A volte i misteri si nascondono nelle cose apparentemente più banali. E in questo caso c'è da domandarsi come sia possibile che dei gialli per lo più classici, affrontati da una coppia di poliziotti come è doveroso che accada in un qualsiasi giallo (un giallo classico appunto) seguendo la classica dicotomia uomo-donna, com'è possibile che dei libri che ad una prima occhiata sono quanto di più normale ci si può aspettare, poi alla lettura diventino tutt'altro? Lo stile, ad esempio, in questo caso, nel caso specifico della Bartlett, non è nulla di strordinario, all'apparenza, certo non sembra uscito da una qualche scuola di scrittura creativa, usa una abbastanza classica prima persona singolare, non si perde in barocchismi o neobarocchismi o sperimentalismi vari, non usa strutture particolari, niente flash back, l'autrice se ne sta ben nascosta dietro i suoi personaggi e non si rivolge mai direttamente all'autore, quando i personaggi parlano tra loro lo fanno con un banale virgolettato. Non c'è niente, all'apparenza, che possa spiegare come sia possibile che i libri della Bartlett ci strattonino già dalle prime righe e poi ci portino via con loro fino all'ultima pagina, senza darci modo di decidere i ritmi e le pause, gli stacchi, niente, neppure di riprendere fiato. Si apre il libro, e quello prende il sopravvento. Quando poi si chiude l'ultima pagina, allora si scende dall'ottovolante e ci si ritrova a dispiacersi al pensiero che il prossimo libro, ora, chissà tra quanto esce. Finora non ho fatto riferimento a questo libro in particolare, Gli onori di casa, perchè i libri della Bartlett della serie dedicati a Petra Delicado li ho letti tutti e posso assicurare che mi hanno fatto tutti la stessa impressione o, per meglio dire, la stessa malìa. Pedra Delicado era un avvocato che poi decide di entrare nella Policia Nacional per amore delle costruzioni teoriche e deduttive perfette che sono necessarie per risolvere i casi, pensava lei, diciamo quindi per una sorta di passione per i giochi intellettuali. Ma si rende presto conto di essersi sbagliata di grosso. I casi si risolvono consumandosi le scarpe a furia di camminare da un lato all'altro della città, Barcellona, e interrogando i sospettati, più e più volte e poi, alla fine, spesso quando si riesce a giungere alla conclusione corretta, ci si arriva o per caso, o per un errore del colpevole o per una semplice e banale intuizione. Il suo vice si chiama Fermìn, un popolano come ama definirsi lui, che si fionda in ogni bar a portata di mano in preda ad attacchi omerici di fame e di sete. C'è da dire una cosa ad onore dell'autrice: i suoi protagonisti non sono travagliati da passati tragici ed ingombranti o misteriosi e osceni, non hanno una doppipa vita oscura e peccaminosa, sono persone normali. Hanno una vita famigliare (Petra Delicado è al suo terzo marito e Fermìn alla seconda moglie), hanno figli propri o acquisiti, già adulti o ancora bambini, cadono in tentazione e a volte vi cedono, hanno dei caratteri ben precisi e assolutamente non immuni da difetti, al contrario, ma non sono, nè l'uno nè l'altra, portatori di particolari filosofie di vita (che non siano il mangiare tanto e bene di Fermìn), di visioni della realtà, credo politici o religiosi: sono persone normali, con i loro dubbi (molti, specie Pedra, anche se il suo carattere forte tende a mascherarli) e le loro poche ma granitiche certezze. Dopo qualche pagina hai l'impressione di averli già conosciuti da qualche parte e quando arrivi alla fine del libro avresti voluto conoscerli davvero. Poi c'è l'ambientazione, Barcellona, nulla di più commerciale, editorialmente parlando, eppure è una Barcellona che non ha nulla a che vedere con quella di Montalbàn o di Gonzalez Ledesma: è contemporanea, moderna, pare assistere allo svolgersi dei fatti mentre è indaffarata in mille altre faccende. La Barcellona di Ledesma è soprattutto una Barcellona prima idealizzata e poi riportata alla luce attraverso gli occhi di Mendez, siamo nel presente, ma la vediamo com'era (o come Mendez la ricorda) nel passato: una città oscura e romantica, piena di battone dal cuore d'oro, pensionati ammuffiti e nostaligici franchisti o, al contrario anarchici, orfani traviati, pervertiti non privi di una loro poesia e cani di strada che si spulciano al ritmo del riflusso delle onde in lontananza. La Barcellona della Bartlett è quella che può conoscere chiunque salga su un aereo domani - destinazione El Pratt o Girona - e vi trascorra una settimana. In questa indagine, però, lo scenario cambia e i due si troveranno a lavorare anche in Italia, a Roma, seguendo le piste che portano ad un sicario pazzo che cinque anni prima ha fatto fuori un imprenditore del tessile catalano. Parte tutto da un cold case, l'apparente omicidio dell'imprenditore di cui sopra da parte del pappone-fidanzato di una giovane prostituta con la quale il vecchio industriale stava consumando un rapporto. Ma, ovviamente le cose non sono mai quelle che sembrano, e alla fine, passando per oscuri intrecci con la malavita organizzata italiana, si giunge ad un finale di tutt'altro tipo (o livello o lignaggio). Non potendo dire molto di più circa la storia per ovvi motivi, mi limito a consigliarlo spassionatamente, questo libro, e mi spingo fino a consigliare di leggere anche gli altri libri della serie, sempre pubblicati da Sellerio. Il perchè non lo so, ma sono veramente appassionanti.
