"E di colpo percepisce in quella dichiarazione una minaccia. Qualcosa che si avvicina dalla parte del mare. Qualcosa che avanza trascinato dalle nubi scure che attraversano invisibili la baia di Acapulco."
Roberto Bolano, (da Ultimi crepuscoli sulla terra; Puttane assassine)

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domenica 25 ottobre 2020

Aldilà, di Andrea Morstabilini, Il Saggiatore editore

 

Una casa, la pianura che si estende senza fine e colma l'occhio di vuoto, e uno scrittore in cerca di solitudine e ispirazione: non serve altro. Questo ultimo libro di Andrea Morstabilini ha bisogno davvero di pochi elementi per creare la giusta atmosfera in cui immergere il lettore, pochi punti cardinali che gli permettono di navigare con sicurezza in una storia che ha il passo lento del classico e l'ambientazione che ribalta il south gothic nostrano per riversarsi nettamente sul gotico padano. Dunque, una casa presa in affitto per isolarsi e potersi dedicare a scrivere un libro del terrore, un contratto d'affitto singolare, economico ma con clausole strambe, una casa che pare avere una personalità tutta sua, un profilo unico, sghembo, uno sguardo, un respiro, la solitudine che la circonda come un collier circonda il collo di una, nobile, vecchia signora. Il protagonista ci conduce in prima persona dentro la storia, passo per passo. Il caldo dell'estate, le valigie, la macchina da scrivere che deve arrivare, il giardiniere, la donna delle pulizie, le stanze, la sensazione misteriosa che si avverte quando si entra per la prima volta in una vecchia casa disabitata per molto tempo, l'impressione che qualcosa della vita passata sia rimasta intrappolata tra le mura, nei battiscopa, dietro i mobili, un brivido freddo (piacevole, all'inizio) che smorza la calura oppressiva della pianura cotta dal sole estivo. Lo scrittore prende possesso del suo nuovo spazio, espone i libri che si è portato con sè per farsi ispirare, lascia che l'odore della casa gli percuota le narici, sbircia stanza per stanza, e fuori dalle finestre. Si appresta far conoscenza con la sua nuova dimora, ma le vecchie case, come le vecchie, nobili, signore, sono piene di sorprese e ricche di passato, strane e misteriose, e di solito non sono facili a stringere nuove amicizie. Il centro del mistero si annida nella soffitta, laddove una grata e poi un muro non permettono di andare oltre, nemmeno col solo sguardo.                                                                                                                  Ma, quindi: cosa si cela dietro la grata, oltre il muro? Perchè quel "qualcosa" è stato nascosto, chiuso a chiave come si fa con le bestie feroci per assicurarsi che non possano fuggire e divorare nessuno?  Inoltre: perchè il giardiniere sembra scavare e coprire sempre le stesse due fosse, giorno dopo giorno? Cosa nasconde la scontrosità della donna delle pulizie? 

La storia è tutta qui, e non è poco, perchè si confronta con i classici del romanzo gotico e delle storie del terrore e, soprattutto, perchè avanza in un territorio liminale che per sua stessa natura non ha definizione, nè forma. Cos'è che ci fa paura? L'indagine avanza per accumulo di ipotesi, e noi con essa: ci troviamo in una possibile storia di fantasmi, poi in un Amityville Horror in salsa padana (o una Hill House di provincia) dove è la casa ad avere un'anima, poltergeist, possessioni, ritorni dal passato, svitati esoteristi, il giro di giostra è lungo e scandaglia tutti i ripostigli nei quali ci si aspetta di trovare un cadavere, ma, senza voler spoilerare, l'operazione di Morstabilini è più fine, non si limita ad aprire una finestra sulla nostalgia del passato della letteratura di genere, e nemmeno si pone l'obiettivo, il genere gotico, di volerlo modernizzare a tutti i costi, va più a fondo o, per meglio dire, il percorso che traccia segue un passaggio molto sottile, quasi invisibile, che si intuisce alla fine per sottrazione: vale a dire: se non è una storia di fantasmi (ma davvero poi non lo è?), se non si tratta di poltergeist, o di presenze, o di una casa con un'anima, cosa rimane? Di cosa è fatta, qual'è l'essenza materica ed immateriale che modifica la realtà e la rende misteriosa, pericolosa, incombente su un essere umano che viene ridimensionato a semplice comparsa, essere minuscolo, ininfluente, impotente che, al più, può cercare di comprendere il mondo oscuro nel quale è inscritto, senza peraltro (questa è la condanna dell'essere umano) mai riuscirvi? Alla fine della storia lo si intuisce; o forse è solo l'affacciarsi di un'ultima estrema ipotesi che possa contenere tutte le stranezze che la storia ha riversato sullo scrittore.

