"E di colpo percepisce in quella dichiarazione una minaccia. Qualcosa che si avvicina dalla parte del mare. Qualcosa che avanza trascinato dalle nubi scure che attraversano invisibili la baia di Acapulco."
Roberto Bolano, (da Ultimi crepuscoli sulla terra; Puttane assassine)

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venerdì 30 aprile 2021

Intervista con Felipe Polleri: IL FINALE E' SEMPRE SANGUINOSO (forse i buoni sentimenti creano una cattiva letteratura). La traduzione dell'intervista è stata curata da Carmen Piccirilli

In occasione delle recente pubblicazione del suo ultimo libro Le poltrone appassite nella collana Gli Eccentrici di Arcoiris Edizioni, pubblico qui di seguito l'intervista con l'autore, il geniale Felipe Polleri, uruguaiano di origine italiane (come leggerete nell'intervista). Ne approfitto per ringraziare la cortesia e la disponibilità dell'autore (per l'avventatezza che lo ha portato a concedere la sua prima intervista per il pubblico italiano a questo piccolo e appassionato blog) e la casa editrice Arcoiris che l'ha resa possibile, in particolar modo Loris Tassi, curatore della collana Gli Eccentrici e traduttore di Polleri, e Barbara Stizzoli che ha seguito la traduzione di quanto trovate qui di seguito.

  Concludo questa breve intro consigliando a tutti l'esperienza di lettura dei libri di Polleri, che amo in particolar modo: testi particolarissimi che, facendo a pezzi ogni riferimento narrativo abituale (trama, narratore, e via discorrendo), puntano dritto al cuore della sua poetica, con uno stile impeccabile che si fa esso stesso narrazione. Sono incubi ad occhi aperti, gli incubi di un'umanità dolente e goffa, scorbutica, difettosa e difettata, che amerete da subito. La speranza, a questo punto, è che ai due titoli per ora tradotti in italiano, se ne aggiungano di nuovi. 

La letteratura, per citare uno slogan, come non l'avete mai vista.  



- Ne Le poltrone appassite il microcosmo narrativo è quello di un palazzo. In Germania, Germania! era il paesaggio nazista, temporale e psichico in particolar modo. La messinscena della tragedia umana è adattabile ad ogni contesto?

* Pascal diceva, pressapoco, che la vita può sembrare una commedia molto divertente, ma che il finale è sempre sanguinoso. Dunque, tutta la vita umana non è altro che una tragedia contenuta in una brodaglia in scatola o nel quartiere più insigne di Roma.

- Leggendo i suoi libri (Le poltrone appassite, Germania, Germania! La inocencia, quest'ultimo titolo non è ancora stato tradotto in italiano) la sensazione che ne ricevo è che quella che sopra ho definito "tragedia umana" sia connaturata con la nostra stessa natura, in tal senso, chi ne vede la mostruosità, per riconoscerla, deve per forza porsi al di fuori di essa, e quindi, paradossalmente, al di là della propria stessa natura umana. In un certo senso lo scrittore deve trascendere l'umano, divenire occhio imperturbabile e scrutare il vivere da uno spazio profondo. Nel libro Le poltrone appassite, lo scrittore del 101, un Proprietario, è colui che dice di prestare la voce al povero Nestor, ma sembra più che altro un personaggio fittizio, non riesco a sentirlo come la voce di "Polleri scrittore". E' questo, per Lei, lo scrittore, colui che si pone al di fuori della vita per poterla ritrarre senza le schermature che, vivendola, ci sono imposte? Lo scrittore, quindi, è corretto affermare che è colui che, dalla morte, ci parla di noi stessi? O, in caso contrario, chi è, cos'è lo scrittore?

* Lo scrittore, per come lo intendo io, è qualcuno che è stato estromesso dalla vita comune. Lui è stato estromesso o in un certo senso si è allontanato spontaneamente perché non può condividere la visione del mondo che ha la maggior parte delle persone. Dall'esterno quindi, probabilmente da una sorta di morte, descrive quello che sente e quello che vede con occhi da straniero. Forse è un mostro, ma un mostro che capta con una chiarezza singolare la mostruosità degli altri e della società in cui si vede costretto a vivere. Esagerando, si potrebbe dire che se c'è qualcosa di veramente mostruoso, è la mostruosità del neoliberismo e della conseguente miseria. O siamo vittime, o siamo carnefici. Io spero con fervore di risultare tra le vittime e non tra gli aguzzini. 




- Lo scrittore, nel suo caso, mi pare si possa dire perda la sua voce per diventare esso stesso voce. Ho cercato più volte di capire chi fosse il narratore in Germania, Germania! e in questo Le poltrone appassite e ogni risposta che mi davo non era soddisfacente, fino a quando non mi sono risposto che il narratore è la narrazione stessa. Nel suo caso più che in altri mi sembra che la parola si liberi di ogni legame ed orpello e si faccia carico di seguire la follia che la circonda. Qual'è il suo rapporto con la parola, chi comanda alla fine dei giochi, Lei o la parola?