Alicia Gimenez-Bartlett è nata ad Almansa nel
1951 e vive dal 1975 a Barcellona. Laureata in Letteratura e Filologia
Moderna, ha insegnato per tredici anni letteratura spagnola e, dopo il
successo dei suoi romanzi, ha deciso di dedicarsi completamente alla
scrittura. Prima di ottenere infatti un enorme successo in patria con i
romanzi Ritos de muerte e Dias de Perros la Bartlett ha pubblicato
diversi libri: con Una abitacion ajena, che racconta il difficile
rapporto tra Virginia Woolf e la sua cameriera, ha vinto nel 1997 il
premio Feminino Lumen per la miglior scrittrice spagnola. Si è poi
dedicata alla serie con protagonista l’ispettrice Petra Delicado, che
l’ha consacrata in Spagna come una delle più seguite e amate gialliste. In
Italia è considerata una Camilleri spagnola per la vivacità della scrittura e
l’originalità delle storie.
"E di colpo percepisce in quella dichiarazione una minaccia. Qualcosa che si avvicina dalla parte del mare. Qualcosa che avanza trascinato dalle nubi scure che attraversano invisibili la baia di Acapulco."
Roberto Bolano, (da Ultimi crepuscoli sulla terra; Puttane assassine)
Roberto Bolano, (da Ultimi crepuscoli sulla terra; Puttane assassine)
mercoledì 23 gennaio 2013
Gli onori di casa, di Alicia Giménez Bartlett, Sellerio editore
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domenica 20 gennaio 2013
L'angelo dell'abisso, di Ernesto Sabato, Sur edizioni
L'angelo dell'abisso (titolo originale Abaddon el exterminador) è il terzo capolavoro di Ernesto Sabato, seguito e conclusione de Il tunnel (1948) e Sopra eroi e tombe (1961). Immagino ci siano un sacco di cose da dire al riguardo, ma è piuttosto complicato metterle insieme perchè L'angelo dell'abisso non è un libro convenzionale (sempre che i capolavori lo siano, ma in questo caso è anticonvenzionale anche rispetto alla "categoria" dei capolavori): si sussueguono un sacco di scene, di nomi, di andirivieni nel tempo, di conversazioni, elucubrazioni, articoli di giornali, narrazioni pure e spurie, di personaggi che risalgono ai suoi precedenti romanzi, ma alla fine sembra che non sia accaduto niente. Quantomeno niente che non sia sogno o, per essere più precisi, incubo. Non è un libro facile, ma è un libro imprescindibile, quantomeno per chi voglia sondare a fondo il mistero del male nel mondo e nella storia. Lo stesso Ernesto Sabato compare come personaggio, sia indicato come Sabato che semplicemente come S., e funge in qualche maniera come tratto d'unione tra i vari personaggi che abitano questo romanzo-non-romanzo: è lui che ci accompagna tenendoci (o tenendosi) per mano in questo lungo tunnel scuro che è in una qualche misura la sua anima e la sua visione del mondo: un incubo con i tratti della veridicità o, all'opposto, una realtà ritratta con le stigmate dell'oscurità onirica. Difficile dirlo, perchè a volte, sopratutto se si fa riferimento ai suoi altri libri, anche a Prima della fine (la sua autobiografia), si ha l'impressione che Sabato ci parli di qualcosa di terribilmente reale e mostruoso, a tal punto terribile da vedersi costretto a dargli forma di narrazione fantastica, ma la narrazione fantastica è così ben congegnata e a tal punto credibile da farci sospettare che stia descrivendo non la realtà mascherata ma un incubo narrativo. Se poi si pensa che questo libro è stato scritto nel 1974 e nella sua parte finale riporta le descrizioni vivide e precise fino all'assurdo di torture di regime che l'Argentina avrebbe vissuto solo due anni dopo, si viene percorsi da brividi. E' come se Sabato, che presiedette la commissione d'indagini Nunca Màs sui crimini perpetrati dalla dittatura, avesse fatto un salto nel futuro - nel suo futuro e in quello del suo paese - e avesse registrato le testimonianze dei sopravissuti ai campi di tortura e poi fosse tornato indietro a scriverne. O come se già all'epoca lui sapesse cosa sarebbe successo, e intendo dire che lo sapesse non come proiezione di un'analisi del presente, ma lo sapesse perfettamente, per filo e per segno, come se qualcuno che preparava il colpo di stato e il susseguente regime (qualcuno all'interno della P2, o del vaticano, o dell'esercito, o del corpo industriale, o degli U.S.A.) gli avesse anticipato i piani di ciò che sarebbe successo. Ma da questo punto di vista Sabato è molto reticente, addossa le colpe delle brutture del mondo, come già in Sopra eroi e tombe, ad una misteriosa setta di ciechi (come già in Sopra eroi e tombe, nel famoso Rapporto sui ciechi), che però, proprio per la sua natura segreta ed esoterica, sembra rimandare ad altro di molto simile, qualcosa come ad una loggia, o all'incarnazione antelitteram delle