  Un gran bel libro, che si fa beffe delle attuali esigenze di stili vertiginosi, veloci, psichedelici, ma che segue il passo lento del camminatore, che trova il tempo di (guardare e) vedere il paesaggio e al contempo di seguire il corso delle proprie elucubrazioni, avanza lento ed elegante, scandaglia la realtà che lo circonda, e si tende per cercare di intercettare suoni inesplicati, scricchiolii, fruscii, il respiro della casa e della pianura che, spesso, procedono all'unisono. I richiami ai classici, come detto, sono molti, ed evidenti, chiari omaggi ai grandi della letteratura (li trovate riportati nella sinossi). Ma c'è anche il cinema di Pupi Avati, i richiami all'opera di Eraldo Baldini e, infine, il piacere fanciullesco di ascoltare in silenzio le storie che, bambini, non ci permettevano di dormire. 

  Una nota particolare, personale, mi permetto, per la copertina, che trova assolutamente perfetta.

 


 Andrea Morstabilini (1983) è editor e traduttore. per Il Saggiatore ha curato la nuova edizione de Le montagne della follia, di Lovecraft (2018), e ha pubblicato il romanzo Il demone meridiano (2016)

venerdì 17 luglio 2020

Tokyo città occupata, David Peace, Il Saggiatore, trad. di Marco Pensante

Sono le tre e venti del 26 Gennaio 1926, a Tokyo, alla banca Teykoku si avvicina la chiusura, mentre gli adetti sbrigano le ultime scartoffie della giornata: entra nella filiale un uomo che chiede di parlare urgentemente col direttore. Il direttore ha lasciato da poco l'ufficio perchè stava male, presentava forti dolori allo stomaco. Siamo nell'anno del ratto, il Giappone è un paese in ginocchio, occupato, stravolto dalla povertà, dalle malattie che circolano tra la popolazione come un nuovo esercito nemico, tifo e dissenteria la fanno da padroni. L'uomo viene condotto nell'ufficio del vicedirettore, si presenta come il dottor Yamaguchi Jiro (responsabile tecnico, Ministero della Sanità e dell'Assistenza sociale), sostiene che in mattinata è entrato in quella filiale un uomo infetto che presentava sitnomi di dissenteria. La dissenteria in quegli anni, in un Giappone in quelle condizioni, ti prosciuga, ti porta alla morte, ogni infetto contagia altri infetti, la morte porta altra morte. L'uomo, che ha al braccio un fascia che reca scritto Medico prevenzione malattie (o Ufficio metropolitano città di Tokyo, o Caposquadra disinfenzione, o Amministrazione quartiere di Tashima, squadra epidemie), sostiene di essere stato inviato appositamente per mettere in sicurezza il personale della banca, ha con sè gli antidoti. Il primo Farmaco e il secondo farmaco. Da prendere subito, immediatamente. Chiede di chiamare a raccolta il personale presente. Fuori, dice, lo aspetta il tenente Parker (Parker o un nome simile). Il personale viene riunito, l'uomo spiega come assumere i farmaci. Il personale ingerisce il primo, stando attento a inghiottirlo direttamente, senza che questo vada a contatto con i denti o con le gengive, poi si aspetta un  minuto esatto, a quel punto si può ingerire il secondo farmaco. Solo a quel punto si può bere acqua per ripulirsi la bocca dal sapore amaro dei medicinali. I dipendenti della filiale della banca Teykoku si avviano verso il bagno per sciacquarsi la bocca e bere, invece vengono scossi da conati e contrazioni, vomitano, cadono in terra, muoiono, uno dopo l'altro. Solo una dipendente riesce a trascinarsi fuori dalla filiale e ad essere soccorsa. Alla fine si conteranno dodici vittime.
  Il romanzo si apre con uno scrittore che corre verso la Porta Nera ("ma nel tempio di Zojoji non rimane nulla... Alberi enormi e bruciati, radici rivolte al cielo...Tutte le rovine della vecchia Porta Nera"; Tokyo anno zero, pag 52), teme di non arrivare in tempo, corre a perdifiato, perchè alla Porta Nera si deve tenere una seduta spiritica, verranno evocate dodici anime, lo scrittore avrà modo, finalmente, di conoscere la verità sul misterioso caso della banca Teykoku, potrà terminare il suo libro e portare alla luce la verità.