* La mia voce narrante è solo una e mi ci è voluta gran parte della vita per trovarla. Attraverso quella voce parlano i miei personaggi, i miei mostri, che non posso fare a meno di amare. Diciamo che scrivere per me significa immergermi nell'inconscio, per lasciare parlare i mostri che porto con me. Quelle voci dicono della parole che quasi non riconosco, parole negate che spesso mi spaventano a causa della loro malevolenza e crudeltà o per la loro veridicità. I miei personaggi stanno combattendo contro di loro. Io offro al lettore l'opportunità di dare il proprio contributo e di vedere il mondo con occhi più critici. Di prendere in considerazione problemi morali più complessi rispetto a quelli che gli presenta la letteratura dozzinale.

- Per quanto le realtà che descrive siano apparentemente grottesche, disturbanti e non poco folli, il suo stile è estremamente pulito, lineare, pur senza essere freddo. E' una voce che esce di getto o è frutto di un'opera attenta e certosina di limature e sottrazioni?

* Ripeto che, la mia voce narrante è frutto di una ricerca lunga e dolorosa. A volte sgorga come un getto, altre volte devo lavorarci parecchio affinché, alla fine, il rubinetto si apra. C'è sempre una correzione accurata, con "limature" e tantissime "sottrazioni". Di tutti i miei libri, un cinquanta per cento finisce nel cestino. O anche un cento per cento.


- Leggendo i suoi libri ho come l'impressione che a volte le frasi si impongano per la loro iconicità, per un loro intrinseco ritmo nascosto, come se ne privilegiasse l'estetica, come se il semplice suono di una frase fosse già parte del suo significato. In base a questa mia azzardata affermazione, quanto pensa io sia affetto da delirio, e in quale grado e forma?

* Sono un esteta. Un libro si giustifica per la sua bellezza, anche se è un fiore del male. Per quanto riguarda il delirio, pur essendo una persona gentile e rispettosa con gli altri, so di avere una specie di pazzoide dentro di me. ed è la mia condanna, ma anche ciò che mi costringe a (e mi permette di) scrivere i miei libri. Dunque è una condanna e una benedizione.

- Gli Angeli/Ordinatori sono esseri umili e divini, destinati all'umiliazione in una vita in cui non è prevista l'opzione del "paradiso in Terra", si lasciano umiliare per rendere felici gli esseri umani (i Proprietari), perché è attraverso la felicità che possono avvicinarsi a Dio. Eppure l'unica modalità che hanno i Proprietari di rapportarsi con Nestor, l'Ordinatore, l'Angelo, è quella di farlo sentire inferiore, trattarlo come un ritardato, umiliarlo. Non sono capaci di vederne la natura divina. Gli esseri umani, nei suoi libri, sembrano destinati ad una vita di soprusi, inflitti o subiti, e incatenati ad una intima incapacità a cambiare il proprio registro: non esiste l'empatia nei mondi che crea. Esiste il riso, ma grottesco, amaro, beffardo, ma mai l'empatia. E con essa non s'intravede mai una possibile redenzione. Nel suo modo di vedere il mondo e la letteratura, esiste redenzione?

* Potrebbe non sembrare, ma c'è empatia verso le mie vittime, verso tutte le vittime della società. Non è esplicita perché non scrivo opere a tesi. Non ho mai scritto o pensato che la mia scrittura debba essere più pia della realtà; la realtà è crudele, la nostra storia (da cui non abbiamo appreso mai niente) è una storia di genocidi.



- La struttura sociale che sottende la vita del condominio è molto rigida e piuttosto semplice e ricalca con trasparenza le contraddizioni svelate dal marxismo: proprietari e portieri, padroni e lavoratori, e le dinamiche sono quelle tipiche dei rapporti di forza: chi può si approfitta dell'altro e lo irride. I concorsi poi paiono dei momenti istituzionalizzati e regolati che mettono in scena sempre lo stesso meccanismo, la sopraffazione, in gare che sono epifanie grottesche del meccanismo capitalista della concorrenza spietata. Eppure nei sui libri prevale l'aspetto "umano" (nel senso più deteriore del termine) rispetto alla critica sociale, come se la società fosse solo un palco sul quale vengono esibiti gli stessi mostri, mostri che cambiano maschera ma restano sempre gli stessi, quelli ai quali il genere umano è condannato. Quanta attenzione pone alle due polarità narrative? E' la società a corrompere l'uomo o è l'uomo, già naturalmente corrotto, a creare una società a sua immagine?

* Credo, e magari questo è sufficiente per darmi del marxista, nella lotta di classe. Non lo so se è la società quella che ci corrompe o viceversa. Qualcuno lo sa? Ad ogni modo voglio credere che un giorno verrà un mondo più giusto.