attuali teorie del complotto del nuovo ordine mondiale, degli illuminati (luce che i chiechi non possono vedere o luce che rende ciechi?) e chi più ne ha più ne metta. Paranoia, il male incarnato nella storia, Sabato che si muove in una Buenos Aires cupa che sembra presagire ed attendere inquieta ciò che di lì a poco le toccherà vivere sulla popria pelle, i personaggi dei suoi romanzi che vi si aggirano come formiche su un cadavere. E' un romanzo oscuro, per molti versi e ancora maggiori sensi: è difficile da seguire, e quando ci si riesce (o si crede di esserci riusciti) ci si domanda se l'ipotesi che ci è balzata in testa sia frutto della nostra follia o se fosse in fondo il reale messaggio che l'autore ha voluto inviarci, come a metterci in guardia da una bestia orribile e famelica che ci ostiniamo a fingere di non vedere, a dimenticare a causa del terrore che ci incute, ma che non possiamo cancellare, che è con noi, vive nei recessi delle nostre ombre dall'inizio dei tempi e, pare dirci Sabato, non ci lascerà mai. Non ci resta che aprire gli occhi - non essere ciechi, non rimanerne accecati - e combatterla, giorno dopo giorno, con le armi che abbiamo, nella speranza di evitare l'inevitabile, cioè il ripetersi delle tragedie (sempre le stesse, sempre uguali, sempre banali), ben sapendo che sarà impossibile. Questo è il nostro destino e, se non ci sono altri significati, questo è la spiegazione del perchè del nostro transito terreno. Una spiegazione che, forse, è assurda tanto se non di più del vivere senza conoscerne il perchè.
Ernesto Sabato ha vinto il premio Cervantes nel 1984, e nel 2007 è stato candidato al Nobel. Ha scritto nella sua vita solo tre romanzi: Il tunnel (1948), Sopra eroi e tombe (1961) e L'angelo dell'abisso (1974). In italiano è possibile trovare, oltre Il tunnel (Feltrinelli), Sopra eroi e tombe (Einaudi) e L'angelo dell'abisso (Sur), anche Prima della fine (Sur) e Lo scrittore e i suoi fantasmi (Meltemi)
Ernesto Sabato ha vinto il premio Cervantes nel 1984, e nel 2007 è stato candidato al Nobel. Ha scritto nella sua vita solo tre romanzi: Il tunnel (1948), Sopra eroi e tombe (1961) e L'angelo dell'abisso (1974). In italiano è possibile trovare, oltre Il tunnel (Feltrinelli), Sopra eroi e tombe (Einaudi) e L'angelo dell'abisso (Sur), anche Prima della fine (Sur) e Lo scrittore e i suoi fantasmi (Meltemi)
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martedì 15 gennaio 2013
Banksy L'uomo oltre il muro, di Will Ellswoth-Jones / Wall and piece, di Banksy, L'ippocampo editore
Cosa c'è dall'altra parte del muro o, per meglio dire, chi è l'uomo al di là del muro? Il meccanismo è lo stesso che porta Leopardi a fantasticare sull'infinito oltre la siepe: la siepe ti dà il senso del finito e tutto ciò che c'è oltre diventa giocoforza infinito. L'identità di un individuo lo connota e dunque, in un certo senso, lo limita: Banksy è ciò che campeggia oltre la siepe, è la mancanza di indentità, cioè l'infinito, vale dire che si trasforma in quello spazio informe entro il quale la fantasia può reclamare libero sfogo e scatenarsi. Banksy è un artista o è l'arte? E' un graffiti artist (o stencil artist o street artist) o è la stessa graffiti art (o stencil art o street art)? Il tema dell'identità priva di confini misurabili si intreccia in questa biografia (ovviamente non autorizzata) con il tema dell'arte, dell'arte per tutti, dell'arte di strada e del mercato dell'arte, del denaro e della fama che il successo porta inevitabilmente con sè e dei dilemmi morali che ne conseguono. La scrittura di Ellsworth-Jones è indubbiamente elegante, e ha il pregio di non essere altezzosa, scivola via al servizio del contenuto, ma non è certo una scrittura letteraria, e Banksy L'uomo oltre il muro non ha nulla del romanzo (e infatti non lo è), ma al contempo è assolutamente narrativa. Fascinosamente narrativa. Ci racconta la storia di un uomo di cui non conosciamo praticamente nulla, se non le sue opere (per questo rimando a Wall and piece, e lo consiglio vivamente), e di cui quel che poco che sappiamo sono testimonianze e a volte addirittura semplici congetture di chi l'ha conosciuto, o dice di averlo conosciuto, e di chi ha lavorato con lui in tempi in cui Banksy non era nessuno. Ora, è una star planetaria, un nome che ha creato un mercato dove mercato non esisteva, che ha dato lustro ad una forma d'arte - la street art - che forse avrebbe preferito rimanere nell'anonimato ribelle e romantico di un certo vandalismo da strada. Banksy è l'uomo che, nato in una filosofia che prevede che le opere siano di tutti, alla portata di tutti e abbiano una durata limitata, si trova d'un