Uno dopo l'altro, si manifestano nel fiato corto di una candela che lentamente va a morire, le anime dei sopravvissuti, di detective, di giornalisti, di militari, di presunti colpevoli: ognuno racconta la propria storia, ogni storia contraddice, almeno in parte, quelle precedenti. L'identikit dell'assassino è sfaccettat: ha diverse altezze, diverse caratteristiche, dice certe cose e dice altre cose, la fascia che porta al braccio mostra una scritta, anzi un'altra, o forse un'altra ancora. O un'altra. Quello che rimane è il suo biglietto da visita. L'unica traccia materiale che resta del suo passaggio alla filiale della banca Teykoku. Nasce la squadra investigativa "Biglietti da visita". Vengono individuati tutti coloro che sono in possesso di quel dato biglietto da visita, vengono interrogati, verificati alibi, interrogati parenti, possibili testimoni, si cercano contraddizioni, collegamenti, si seguono piste che non portano ad alcuna soluzione e si seguono piste che portano in uno dei cuori oscuri della guerra: l'unità 731, là dove la guerra non la combattono i generali ed i soldati, ma i dottori e gli scienziati. Dipartimento di guerra betteriologica.
E se le storie delle varie anime si contraddicono l'un l'altra, lette insieme permettono però di farsi un quadro, per quanto sfocato, non tanto del colpevole del crimine della banca, quanto dei colpevoli dei crimini di guerra o, quantomeno dei colpevoli crimini di guerra. Lo scrittore si trova così per le mani un puzzle dell'orrore che sotto la patina della fredda perfezione nipponica nasconde crimini inumani, prigionieri usati come cavie, i cosiddetti "tronchi", popolazione civile inconsapevole sterminata per testare virus e batteri letali. Bambini, donne, cinesi, russi, persone che guardano con gratitudine i dottori credendo che gli stiano iniettando medicinali salvifici e che invece li stanno giustiziando. E' questo il vero crimine di questo noir, e l'umanità ne è il colpevole, nessuno è innocente, nè i giapponesi, nè i russi, nè gli americani, nessuno s'indigna per i crimini commessi, tutti sono interessati a coprirli, le vittime rimangono anime che si manifestano nella fiamma di una candela, esistenze ormai trascorse e dimenticate in nome di una normalità che poggia le sue fondamenta sui crimini di guerra. Tokyo è una città occupata, dove non sono più i giapponesi a comandare e a decidere di loro stessi, Tokyo diviene così il palcoscenico sul quale lo scrittore ricostruisce la rappresentazione dell'abisso nel qual si dibatte l'umanità intera. E' Tokyo, è il Giappone, ma potrebbe essere qualsiasi altro posto del mondo, qualsiasi altra guerra, qualsiasi dopoguerra, l'inumanità è la stessa ovunque.
Tokyo città occupata è il secondo libro di una trilogia (il primo è Tokyo anno zero, l'ultimo, di prossima pubblicazione sempre per Il Saggiaotre è Tokyo redux) incentrata sulla città di Tokyo, una capitale martoriata, uscita a pezzi dalla guerra, nella quale la gente prova a costruirsi una normalità che ancora non può essere tale, e fa (o non fa) i conti col proprio passato recente. Quella città, in quel momento è La città, il microcosmo sul quale Peace punta il proprio microscopio e studia la vita dopo la morte, la vita dopo la guerra, e le nuove guerre che servono per costruire una nuova vita. Nessuno è innocente, la normalità ha radici sporche, la vita si nutre della morte di chi è stato prima, la guerra porta nuova vita, disperata, sbilenca e, dalla distanza di un sipario che divide i vivi dai morti, anche assurda. Chi studiava le armi batteriologiche, oggi si arrabatta a sopravvivere, o ha trovato nuovi lavori, ha famiglie a cui nascondere il proprio passato, la guerra, così vicina, sembra lontana, le proprie colpe, così lontane, sembrano vicine, così vicine da cercare di scrollarsele di dosso, come fossero insetti repellenti.
  Il solito, grande, eccellente Peace, dopo il capolavoro assoluto del Red Riding Quartet (anch'esso ripubblicato in toto da Il Saggiatore) trova un'altra pozza oscura e maleodorante nella quale immergere le mani, alla ricerca di cosa significhi essere umani. Non vi piacerà saperlo, vorrete voltarvi dall'altra parte, fingere di non vedere, non sentire, non capire, ma Peace il suo mestiere lo ha fatto. Col suo stile sincopato, ossessivo, preciso fino allo sfinimento, vi ha mostrato l'orrore nel quale siamo immersi. Non potrete più far finta di non sapere, di non aver capito, di non aver guardato nel fondo dell'abisso. Dopo, niente è più come prima.
  David Peace, a mio parere, è semplicemente il più grande scrittore di noir vivente, e uno dei migliori scrittori del mondo.