- La morte, il disgusto, la violenza, la sofferenza, le pene legate ad un corpo materiale che si deteriora, che odora, che suda, che marcisce: tutto questo è parte del vivere o è il tutto?

* Oltre alla morte, al disgusto, alla violenza, alla sofferenza, ecc., esistono l'amore, l'amicizia, la solidarietà, ecc. ma forse i buoni sentimenti creano cattiva letteratura, come è già stato detto.

- Quanto è importante per l'essere umano come specie la narrazione di sé stesso? Perché siamo così intimamente legati alla necessità di raccontare noi stessi a noi stessi? Di rappresentarci all'interno di un meccanismo narrativo come se questo potesse dare un senso al nostro stare la mondo?

* Narrare, nel mio caso, significa provare a vedermi in modo oggettivo. Ed è l'unica maniera che ho trovato per scoprire chi sono e cosa sento perché da buon "pazzo" ho un'identità problematica. 

- Non esiste empatia, forse nemmeno nella narrazione, non esiste redenzione: esiste almeno la speranza di vedere altri suoi libri tradotti in italiano?

* Ci redimiamo nell'amore per una donna, per gli amici, nel rispetto per tutti gli esseri umani con i quali ci incrociamo e che proviamo ad aiutare. Sì: ho la speranza di vedere altri miei libri tradotti con amore in italiano dai miei amici di edizioni Arcoiris. Spero che li collochino tra la Divina commedia e le opere di Pasolini. Scherzi a parte, il mio cognome è italiano e mia nonna era una contadina lombarda. Ho un certo diritto, pertanto, ad avere un posticino molto, molto modesto, nelle librerie italiane. E molto, molto lontano da Dante, o Leopardi, o Ungaretti, tre poeti che amo.




Apprezzato da autori come Mario Levrero, Fogwill, Elvio Gandolfo e Mario Bellatin, l'uruguaiano Felipe Polleri è considerato uno dei più grandi scrittori latinoamericani degli ultimi decenni. 

Edizioni Arcoiris ha pubblicato Germania, Germania! e, da poco, Le poltrone appassite



sabato 7 gennaio 2017

E' morto lo scrittore argentino Ricardo Piglia

Venerdì 6 gennaio, è morto all'età di 75 anni il grande scrittore argentino Ricardo Piglia (Adrogué, 24 Novembre 1941 - Buenos Aires, 6 Gennaio 2017), l'autore de: L'ultimo lettore (Feltrinelli, 2007), Soldi bruciati (Feltrinelli, 2008), La pazza e il racconto del crimine (racconto) e Il genere poliziesco (saggio) in Inchiostro sangue* (Arcoiris editore, 2009)  Bersaglio notturno (Feltrinelli, 2011), Respirazione artificiale (2012), La città assente (Sur edizioni, 2014), L'invasione (edizioni sur, 2015).


 Lo ricordiamo con un'intervista tratta dal blog di Sur edizioni (che ringraziamo) e inseriamo QUI il link alla pagina dello stesso blog che riunisce tutti gli articoli su Ricardo Piglia:



Intervista a Ricardo Piglia

di Ana Ciurans
pubblicato da Blow up e dal blog Sur (e dal sito ArchivioBola
ño)

Ricardo Emilio Piglia è nato ad Adrogué, provincia di Buenos Aires, Argentina, nel 1940. Nel 1955 la famiglia si trasferisce a Mar del Plata e oggi vive a Princeton, dove insegna all’università. Scrittore, critico e saggista, malgrado i tanti riconoscimenti ricevuti (tra cui il premio Planeta per Soldi bruciati, nel ’97), Piglia è pressoché sconosciuto in Italia. Con lui abbiamo parlato della sua idea fissa, il poliziesco. E abbiamo tentato di far venire alla luce i retroscena del brodo di coltura di scrittori come Roberto Bolaño. La pubblicazione di un suo racconto, La pazza e il racconto del crimine, nell’antologia di racconti e saggi del Río de la Plata, Inchiostro sangue* ci ha dato lo spunto per intervistare questo maestro del noir di cui uscirà tra poco Blanco nocturno per Feltrinelli.
 