tratto, forse suo malgrado, obbligato a gestire e controllare ogni aspetto della propria attività, dal mercato delle opere da lui certificate, a quello delle opere a lui semplicemente attribuite, alla comunicazione coi media fino all'organizzazione di eventi e di mostre. Vive nella contraddizione di dovere (e volere) controllare ogni aspetto della sua produzione quando il credo della street art è l'esatto opposto. Deve convivere con il peso della ricchezza quando la street art considera sè stessa come una forma d'arte totalmente gratuita. Deve gestire una fama mondiale e al contempo garantirsi l'anonimato. E', questo libro, la fotografia di un insieme di contraddizioni che si scontrano tra loro nel miracolo incredibile di riuscire alla fine a convivere tra loro, e queste contraddizioni tutte insieme formano poco alla volta un'immagine, che è l'immagine di Banksy appunto, ma che per quanto affascinante possa risultare rimane una foto fuori fuoco, l'ombra scura proiettata da un cappuccio sul volto di un uomo che non possiamo vedere e che - speriamo - non vedremo mai (non vi dice niente il nome di Benno Von Arcimboldi o quello di B. Traven?). E qui troviamo uno dei risvolti più interessanti del libro e che non riguarda direttamente Banksy quanto piuttosto i suoi fans (quindi ciò che possiamo definire "altro da Banksy"): quando un giornale ha pubblicato delle foto che pretendevano di ritrarre il vero volto di Banksy, la gente ha sommerso il sito del giornale accusandoli di aver rovinato tutto. Il fascino di un mistero che, per assurdo, non funziona in quanto in attesa di essere svelato ma, esattamente all'opposto: un mistero che emana fascino perchè deve rimanere tale. Un gran bel libro che, letto dopo aver avuto modo di vedere l'opera (o, per meglio dire, le opere: vedi Wall and piece) di Banksy, ci catapulta direttamente in un mondo che credevamo lontano, quello di un'arte di strada che spesso è confuso (e a volte invece lo è veramente) con l'imbrattamento, col vandalismo, e ci accompagna in un viaggio nel genio di un artista che con immagini semplici e provocatorie riesce a parlare direttamente alla gente (e non solo al cuore ma, cosa non disprezzabile, anche al cervello), a tutta la gente, all'esperto d'arte, al laureato, al notaio, così come al ragazzino che non sa neppure chi sia Van Gogh, al muratore come alla casalinga.
Un genio senza lineamenti.
Will Ellsworth-Jones è uno dei più grandi giornalisti inglesi. Caporedattore, poi corrispondente da New York per il Sunday Times ha ricoperto in precedenza posizioni di primo piano nello staff per il Telegraph, The Indipendent e Saga. E' autore di We will no fight, un saggio sugli obiettori di coscienza della prima guerra mondiale. Vive a Londra.
Qui di seguito il film documentario (ma ovviamente, parlando di Banksy si tratta di qualcosa di più di un semplice documentario e di difficile catalogazione) Exit Trought The Gift Shop, di Banksy, finalista ai premi oscar 2011.
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Will Ellswoth-Jones
venerdì 14 dicembre 2012
punkZone, di Matteo Galiazzo, racconto apparso sul n°31 del Maltesenarrazioni, nel 2002
Guarda, qualcuno dei suoi
clienti si ecciterebbe a vederla lottare con il cacciavite in mano contro
questo tappo spugnoso di merda che si è formato dentro la tazza del suo water,
si respirerebbe la puzza annaspando, gli scorrerebbe la saliva.
E' il terzo giorno che manca
l'acqua. All'inizio non se n'è accorta e ha fatto la cacca, lo sciacquone
vuoto, e tutto è rimasto lì. Allora butta un sacco di carta igienica per
coprire la cacca. Ha due bottiglie di plastica da due litri piene d'acqua
naturale, si fa gli spaghetti e li tira su con la forchetta anziché usare lo
scolapasta, e butta l'acqua nella pentola nel cesso, ma il pastone di merda e carta
rimane lì come un posto di blocco durante un'emergenza a filtrare lentamente
l'acqua, la tazza si riempie quasi. Ecco, ma pensa sia solo una questione di
minuti, di ore perché l'acqua torni.
Il problema è che lei qui ci
lavora e questo appartamento ha solo tre stanze, il bagno non ha nessuna
finestra, prende aria da una ventola che non ci si è mai creduto che funzioni,
l'hanno messa più che altro per l'idea di aria che dà il rumore della ventola
in sé, mi sa che non c'è nemmeno il buco da cui l'aria puzzona dovrebbe uscire,
il bagno prende aria dalla camera da letto. Il letto è senza lenzuola di sopra.
Il suo è un bagno da puttana
perché c'è una cosa che si chiama bidet, che serve alle puttane a lavarsi i due
buchi, qua a Londra i bidet ci sono solo in alcuni di questi appartamenti di
tre stanze a Soho, perché li hanno fatti apposta per le puttane.