In attesa della pubblicazione del terzo volume del trilogia di Tokyo, vi consiglio di rileggervi i primi due volumi, o di recuperarli e leggerli per la prima volta, se ancora non lo avete fatto.


DAVID PEACE nasce nel 1967 a Ossett dove cresce, nel West Yorkshire. Nel 1991 lascia il Manchester Polytechnic per andare a insegnare inglese a Istanbul, dove rimane per due anni, prima di tornare in patria. Dal 1994 si trasferisce a Tokyo, con l'intenzione di trascorrervi un periodo altrettanto breve, invece si ferma a vivervi stabilmente.
Nel giro di quattro anni, dal 1999 al 2002, pubblica il cosiddetto Red Riding Quartet, una quadrilogia di romanzi noir ambientati nello Yorkshire di fine anni settanta e primi ottanta, segnati degli efferati delitti dello Squartatore dello Yorkshire. Per questi romanzi, che mescolano cronaca nera e finzione, con uno stile molto impegnativo per il lettore, Peace viene paragonato al James Ellroy di American Tabloid e Sei pezzi da mille.
Nel 2009 il primo, il secondo e il quarto romanzo sono stati adattati in tre film per la televisione, conosciuti collettivamente come Red Riding e trasmessi da Channel 4.
Nel 2003 l'autorevole rivista letteraria Granta inserisce Peace nella sua lista dei venti migliori giovani (under 40) romanzieri britannici (Best Young British Novelists), pubblicata a cadenza decennale.
La sua opera successiva, GB84 (2005), è incentrata su un episodio cruciale della storia britannica, lo sciopero dei minatori del 1984-1985, terminato con la vittoria di Margaret Thatcher e del Partito Conservatore e la completa sconfitta dei sindacati. Il romanzo vince il prestigioso premio letterario nazionale James Tait Black Memorial Prize.
In Il maledetto United (2006) Peace racconta, a modo suo, il breve periodo (soli 44 giorni) durante il quale Brian Clough allenò il Leeds United. Nel 2009 il romanzo è stato adattato per il cinema dallo sceneggiatore Peter Morgan, nel film omonimo, diretto da Tom Hooper, con Michael Sheen nel ruolo del protagonista e Timothy Spall come coprotagonista.
Con Tokyo anno zero (2007) dà inizio ad una trilogia ambientata nel Giappone devastato dopo la Seconda guerra mondiale, durante l'occupazione americana, ispirata ad autentici episodi di cronaca nera. Tokyo città occupata (2009) è il secondo libro della trilogia che verrà completato dalla pubblicazione del terzo volume Tokyo redux (in Italia per Il Saggiatore).