Nel 1975 il racconto La pazza e il racconto del crimine, contenuto nell’antologia recentemente pubblicata in Italia (Inchiostro sangue, ndr), vince il premio letterario della rivista Siete días. Borges è uno dei membri della giuria. L’Argentina sta precipitando nella repressione. Il racconto narra la storia di un giornalista che, grazie alle sue particolari conoscenze linguistiche, riesce inutilmente a risolvere un crimine perché “interessi superiori” gli proibiscono di rivelare l’identità del colpevole. La letteratura come veicolo di denuncia, soccombe. Nonostante, il racconto, metafora di questa situazione, vince il premio. Crede che in quel momento la giuria non fosse cosciente di ciò che stava per accadere in Argentina o che la buona letteratura riesce a scavalcare persino gli interessi politici?
RP - I rapporti tra letteratura e realtà politica non sono mai diretti. Il racconto – tra altre cose – sembra criticare la logica dei meccanismi giornalistici che impediscono, in questo caso, la denuncia di un crimine. Come conseguenza di questo rifiuto, Renzi (il giornalista protagonista del racconto, ndr) decide di scrivere il racconto come una sorta di alternativa fiction all’immediatezza della stampa. Se dovessi definire la funzione della letteratura – ma non intendo farlo – direi che narra ciò che i mass media non possono affermare o capire.
La finalità del racconto è far apparire artificialmente qualcosa che prima era nascosto, cerca la verità segreta, indaga. Crede che questo sia il motivo per cui il genere poliziesco trova la sua massima espressione nella brevità del racconto? Qual è la differenza, a questi effetti, tra un romanzo e un racconto poliziesco?

RP - Non sono sicuro che il genere poliziesco possa solo esprimersi attraverso il racconto. Esistono romanzi polizieschi straordinari – basta ricordare Il lungo addio di Chandler. Forse la tradizione inglese, legata all’enigma, funziona meglio nel racconto; ma anche su questa linea ci sono dei magnifici romanzi, come Mr Byculla di Eric Linklater o Laura di Vera Caspary. In quanto al noir nordamericano, anche se è famoso per i romanzi, ci sono dei racconti eccellenti come Aspetterò di Chandler o First Offense di Evan Hunter. Proviamo a ipotizzare una risposta radicale alla domanda sulla durata del genere poliziesco: un racconto narra un solo crimine; una novella (romanzo breve, ndr) narra almeno due crimini, un romanzo tutti i crimini. Non so se è una definizione pertinente, mi piace però la progressione: uno, due, tre, tutti…

Epistolari, sottostorie, sottotesti, racconti. La sua opera è una mescolanza di ricorsi e di generi, basti prendere come esempio L’ultimo lettore. Anche quella di Roberto Bolaño lo è, così come quella di molti scrittori latinoamericani. Perché in America latina questo “disordine” apparente sembra particolarmente significativo? Crede che esista qualche qualità latinoamericana intrinseca dalla quale scaturisce questa scrittura?

RP - Noi siamo figli – o nipoti – di Borges che aprì questa strada nella narrativa contemporanea. In Argentina ci stiamo ancora riprendendo dalla sorpresa che causa la lettura di un racconto come «Tlön Uqbar Orbis Tertius» (Finzioni, ndr). Credo che questo “tocco” concettuale definisca parte della migliore narrativa attuale. Pensate ad Avalovar di Osmans Lins o a Il Danubio di Magris o ancora a Gli anelli di Saturno: un pellegrinaggio in Inghilterra di Sebal.

In Italia la letteratura argentina e latinoamericana in generale, è stata poco tradotta, con eccezioni che occupano una posizione all’estremo opposto, di grande fama, quasi sempre legate in qualche modo al boom latinoamericano. Che ne pensa del boom? Nel saggio I miti di Chtulhu, Bolaño si chiede: “che possono fare Sergio Pitol, Fernando Vallejo e Ricardo Piglia contro la valanga di glamour? Ben poco”. Mi scusi perché so che non è la prima volta che le viene chiesto, ma può fare qualcosa Ricardo Piglia contro la valanga del glamour? Crede che Bolaño si riferisse precisamente a “quella” valanga?

RP - Per Bolaño il glamour è il realismo mágico; la moda dice che gli scrittori latinoamericani siamo primitivi, spontanei e meravigliosi. È evidente che i migliori scrittori latinoamericani – Roberto Bolaño, Juan José Saer, José Emilio Pacheco, Clarice Lispector, per citarne solo alcuni – sono molto lontani da questo stereotipo anti intellettuale e selvatico.

Dopo gli anni sessanta la “scuola dell’enigma” lascia il posto alla “scuola dei tipi duri” nel romanzo poliziesco rioplatense. Il suo saggio sul poliziesco, pubblicato dentro all’antologia di cui parlavamo prima, è un piccolo manuale per capirne l’evoluzione. Può spiegare il ruolo della letteratura nordamericana, dell’hard boiled, in questo sviluppo? E anche quello della letteratura europea…

RP - Secondo me, la cosa più importante del poliziesco nordamericano è lo stile, uno stile che viene da Hemingway, anti soggettivo, anti psicologico, impersonale, un po’ schizofrenico. Basterebbe includere in questa linea del hard boiled Lo straniero di Camus, Breve lettera del lungo addio di Peter Hanke o Le gomme di A. Robbe Grillet per apprezzarne tutte le possibilità. Anche i romanzi corti di Pavese – in particolare La casa in collina – hanno questo tono. I miei primi racconti sono molto legati a questa tradizione. In quello che concerne il poliziesco europeo, ci sono molti scrittori di grande qualità, come Sciascia o Simenon – e anche Dürrenmatt – che hanno dato una nuova impronta al genere, portandolo oltre il classico noir.