Il primo giorno in fondo ci si
può ancora stare. Basta tenere la porta del bagno chiusa, nessuno dei clienti
dice niente, sparge un sacco di profumo e accende un sacco di incensi. Poi la
sera fa di nuovo la cacca, e butta dell'altra carta. Si compra una cassa di
acqua minerale frizzante. L'idea è che l'acqua frizzante apre la strada più
facilmente nella merda, lei non sopporta l'acqua minerale se si tratta di berla,
perché le bolle che esplodono le distruggono la lingua, ma ora pensare alle
bolle di anidride carbonica che esplodono contro il tappo di merda e si aprono
una via come tarli minatori le piace.
Buttarla così nel cesso direttamente dalla
bottiglia non fa niente, perché così non ha nessuna forza, nessuna rincorsa, si
aggiunge all'altra acqua senza spostare niente, allora pensa di riempire il
serbatoio dello sciacquone e poi di tirare la catena. Ma con quello che rimane
nelle bottiglie lo sciacquone si riempie solo a metà, e poi l'acqua si sgasa un
po' già nel travaso, poi tira la catena, ma è un getto di quelli deboli, come
quando tiri l'acqua di nuovo mentre il serbatoio si sta ancora riempiendo,
guarda per vedere l'effetto delle bollicine, quando l'acqua si calma si vedono
infatti delle bollicine che si formano sulle pareti, ma sembrano lì per
bellezza più che per distruggere il tappo di merda.
Quelli dell'acquedotto vengono,
per loro è tutto a posto, il problema sta nella colonna del palazzo, il problema
comincia dentro il palazzo, la pressione per loro fino a poco prima di entrare
nel palazzo è a posto, ci deve pensare l'amministratore che ci deve essere una
perdita da qualche parte, anche se acqua non se ne vede per niente.
Il secondo giorno la puzza di
cacca si sente per forza.
Lei non può stare senza acqua,
neanche poche ore, perché è nata sulla sponda destra del grande Niger.
Lei non usa lo spazzolino da
denti, ma queste foglie di felce lunga.
La vicina di sopra, che anche
lei fa la puttana e anche a lei manca l'acqua, perché manca in tutta la
colonna, dice che agli uomini piace la puzza di cacca, e che non ci sono
problemi a continuare a lavorare, anzi.
Allora giù in strada infatti gli uomini le
passano davanti e lei dice 'Vuoi sentire la puzza della mia merda?' e parecchi
vogliono, si vede che la cosa li interessa. Poi però quando sentono veramente
la puzza dopo un po' non gli interessa più in maniera così importante. Più che
la puzza di merda a loro piace l'idea di lei che dice Vuoi sentire la puzza
della mia merda, ma poi nessuno ha ad esempio il coraggio di aprire la porta
del bagno, perché già da chiusa e con la ventola per sempre accesa traspira un
sacco di puzza, che poi non è una puzza esotica, ma è la stessa dei cessi degli
autogrill, ma molto più forte.
Le
donne inglesi hanno bisogno del rossetto perché sono pallide, lei si morde le
labbra e così basta. Intorno agli occhi occorre bruciare petali di sambuca in
un coccio di ferro, e mescolarlo
all'olio di palma. Occorre mangiare soprattutto pesce d'acqua dolce, che rende
la pelle luminosa e solida, non piena di scarabei marroni come quella delle
gambe delle inglesi.
Il terzo giorno l'acqua non
torna, e lei pensa, butto tantissima carta, poi spingo con le mani finché la
cacca e la carta non se ne vanno lontano, poi butto altra carta e spingo, così
la carta spinge via la cacca e rimane solo la carta, e a poco a poco la carta
che si accumula di qua deve diventare sempre più pulita e non puzzolente. Ma le
cose poi a farle non vanno così, perché la carta si scioglie all'istante appena
tocca l'acqua e forma un pastone che si mescola alla cacca, quando vede che
occorre spingere via la merda a pugni e quella ritorna da tutti i lati si
scoraggia. E vai, per lavarsi la mano dalla merda via mezzo litro di acqua
minerale e decilitri di profumo.
E' contenta di abitare a Soho e
di fare la puttana, ha questo appartamento di trenta metri quadrati. Sul retro
del vicolo c'è un altro vicolo, dove i retri degli appartamenti delle puttane
si guardano, e tutte le puttane la sera dopo aver fatto la lavatrice stendono i
loro vestiti colorati ad asciugare e si raccontano le cose, e si chiamano
puttana e dicono che i pappa sono come i poliziotti che quando c'è bisogno di
loro stanno sempre da un'altra parte, poi arrivano quando c'è da prendere i
soldi.
Poi vengono delle donne inglesi,
sposate, e chiedono prima dei consigli sul rossetto, o che crede per la pelle
usiamo, o sulle cose per i capelli, poi ci chiedono cos'è che piace di più agli
uomini e com'è che si fa a farlo.
E poi chiedono come si fa a fare
finta, e cosa bisogna dire mentre lo stanno facendo, lei dice che bisogna fare
dei versi che non hanno senso ma che sono intonati come una domanda, poi mentre
si vede che i maschi stanno finendo bisogna fare dei versi che non hanno senso
ma che sono intonati come una risposta.
Alla televisione c'è
un'intervista a un chitarrista famoso inglese, dice che gli sembra strano di
essere pagato per una cosa così, che lui la farebbe comunque. Ecco, pensa,
ecco.
