narrador entra en la habitación de Ireneo, pero la habitación es oscura y sólo puede oir una voz que habla correctamente en latín. A lo largo de toda la duraciòn de la  conversación con el protagonista no habrà modo de distinguir sus rasgos, sólo con la llegada de la primera luz de la mañana verà el rostro de su interlocutor. Una vez más el tema de la ceguera, aunque sea temporal y no causado por enfermedad, sino por causas externas, es importante para Borges. Es absolutamente esencial (imprcindible) porque  encarna el modo (el medium) con el que Borges percibe el mundo. El mundo de Borges de hecho es claroscural, no necesariamente tenebroso, pero eternamente inmerso en sombras. Pero con las sombras y con la dificultad del narrador para poner de relieve contrasta con claridad demencial de Ireneo que, descubrimos, es, literalmente condenado a recordar todo. Nada escapa a su capacidad mnemonica, hasta el más mínimo detalle, ni él tiene la capacidad selectiva que le permita de aislar los elementos esenciales de los aspectos importantes, de los secundarios, de aquellos menos relevantes. Lo que hace de su potencial una condena es precisamente este aspecto: de un lado la obligaciòn a recordar todo, y del otro la imposibilidad de colocar el sinfín de detalles registrados en una escala de prioridades. De hecho, Ireneo dice y explica sus planes absurdos (y en gran parte demenciales) como la redenominaciòn de los números segùn un criterio que sólo puede ser válido para él, basado sobre ningùn tipo de lògica, pero sólo en un juego mnemotécnico. Incluso sus planes para el almacenamiento de sus recuerdos son insensatos y irealizables porque lo obligarian a vivir toda su vida en ese esfuerzo a sabiendas que no podrìa llevar a termine la sistemaciòn ni de sus recuerdos de infancia. Son dos projectos que el mismo narrador bautiza como locuras, pero en los que puede adivinar “ una cierta balbuceante magnitud “. En este punto el cuento se acaba. Volvemos a ser puestos a parte sobre otros – pocos – aspectos de la vida de Ireneo Funes, como su edad al momento de los echos, 19 años, y la causa de su muerte en 1889, una congestión pulmonar.

  Borges una vez más vuelve a hablarnos al interno de una estructura narrativa sencilla y tradicional, casi trivial, sobre temas eternos, como el infinito. La memoria de Ireneo, de hecho, no es otra cosa que una de las encarnaciones posibles del infinito y de la incapacidad del hombre no sólo para su gestión, sino también para entenderlo. Funes, de hecho, parece estar completamente a merced de su discapacidad y, en su mayor parte, ni siquiera capaz de comprenderla plenamente. Él ne intuye los límites sólo cuando la mide con la exiguidad de su existencia. Él sabe que morirá antes de que termine de recordar todos los aspectos de su infancia. Sin embargo, esto no lo lleva a razonar sobre la natura de la muerte, y por lo tanto sobre el sentido de la vida, sino a la manera de almacenar recuerdos y cómo sistemarlos. El problema no es, para él, el significado más bien si la cantidad. Pero la cantidad pone los mismos límites del significado, porque no se deja coger, se moltiplica en continuaciòn como en un juego de espejos que reflejano cada particular al infinito exactamente asi como cada recuerdo crea una cadena de recuerdos que a su ves crea a otra, y asì hacia el infinito. Màs alla de la tragedia de no ser capaz de recordar nos encontramos frente a frente con el drama de la inutilidad del recuerdo porque él mismo translimita el significado y lo anula en la repeticiòn infinita de imagenes y sensaciones inutilizables.

Nota del autòr: El texto original lo escribì en italian, y lo podeis encontrar acà.
Espero que la traduciòn en espanol no sea tan mala.

  Dvd Illevir