“La poesia è essenziale per pensare a una poetica della prosa in lingua spagnola” ha dichiarato in un’occasione. Aveva in mente Nicanor Parra quando lo dichiarò? Solo in lingua spagnola o la poesia è essenziale per pensare in una poetica della prosa in qualsiasi lingua?

RP - In qualsiasi lingua, per scontato, pensiamo ai toni di Ezra Pound o di Ungaretti che hanno capovolto i ritmi del linguaggio e hanno mostrato – ancora una volta – che lo stile dipende dall’udito, dall’ellisse, dalla sintassi.

La chiave di lettura del noir è contraddittoria o ambigua perché spesso racconta storie contraddittorie e ambigue. C’è chi ne condanna il cinismo e chi gli attribuisce una profondità eccessiva che forse non era nelle intenzioni neanche dell’autore. In Soldi bruciati l’epigrafe riporta la seguente frase di Brecht: Cos’è rapinare una banca a paragone di fondarne una? E, nel suo saggio, afferma che in questa domanda è contenuta la miglior definizione del noir. É quindi il materialismo del noir quello che fa di questo genere il possibile genere del futuro?

RP - In un certo senso sì. Tutto è molto concreto nel poliziesco. Ho pensato spesso – ultimamente – alla finzione paranoica, una categoria che forse ci può aiutare a immaginare il futuro del genere. Mi sembra che molte storie poliziesche degli ultimi tempi abbiano la tendenza a narrare seguendo l’ottica della vittima, di quello che viene braccato (o crede di esserlo): una tradizione la cui origine può trovarsi nei romanzi di David Goodis. Allora, schematicamente, potremmo dire che la narrativa inglese classica si centra sul detective, che la narrativa poliziesca nordamericana ha la sua chiave di lettura nell’assassino e che la posizione contemporanea del genere tende a collocare la vittima – e l’innocente – al centro dell’intrigo. Una semplice ipotesi – paranoica – sulla storia del poliziesco.

Una domanda inevitabile, le piace la letteratura italiana e ha qualche autore preferito?

RP - Sí, naturalmente; dico sempre, per scherzo, che sono uno scrittore italo-argentino. Mio padre era italiano e per attiguità la mia letteratura ha vari padri di quest’origine: Pavese in primo luogo, ma anche autori che ammiro come Calvino, Bassani, Pasolini, Landolfi o Natalia Ginzburg. Alcuni libri scritti in italiano sono stati dei punti di riferimento per me, La cognizione del dolore di Gadda, con la sua localizzazione così vicina a noi argentini e il suo uso straordinario del linguaggio. Ammiro la grande tradizione della poesia italiana e ho sempre letto Montale, Ungaretti Quasimodo, Saba. La letteratura italiana forma parte della letteratura universale che è scritta in una sola lingua.

  

venerdì 23 dicembre 2016

E' morto lo scrittore argentino Alberto Laiseca


  Giovedì 22 Dicembre 2016 è morto a Buenos Aires all'età di 75 anni lo scrittore Alberto Laiseca. Era nato a Rosario l'11 di Febbraio del 1941.
  Autore di 20 libri, è ricordato soprattutto per il monumentale romanzo Los Sorias, di cui Ricardo Piglia ha detto: " Il miglior romanzo argentino dai tempi de I sette pazzi (di Roberto Arlt)".

  In Italia è stato tradotto Memorie di un romanziere atonale (2013 Arcoiris edizioni) nella collana di letteratura latinoamericana Gli Eccentrici.

     "Alberto Laiseca è un folle, l'enfant terrible della letteratura argentina, un rabdomante di storie, atmosfere, neologismi, un irregolare per eccellenza: un eccentrico. Il suo modo di avanzare nella narrazione pare essere un flusso continuo di invenzioni, narrative e stilistiche, quasi il suo narrare fosse un fenomeno di scrittura automatica, un'iperbole continua che supera regolarmente sè stessa con quella successiva. Non è che non parli della realtà, tutt'altro, descrive anzi il sostrato primigenio delle realtà che racconta..."
  Da 2666 http://2666blogspotcom.blogspot.it/2015/09/avventure-di-un-romanziere-atonale-di.html