A
volte si accorge che si sta toccando le tette, senza motivo, non capisce, credo
perché c'è gente che paga per farlo e lei può farlo gratis, perché le da
fastidio sprecare le cose.
Uno
pensa che solo gli uomini brutti vanno con le battone, invece vengono da lei
anche uomini belli, dev'essere una cosa come come il taxi, che uno a volte lo
prende anche se ha la patente e la macchina. E' bello vederli arrivare con i
soldi, è bello essere pagate, è bello che ti dicano senza dirtelo che vali più
di quei soldi che ti stanno dando, è bello quando scelgono te tra tutte le
altre, è bello che succeda più o meno ogni ora tutti i giorni.
I
cattolici non le piacciono perché di solito vengono un po' di volte poi ti
vogliono sposare. Lei non si vuole mica sposare.
C'è
un uomo che la paga per vederla andare in giro nuda per casa a cercare zanzare
e a schiacciarle contro le pareti. A certi uomini piace guardare mentre mangia
dei dolci che portano loro, li ha fatti la moglie. Certi uomini vogliono
sentirla canticchiare, come se fosse sovrapensiero sotto la doccia. Alcuni la
pagano per guardarla mentre lava i piatti scalza. Alcuni la pagano perché lei
faccia finta di non sapere fare l'amore, e deve sembrare imbranata.
Alcuni
la pagano per fare finta di riparare la guarnizione del lavandino. Si deve
mettere una tuta sporca, e maneggiare delle chiavi inglesi sotto il lavello
della cucina. Alcuni la pagano per guardarla mentre si schiaccia dei brufoli.
Alcuni
si eccitano mentre si fa il nodo alla cravatta, mentre guarda dei film porno,
loro stanno dietro il televisore e guardano lei, mentre rutta dopo aver bevuto
la birra, mentre guida una carriola con la sabbia dentro, mentre col cappello da vigile scrive su un
taccuino, mentre fa le bolle col chewingum, mentre legge le istruzioni sulla
confezione di un cibo da fare al microonde e poi lo prepara, mentre dice delle
bestemmie complicate, mentre olia un fucile da caccia, mentre fuma un sigaro,
mentre gioca a golf, mentre legge delle poesie che loro hanno scritto, mentre
segue le trasmissioni di calcio alla tv.
Uno di loro la paga per
guardarla mentre scrive sul suo computer portatile. Lei le prime volte
schiaccia dei tasti a caso, ma lui dice che così non funziona, che si vede che
fa finta, che anche dal suono dei tasti si capisce che è distratta. Allora le
porta delle cose da copiare. Poi porta dei libri e dei cd-rom e le dice che
deve installare Linux sul portatile. Cercando di installarlo si vede che è
concentrata, perché è una cosa complicata, e lui è contento, anche se poi lei
gli distrugge la tabella delle partizioni e si deve riformattare l'hard disk
perdendo tutti i dati. Questo tizio è un cattolico, e infatti lei si aspetta
che da un momento all'altro le chieda di sposarlo e di smetterla di fare la
puttana, lo sa che tra qualche giorno glielo chiede, perché i cattolici è più
forte di loro.
Queste case sono fatte così, che
dai tubi dell'acqua e del gas si sente tutto da un appartamento all'altro,
specialmente da un piano all'altro, perché i tubi viaggiano per o più in
verticale. Allora se appoggi l'orecchio sul tubo senti tutto quello che succede
sotto, e siccome qua sono tutte puttane, di solito si sente gente che sta
scopando, e donne che gridano per finta a voce molto alta, e ogni tanto qualche
cliente che grida per davvero. E il punto dove si sentono meglio i tubi è la
tazza del cesso, forse perché ha proprio quella forma ad anfiteatro che
amplifica il suono. C'è un suo cliente che si mette sempre lì ad ascoltare,
passa delle mezzore con tutta la faccia quasi dentro la tazza per sentire
meglio, non gli interessa che lei possa gridare in quello stesso modo che lui
sta sentendo, a lui piace sentire attraverso i tubi, poi quando lo fanno lei
non deve fare nessun rumore, forse perché lui sta ancora cercando di ascoltare
i tubi.
Adesso lei ha paura che arrivi proprio questo qui perché
non saprebbe cosa dirgli che il suo cesso è impraticabile. Chiede lo stato di
emergenza. Ce n'è uno che la paga se lui resta di là in cucina e lei va
nell'altra camera e muove il letto con le mani in modo che cigoli.
Quando alla fine riesce a installare Linux il ragazzo
cattolico le lascia il suo portatile, e le da dei compiti da fare mentre lui
non c'è, pagandola per il tempo che ci mette, praticamente deve fare degli
script con il linguaggio della shell. Lui dice che si diverte a pensare a lei
che fa gli scriptini mentre lui non c'è.
Ce ne sono
certi che la pagano e poi si va semplicemente in giro a fare dei giri a piedi,
magari vedono un vestito in una vetrina e vogliono che lei se lo provi, ogni
tanto ne comprano uno e glielo regalano, loro vogliono solo guardarla, poi si
siedono da qualche parte a bere qualcosa, loro vogliono solo guardarla mentre
beve qualcosa, perché è bella, perché non c'è niente di più leggero di
guardare.