 (nota biografica tratta da Wikipedia)

domenica 18 dicembre 2011

L'occhio dello zar, di Sam Eastland, il Saggiatore edizioni

Con questo romanzo, estremamente ben documentato da un punto di vista storico, ci è dato sbirciare dall'interno cosa sia stata la rivoluzione bolscevica in Russia. Non uno sguardo partecipato e sanguigno, la condanna per le atrocità commesse o l'euforia per un'utopia messa in piedi nel mondo reale non si percepiscono, se non eventualmente come sfondo, quasi si trattasse di sussurri lontani, ma in realtà lasciano sempre il dubbio che si tratti più di opinioni del lettore che non di indicazioni lasciate a bella posta dall'autore. E forse è così. Ci troviamo più che altro di fronte allo sguardo di uno storico che, introiettata la freddezza dei paesaggi siberiani, ci descrive passo passo cos'è avvenuto sul palcoscenico della storia e, soprattutto, cosa è avvenuto dietro i pesanti tendaggi che spesso celano le infinite storie che compongono la Storia. Uno storico, uno scienziato sotto acido, verrebbe da dire riferendosi a Sam Eastland, l'autore di questo perfetto giallo storico, se non fosse che verrebbe da pensare ad una sorta di Irvine Welsh: niente di più lontano. Sam Eastland compone un romanzo convenzionale nella forma, avvalendosi di una scrittura impeccabile ma sostanzialmente piatta, in tutto e per tutto al servizio della storia che racconta. La stessa scansione dei capitoli che rimbalzano tra passato e presente è quanto di più banale ci si può aspettare da un meccanismo narrativo. La definizione di storico (o scienziato) sotto acido va riferita al complesso del libro. La ricerca storica è inappuntabile e viene fatta attanagliare al plot narrativo come un abito che gli calza dannatamente bene. Ci lasciamo trascinare da una detecion story e nel contempo ci muoviamo all'interno dei corridoi enormi della Grande Storia. Attenzione, per quei corridoi così austeri ci permettiamo di addentrarci con leggerezza, senza la pesante consapevolezza che il luogo richiederebbe. Spero di aver reso l'idea.
Pekkala, dunque. Il protagonista di questa storia ha un nome improbabile, Pekkala appunto, almeno alle orecchie di un non finlandese, perchè è proprio dalla Finlandia che questi arriva, quando ancora la Finlandia era territorio della Grande Madre Russia. Viene mandato dal padre - che lo aveva destinato secondo i suoi progetti a proseguire la sinistra attività di famiglia, un'impresa di pompe funebri - a Pietrogrado, per entrare a far parte della Legione Finlandese dello Zar, il più alto onore che un padre (finlandese) potesse sperare per il proprio figlio (finlandese). Qui Pekkala viene preso a ben volere dallo Zar Nicola II, che per lui inventa