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 Alberto Laiseca, scrittore argentino, nasce a Rosario nel 1941. Trascorre la sua infanzia a Camilo Aldao, tra le province di Cordoba e Santa Fe. Dopo aver svolto diversi lavori, pubblica nel 1976 il suo primo libro Su turno para morir. Aventuras de un novelista atonal è il suo secondo libro, del 1982. Seguiranno: Matando enanos a garrotazos, Poemas chinos (1987), La hija de Kheops (1989), La mujer en la muralla (1990), Por favor ¡plágienme! (1991), El jardín de las máquinas parlantes (1993), Los sorias (1998) considerato il suo capolavoro, un libro-mostro di 1.300 pagine,  El gusano máximo de la vida misma (1999), Gracias Chanchúbelo (2000), En sueños he llorado (2001), Las aventuras del profesor Eusebio Filigranati (2003), Sí, soy mala poeta pero... (2003), Las cuatro Torres de Babel (2004), El Artista (2010), Cuentos Completos (2011), Manual Sadomasoporno (2011), Beber en rojo (Drácula) (2012), iluSORIAS (2013) e La puerta del viento (2014). Stimato, tra gli altri, da mostri sacri della letteratura argentina quali Cesar Aira, Ricardo Piglia e Rodolfo Fogwill, è considerato l'erede dell'antiborges per eccellenza: Roberto Arlt.
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<< Alberto Laiseca non è solo un grande scrittore, è uno di quegli inventori della letteratura, unici e imprescindibili, , con i quali tutto finsice e ricomincia di nuovo >>
                                                                     Cesar Aira

<< Alberto Laiseca si allontana dalle tradizioni della letteratura argentina e parodia i generi combinando, tra le altre cose, , sadomasochismo, pornografia, noir e romanzo storico >>
                                                                     Roberto Ferro


venerdì 15 gennaio 2016

2666 sostiene la pubblicazione di ¡Alemania, Alemania!, il primo romanzo di Felipe Polleri tradotto in Italia da Arcoiris edizioni


 Todos los libros del mundo estan esperando a que los lea*  (Roberto Bolaño)

 

 

Alemania Alemania! è un libro allucinato, un delirio a tre voci nel quale il suo autore, Felipe Polleri, ancora inedito in Italia (per poco), trasfonde tutta la sua poetica eccentrica. Il nazismo, il Reich, personaggi storici ed inventati che danzano lungo la fantasia folle del proprio autore.
  Felipe Polleri è uno scrittore che ha riscosso successo in Uruguay e Argentina, si sta ritagliando il suo spazio anche in Portogallo e Francia, in Spagna sta per sbarcare con Tusquets. Alcune opere sono in fase di pubblicazione negli Stati Uniti, in Messico e America Centrale. In Italia, tramite il crowdfunding, è prevista la pubblicazione del suo romanzo Alemania Alemania! verso il mese di Giugno per la collana Gli Eccentrici dell'editore Arcoiris (traduzione di Loris Tassi).

  Ogni nuovo autore è una scommessa, un salto nel vuoto, ma è anche e soprattutto un arricchimento per il paese che lo traduce, un viaggio nella mente di un artista sconosciuto, un dialogo che comincia senza sapere dove e a cosa potrà portare: * ogni libro del mondo è in attesa di incontrare i propri lettori.  Per questo 2666 sostiene e partecipa all'opera di traduzione e pubblicazione di Felipe Polleri in Italia e lancia l'hashtag #PortiamoPolleriInItalia.

  Cliccando da questo sito sull'hashtag chiunque può partecipare al crowdfunding per contribuire alla pubblicazione di Alemania Alemania! e ricevere le ricompense che la casa editrice offre a chi l'accompagnerà nel percorso di pubblicazione del libro, del mondo e della follia di Felipe Polleri in Italia.

   «Il linguaggio è allucinato, poetico, violento, e non si rispetta niente e nessuno. In quanto ai personaggi, a questi mostri che ho creato, non ho altra alternativa che farli esistere. In un certo senso io mi limito soltanto a trascrivere, a tradurre ciò che mi dicono». 
  Felipe Polleri 




¡Alemania, Alemania! (dal blog ed.Arcoiris)

   “Un romanzo alieno da cui non sappiamo staccarci. Già dalle prime parole, Polleri ci tiene in pugno; ne usciamo scossi e pieni di ammirazione davanti al genio letterario di uno scrittore assolutamente straordinario, non classificabile”.
Si tratta di ¡Alemania, Alemania! dell’uruguayano Felipe Polleri, uno degli scrittori latinoamericani più sorprendenti degli ultimi anni.
La storia si svolge durante la Seconda Guerra Mondiale in vari Paesi: l’Inghilterra bombardata, la Germania nazista, la Spagna e l’Uruguay. Eppure non si tratta... (Continua a leggere)