Vanno a fare
un giro e lui le dice che si ecciterebbe molto se lei entrasse in
quell'ufficio, lei entra e in effetti la segretaria dice che la stava
aspettando. La fanno entrare nella stanza di uno con una grande pancia che la
fa sedere e le fa delle domande su linux e sul linguaggio della shell, per
vedere quanto ne sa, e lei ormai ne sa abbastanza. Il tizio con la pancia le
chiede di fare uno script. Lei lo fa. L'uomo con la pancia le offre un lavoro
come assistente amministratore di rete, fuori il ragazzo cattolico la aspetta
sorridendo, i cattolici pur di sposarti e farti cambiare lavoro, è più forte di
loro.
Da tre
giorni ogni volta che torna a casa spera di sentire il rumore di qualcosa che
sgocciola, entra, va lentamente verso il rubinetto del lavello della cucina, ma
già si vede che non è tornata, perché quello quando c'è l'acqua sgocciola
sempre anche se stringi forte il rubinetto.
Ha
dimenticato di comprare l'acqua minerale. Tra poco dovrà fare di nuovo la
cacca.
Esce per la
scale e se ne sale sul tetto con un secchio di quelli da pulire per terra.
Spalanca la porta del tetto e i piccioni volano via. Qua sopra ci sono tutti i
serbatoi delle colonne. Sono come delle grandi vasche da bagno però con il
coperchio sopra, e delle pietre e del fil di ferro che li tengono tappati,
perché non voli via tutto quando c'è vento. Quello della sua colonna è vuoto.
Ci batte per sentire che suono fanno e rimbombano, uno rimbomba un po' meno, ci
guarda dentro da una fessura, ma non si vede niente. Toglie il fil di ferro e
le pietre, sposta il coperchio. Acqua. Lei ha bisogno di acqua dolce perché è
nata sulle sponde del Niger. Tira via il coperchio. E' sera, non si vede
niente. L'acqua è trasparente, se non ci batte le luce sopra non si vede mica.
Butta il secchio dentro la vasca e sente pluf. Pesca, lo tira su. Pesa. C'è
dentro qualcosa, sembra uno straccio, ma è un piccione morto. Lo ributta
dentro, pesca di nuovo, stavolta è solo acqua. Porta giù il secchio per le
scale, vuole tirare tante di quelle secchiate nel cesso finché la merda non se
ne va del tutto. La prima volta cade per le scale, il secchio si rovescia e
tutta l'acqua va giù per i gradini e per la fessura tra le due rampe. Ritorna
su col secchio vuoto. Ripesca il piccione morto, svuota il secchio per terra,
ne pesca un altro, lo butta fuori, e ne pesca un altro. Riesce a fare tre
viaggi dal tetto al suo appartamento, butta i tre secchi pieni dentro la tazza,
l'acqua però non va giù, e l'acqua del terzo secchio straripa fuori, l'acqua
dentro la tazza è giallastra, galleggiano le solite nuvolette di carta
igienica. Usa il secchio per scolare una parte dell'acqua nel bidet. Ci
vorrebbe una di quelle ventose sturalavandini per scuotere il tappo, ma lei non
ce l'ha, oppure l'acido muriatico, ma lei non ce l'ha. L'unica cosa che ha è un
cacciavite a stella, che ha usato per aprire il computer del cattolico e
montargli il masterizzatore. L'unica cosa è affondare la mani nel cesso e
pungolare il tappo a colpi di cacciavite.
A volte non deve fare niente, ci sono certi che si eccitano
semplicemente così, che la pagano semplicemente per poterla pagare.
Matteo Galiazzo è nato a Padova nel 1970
e vive a Genova. È autore della raccolta di
racconti Una particolare forma di anestesia chiamata morte (Einaudi 1997) e dei romanzi Cargo (Einaudi 1999) e Il mondo è posteggiato in discesa (Einaudi 2002). Suoi racconti sono usciti
nelle antologie Gioventù cannibale e Anticorpi (Einaudi
1996 e 1997) e nella rivista «Maltese narrazioni», di cui è tra gli
animatori. Quest'anno è tornato in libreria con la raccolta Sinapsi,
opere postume di un autore ancora in vita, per Indiana editore.
Il curatore di questo blog ci tiene a ringraziare di tutto cuore Matteo Galiazzo per averci fatto l'onore di concederci la pubblicazione di questo suo racconto che, come specificato nel titolo, non potete trovare nella raccolta Sinapsi (editore Indiana) nè in nessun altro libro, ma solo nel numero 31 della gloriosa rivista il Maltese narrazioni, edita nel 2002.
Questo blog sarà sempre ben lieto di pubblicare altri racconti e articoli di Matteo e, in generale, tutti i racconti di qualità, anche di altri autori, soprattutto se inediti o comunque irreperibili.
Grazie Matteo.