una carica mai esistita prima e che lo pone, nei suoi doveri di responsabile della sicurezza dello zar, al di sopra dello zar stesso. Presto dimostra le sue capacità investigative al limite del paranormale, prima tra tutte la sua prodigiosa memoria, e diviene famoso nella cerchia dello corte e agli occhi del popolo come l'Occhio di smeraldo. Detta così suona un po' come una stronzata, del tipo All'inseguimento della pietra verde, ma nel romanzo giuro che funziona. Comunque, il soprannome in effetti non è il punto del forte del libro, siamo d'accordo. Via, riprendiamo: con lo scatenarsi della Rivoluzione d'Ottobre, Pekkala viene incarcerato ed interrogato dal nuovo sistema di potere, i Rossi, e spedito in Siberia a spezzarsi la schiena aspettando di essere liberato dalla morte. Invece, anni dopo, il presente storico del libro, a richiamarlo alla vita libera un giovane ufficiale dell'esercito sovietico, Kirov, un cuoco... anzi, uno chef strappato alla cucina dalle improrogabili necessità della rivoluzione. Il compagno Stalin in persona gli promette la libertà se metterà le sue doti di investigatore al servizio del popolo e del Soviet per scoprire se, effettivamente, i Romanov (vale a dire i suoi vecchi datori di lavoro) siano stati effettivamente uccisi, e dove siano stati seppelliti. Da qui in poi si sviluppa una trama interessante, storicamente credibile, ben scritta, con stile asciutto e preciso, una storia solida, appassionante e ricca sia di colpi di scena che di paesaggi ed atmosfere nelle quali non siamo abitutati a muoverci, neppure con la fantasia e che però fanno parte dell'inconscio collettivo. Quella zona dell'inconscio collettivo che ne è la periferia: lande fredde e messe un po' al bando dal baluginìo delle fantasie moderne, tutte improntate a serial killer americani, metropoli, complotti mondiali e bellone ipersexy sempre sull'orlo dell'orgasmo. Per questo, per la sua natura periferica, questa parte di inconscio collettivo riveste un fascino assolutamente speciale. Uomini venuti dal freddo, paesaggi lunari, città coperte di neve e ghiaccio, villaggi dimenticati da Dio e coperti dal fango e dalla fame, uniformi severe di imperi scomparsi e simboli che, dal presente del romanzo, assugeranno in fretta agli onori della cronaca mondiale. Falci, martelli, finti villaggi perfetti per ingannare l'occhio di chi guarda. Donne che aspettano il proprio uomo, o forse no.
Potrebbe essere un romanzo ottocentesco, o un saggio storico, e invece è un perfetto giallo che si fa divorare dal lettore. E Pekkala, protagonista algido e appassionante al contempo, non ci resta che seguirlo nella seconda puntata pubblicata in Italia sempre da Il Saggiatore: Bara rossa.