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  Un titolo del genere, soprattutto di questi tempi, ricorda il sinistro Deutschland über alles, fa pensare a un saggio di economia o di storia (magari all’ottimo Anschluss. L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa, di Vladimiro Giacché) ed evoca il cupo scenario di un IV Reich che sorge sulle macerie del «sogno europeo». Ma non si tratta di questo, se non in modo tangenziale (fin dalle prime pagine si evocano infatti le ceneri del ghetto di Varsavia, e la Seconda Guerra Mondiale, con al centro la Germania hitleriana, è uno degli assi tematici del libro). ¡Alemania, Alemania! in realtà è il titolo del più recente romanzo di uno scrittore uruguayano ancora sconosciuto da noi: Felipe Polleri.
Lautréamont, Horacio Quiroga, Felisberto Hernández, Juan Carlos Onetti, Armonía Somers, Mario Levrero: l’Uruguay è una fucina di scrittori “raros”: rari, o strani, secondo una definizione ormai classica e un po’ abusata. L’ultimo, in ordine di tempo, di questa stirpe è Felipe Polleri, classe 1953, che a proposito di questa classificazione ha le idee molto chiare: «È un’etichetta che nasconde un retropensiero: “invece di leggerlo, diciamo che è un altro scrittore raro”. Essere scrittori in Uruguay è una cosa rara perché, diciamo, poco vantaggiosa. Dev’essere una... (Continua a leggere)






lunedì 28 settembre 2015

Avventure di un romanziere atonale, di Alberto Laiseca, Arcoiris edizioni, trad. di Loris Tassi

  Alberto Laiseca è un folle, l'enfant terrible della letteratura argentina, un rabdomante di storie, atmosfere, neologismi, un irregolare per eccellenza: un eccentrico. Il suo modo di avanzare nella narrazione pare essere un flusso continuo di invenzioni, narrative e stilistiche, quasi il suo narrare fosse un fenomeno di scrittura automatica, un'iperbole continua che supera regolarmente sè stessa con quella successiva. Non è che non parli della realtà, tutt'altro, descrive anzi il sostrato primigenio delle realtà che racconta (nel caso di Avventure di un romanziere atonale si tratta di una satira verso il mondo dell'arte e dell'editoria nel primo racconto che dà il titolo al libro, e di una sarcastica critica dell'essere umano e della Storia nel secondo racconto), ma la realtà, secondo Laiseca, per poterla vedere come realmente è, ha bisogno di essere spogliata.

"Una mujer vestida es una mujer abstracta" ("una donna vestita è una donna astratta")

Per spogliare la realtà, bisogna forzarla, leggerla sotto la lente deformante della caricatura, slabbrarne le bordature fino a farla fuoriuscire, fino a farla colare su un piano narrativo caricaturale e caotico che, in un certo senso, finisce col violentarla. Se la realtà indossa una maschera (o più maschere), allora compito dell'autore è strappargliela, con ferocia quando fosse il caso (e per Laiseca è sempre il caso), col ghigno sardonico di chi sa che la parodia dei generi è la chiave più salda per forzare una narrazione che altrimenti si limiterebbe a descrivere la superficie delle cose. 
Lo scrittore deve dare un nome alla realtà, deve scavarla fino a farne emergere lo scheletro primordiale, anche a costo di reinventarla (vedi i numerosi neologismi, la magistrale miscellanea di epoche - e non solo epoche - che confluiscono in L'epopea di re Teobaldo, il secondo racconto del libro).

"... La semantica composta dal seme delle lettere che si combinano per far germinare nuove sillabe destinate a dare il nome a tutti gli oggetti del cosmo, compito, questo, che gli Dei assegnarono agli uomini al principio del mondo..."

  Il romanziere, l'amico Coco Pico della Mirandola, Dona Clota e l'editore Ferochi, sono i quattro personaggi che bastano a Laiseca per creare la sarabanda del primo racconto che compone questo Avventure di un romanziere atonale. Il romanziere del titolo è uno sfigato, "un maledetto idiota che non sapeva che i libri si devono solo scrivere, non vivere", che affitta una stanza (in precedenza adibito a gabinetto o, per essere più chiari: a cesso) presso la pensione di Dona Clota (dalla incommensurabile e regale crocchia di capelli: "di certo era venuta al mondo prima la crocchia e poi lei"). Per vivere fa le pulizie - e non nel senso che lavora come sicario ma che lavora per una impresa di pulizie -, è destinato allo squallore di un fallimento che dal piano pratico si riversa inevitabilmente su quello onotologico (e viceversa), fino a quando un amico, Coco Pico della Mirandola, non intercede per lui presso l'editore Ferochi, in fase autopunitiva e alla perenne ricerca di un tracollo finanziario e/o psicologico per espiare il suo passato (recente e remoto) di perfetto stronzo. Il romanziere è la feroce caricatura dello scrittore (prima aspirante e poi affermato), ed è infatti catalogato come "maledetto idiota", che però si crede - passivamente - un genio. Ferochi, quella dell'editore, che si dice "stufo dei geni: ci servono scrittori che sappiano scrivere", ma che poi fa fortuna pubblicando un romanziere che, pur non essendo un genio, anzi, essendo un maledetto idiota, viene inteso dal mondo proprio come summa del genio contemporaneo. Ci penserà il mondo a inghiottire ogni cellula di queste avventure e a porre fine alla follia che le guidava.