  La cosa migliore che si può dire di Sam Eastland, è che è uno pseudonimo. Dovrebbe essere un autore inglese che vive negli Stati Uniti, questo è quanto si sa di lui. Non ho trovato foto sue, e quindi qui accanto, nell'ovvia impossibilità di postare una foto di Pekkala, ho scelto di mostrare una foto dello zar Nicola II e della sua famiglia.
  Mi stupisco che non sia ancora stato tratto un film da questo libro.

domenica 3 luglio 2011

I minuti neri, di Martin Solares, edizioni Il Saggiatore

In questa storia c'è un presente con cui si apre e si chiude la narrazione, e questo presente ha un suo protagonista (Ramòn Cabrera, detto el Macetòn) e diversi altri personaggi, poi c'è un passato che è il vero centro del racconto, e questo passato ha un suo protagonista (Vicente Rangel Gonzàlez) il quale a sua volta ha un coprotagonista (Jorge Romero, detto el Ciego), e diversi altri personaggi. Ogni personaggio, più o meno, ha un soprannome e l'autore di volta in volta decide se usare il nome o il soprannome. Alcuni compaiono sia nella linea del presente che in quella del passato. La storia comincia con l'omicidio di un giornalista, Bernardo Blanco, tornato nella immaginaria città di Paracuan dagli Stati Uniti, e infilatosi da subito in un groviglio di serpi in cerca della verità su fatti che ebbero inizio nel 1978. La vera protagonista del libro è la storia di questi fatti, che viene portata alla luce, poco alla volta e tra mille difficoltà, dal Macetòn, il quale indaga sulla morte di Blanco, il giornalista. In poco tempo si rende conto che i due fatti sono strettamente legati e per comprendere l'uno bisogna inevitabilmente ricostruire l'altro, cosa tutt'altro che facile dal momento che i fatti del 1978 rappresentano il peccato originale su cui si è costruita, attraverso menzogne, soprusi e corruzione, il vero gotha della città, e non solo. Nel 1978 vennero trovate morte quattro bambine, quattro cadaveri mutilati che vennero addebitati ad un serial killer senza volto ribattezzato dalla stampa Lo Sciacallo. Nel corso del libro scopriremo la vera identità dello Sciacallo, ma sarà relativamente poco importante. Avrà un nome ed un cognome, ma di lui sapremo poco o niente, se non che " Lo portarono dentro alle tre, e alle tre e cinque lo liberarono. ". Il vero centro del narrare, il vortice scuro che tutto ingoia, è la rappresentazione della corruzione in Messico (che in questo caso è perfetto come sfondo credibile, ma potrebbe trattarsi di qualsiasi altra nazione: pensiamo ai mille misteri italini, alle stragi di stato, ecc.), gli allacci coi politici, coi narcotrafficanti, coi criminali, la rete di coperture di cui si trova a fruire lo Sciacallo, quasi a sua insaputa, e il mare di menzogne e scese a patti squallidi che si mettono in moto da subito e finiscono per costituire una sovrastruttura (un Sistema) che diventa impensabile scalfire. Se si sottrae un pezzo, seppur infinitesimale, di menzogna al castello di bugie, tutto quanto l'edificio sarà destinato al crollo, per questo il sistema dovrà coprire, insabbiare, corrompere, torturare e uccidere pur di salvaguardare sè stesso. Blanco, il giornalista Bernardo Blanco, scoprirà il Macetòn, stava raccogliendo materiale per scrivere un libro su quei fatti, e per questo muore. Il vero protagonista del romanzo è il meccanismo che sottende il potere, è il potere stesso e le sue forme di autodifesa, il crimine come fatto insito al sistema. Di più, come azione fondante del sistema. C'è tutto il Messico (e non solo) in questo libro: ci sono i femminicidi di Ciudad Juarez, i narcotrafficanti onnipotenti, c'è la polizia che si limita a divenire un tramite tra i narcos, i politici e la popolazione. C'è la corruzione politica, che parte dall'ambito locale e giunge fino a quello nazionale. Ci sono però anche tre generazione di poliziotti onesti - non perfetti, non immuni da vizi o colpe, ma onesti -: Miguel Rivera Gonzalez, lo zio di Vicente Rangel Gonzalez, Vicente rangel appunto e infine Ramòn Cabrera, el Macetòn. E poi c'è la stampa che, nonostante tutto, rimane l'unico contropotere a potersi permettere di svolgere il suo ruolo. Non per niente, forse, il mondo ha potuto venire a conoscenza della strage di donne di Ciudad Juarez grazie al libro di un giornalista, Sergio Gonzalez Rodriguez (Ossa nel deserto, Adelphi) e non per niente lo stesso autore, Martin Solares, è giornalista. Abbiamo un noir ben dosato, ben scritto (la scrittura è da autore tout court non certo del semplice giornalista), ben ambientato, teso senza essere mai eccessivo, con qualche sforamento nel grottesco se non proprio nell'assurdo (vedi il capitolo " Testimonianza di Rodrigo Montoya, agente sotto copertura"). Un libro che trascina nella lettura e che, alla fine, si vorrebbe non aver mai letto, ma che in qualche sua componente continua a galleggiare nel subosconscio del lettore.
Non illudiamoci che parli solo del Messico.