  L'epopea di Re Teobaldo, il secondo racconto, è la lucidissima follia di chi ha capito cosa sia la vita umana sul pianeta terra e non ha timore a spiattellarlo in faccia al suo pubblico. Il periodo storico inizialmente pare essere compreso in una parentesi tra il 1000 e il 1.300 a.C., ma nel giro di qualche riga spuntano prima i treni, poi dinosauri, usati come armi da guerra (gli pterodattili al posto dei droni), poi tecnologie e riferimenti novecenteschi, una Russia musulmana, vengono citate armi di fantasia e non (superfrecce, fuochi greci, lanciafiamme, tigrizannute abbattimura, rettili da labirinto); ad un certo punto i due schieramenti che si affrontano vengono follemente descritti come due squadre di calcio, con tanto di spostamenti sulle ali e chi più ne ha più ne metta. Si apre poi un excursus sulla setta degli hasassini (da cui il termine "assassino"), discepoli di Hasan Tymosenko, il Vecchio della Montagna, adepti il cui credo prevede che il mondo sia uno schifo, che non esista nulla di sacro, e che quindi debba essere spazzato via con ogni tipo di violenza e nefandezza. La Guerra di Teobaldo contro la Russia (una Russia arabeggiante retta da Saladino) diventa presto una parodia che mescola le guerre atomiche ipotizzate da Zecharia Sitchin nei suoi libri pseudoscientifici, le partite di calcio, le reali guerre storiche, seppur di epoche diverse, e certi scenari post apocalittici alla Dune. Il risultato: un ritratto delirante ma tragicamente preciso della natura umana e della sua storia su questa terra. La guerra immaginata da Laiseca, diventa una summa di tutte le guerre passate presenti e future - comprese quelle di fantasia - in tutti gli angoli del mondo. La guerra di Teobaldo é la caricatura di ogni guerra, di tutte le guerre, di qualsiasi guerra. Il delirio si concreta ulteriormente dal momento che la lucida follia del racconto si riversa sulle strutture narrative e sugli stili impiegati dall'autore. Mi spiego: l'impressione è che Laiseca parta a briglia sciolta, da una frase che gli suona bene e lo ispira, senza che per forza abbia un senso particolare, e su quella ne inanella altre, accostandole per (diciamo così) gemmazione spontanea: a quel punto la storia si crea da sola, come appunto in un esperimento di scrittura automatica. Storia grottesca, ironica, selvaggia, delirante, violenta, comica. Personaggi folli, crudeli, in mondi frenetici, picari, degenerati, violenti, immorali. Poco alla volta che però il racconto prende forma tra le mani dell'autore, quasi suo malgrado, è l'autore stesso che deve seguirla a perdifiato, per non farsi disarcionare, e adatta stili e strutture a quanto di volta in volta si compatta progredendo nella narrazione. Una narrazione quasi involontaria, forse inconscia, che inventa un mondo che a sua volta modella la storia che si sta formando. E' come assistere ad un'eruzione vulcanica ed al conseguente modificarsi del paesaggio, tutto in presa diretta.
  L'autore è al contempo esterno (quanto più non si potrebbe) ed interno (anche qui, quanto più non si potrebbe) al suo narrare. L'autore è il ghigno feroce di chi, unico, ha il coraggio di guardare in faccia la realtà per quello che è, e non ne soccombe.
  Laiseca è unico nel suo genere, un po' genio, un po' pazzo, eccentrico, inimitabile.

 Alberto Laiseca, scrittore argentino, nasce a Rosario nel 1941. Trascorre la sua infanzia a Camilo Aldao, tra le province di Cordoba e Santa Fe. Dopo aver svolto diversi lavori, pubblica nel 1976 il suo primo libro Su turno para morir. Aventuras de un novelista atonal è il suo secondo libro, del 1982. Seguiranno: Matando enanos a garrotazos, Poemas chinos (1987), La hija de Kheops (1989), La mujer en la muralla (1990), Por favor ¡plágienme! (1991), El jardín de las máquinas parlantes (1993), Los sorias (1998) considerato il suo capolavoro, un libro-mostro di 1.300 pagine,  El gusano máximo de la vida misma (1999), Gracias Chanchúbelo (2000), En sueños he llorado (2001), Las aventuras del profesor Eusebio Filigranati (2003), Sí, soy mala poeta pero... (2003), Las cuatro Torres de Babel (2004), El Artista (2010), Cuentos Completos (2011), Manual Sadomasoporno (2011), Beber en rojo (Drácula) (2012), iluSORIAS (2013) e La puerta del viento (2014). Stimato, tra gli altri, da mostri sacri della letteratura argentina quali Cesar Aira, Ricardo Piglia e Rodolfo Fogwill, è considerato l'erede dell'antiborges per eccellenza: Roberto Arlt.

  Avventure di un romanziere atonale, è in vendita sul sito di edizioni Arcoiris: qui e può anche essere prenotato nelle librerie. Attualmente è l'unico libro di Laiseca tradotto in Italia: dallo stesso editore sono previste altre due traduzioni (che aspettiamo con ansia) per il prossimo anno.