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domenica 2 dicembre 2012
Cronache dal continente che non c'è, di Alma Guillermoprieto, La Nuova Frontiera edizioni
Non avevo idea di chi fosse Alma Guillermoprieto, forse anche per questo si è rivelata una sorpresa piacevolissima, perchè non mi aspettavo nulla da questo suo libro di reportage, ma, anche se avessi avuto delle aspettative al riguardo, posso affermare che non sarebbero comunque state tradite. Desde el paìs de nunca jamàs. E' il titolo originale di questa raccolta di cronicas, tradotto dall'inglese e pubblicato in Italia da LaNuovaFrontiera editore. In effetti c'è qualcosa che non torna. Tradotto dall'inglese. Alma Guillermoprieto è nata a Città del Messico (la data non è importante per una signora, è sufficiente il luogo di nascita), ma in giovane età emigra negli Stati Uniti per studiare danza, diventa ballerina professionista poi, forse avendo l'intuizione di trovarsi nella posizione ideale per spiegare agli americani il sud e centro america, comincia a collaborare con The Guardian, The Washington Post, Newsweek, The New Yorker e The New York Review of Book e come per incanto si trasforma da ballerina professionista a giornalista di razza. Nel 1982 si reca in Salvador a documentare i massacri della guerra civile, rischia la vita e denuncia al mondo le barbarie che venivano celate all'interno del paese centramericano. Le prime tre cronicas presenti in questa raccolta, più la quinta, Commento, trattano di questa guerra, aprendo le danze con un vero e proprio pugno allo stomaco: l'immagine degli avvoltoi che s'ingrassano coi cadaveri gettati a mucchi, come cataste di stracci, su un'ampia spianata di roccia vulcanica di El Playòn. Leggendo questi articoli non si può fare a meno di notare lo sforzo dell'autrice di farsi mezzo di comunicazione vero e proprio tra il contenuto dei reoprtage e il pubblico americano, il tentativo di riportare una brutalità talmente incomprensibile da poterla (volerla) facilmente scambiare per fantasia o, come minimo, come un'esagerazione forzata della realtà. E' nelle righe più esplicitamente rivolte al suo pubblico di lettori che la Guillermoprieto lascia cadere quelle che, ad un prima lettura, possono non apparire neppure delle accuse, ma che in realtà lo sono eccome, verso gli Usa ed il loro irresponsabile coinvolgimento nella guerra civile salvadorena. Lo stile limpido e la grazia che formano parte della caratteristica prosa della Guillermoprieto le permettono di dire qualsiasi cosa, a chiunque, senza mai scivolare nella retorica o nell'urlo disperato (magari giustificato) e sguaiato. Poi nel racconto Menudo prendiamo fiato e scopriamo le origine da boy band di Ricky Martin e la follia delle giovani fans latinoamericane. C'immergiamo poi nella demenziale e sanguinaria rivoluzione del movimento comunista peruviano Sendero Luminoso e del suo indiscusso lìder, Abimael Guzmàn, colui che pensava a sè stesso come la quarta spada del comunismo mondiale e che, partendo da una giusta lotta contro la discriminazione dei campesinos andini, finì per mettere a ferro e fuoco un intero paese e per compiere vere e proprie carneficine sugli stessi campesinos che avrebbe dovuto difendere. Rimaniamo come intontiti a scoprire tutti i retroscena legati all'impeachment del presidente brasiliano Collor de Mello e delle implicazioni sociali e culturali delle telenovelas brasiliane. Seguiamo il premio nobel Vargas Llosa (quello che sarebbe poi diventato premio nobel per la letteratura nel 2010) nella sua campagna elettorale per la presidenza del Perù conclusasi con la sconfitta ad opera dell'allora semisconosciuto Alberto Fujimori. Altre tre cronicas indagano la nuova realtà di Cuba, dalla visita papale di Giovanni Paolo II in avanti: Fidel, la caduta del regime sovietico e le sue ripercussioni sull'isola, le contraddizioni tra il credo ormai solo di facciata del regime e la realtà attuale fatta di turismo, povertà e prostituzione. Poi, un'analisi approfondita e sottilmente acuta del mito di Eva Peròn. I cadaveri di ragazze abbandonati ai lmiti del deserto che circonda Ciudad Juarez, al confine con gli Stati Uniti, l'ombra del narcotraffico, della polizia corrotta e del narcosatanismo. L'emancipazione delle cholas boliviane sul ring della lotta libera - la lucha libre - di derivazione messicana. E infine il culto demenziale eppure incredibilmente sentito della Santa muerte, in Messico, nel suo Messico, nel quartiere di Tepito, a Ciudad de Mexico, la città di nascita della Guillermoprieto. Questo libro è un viaggio per molti versi tragico e per altri un po' assurdo, si ha l'impressione di viaggiare in un mondo inventato da un cantastorie ubriaco e con tendenze sadiche, eppure il viaggio, per quanto strano e angosciante ha in sè la magia dell'affabulazione. La caratteristica straordinaria di questa "giornalista ballerina" è che riesce ad unire la rigorosa professionalità della reportera di razza, certe intuizioni e spunti (caratteristici di una sensibilità fuori dal comune) che le permettono di entrare a fondo nell'analisi delle realtà che descrive, un pizzico di ironia che la circonfonde di un minimo di distacco di stampo anglosassone e che rende la narrazione appetibile anche (se non soprattutto) ad un pubblico occidentale, e uno stile che unisce l'essenzialità nordamericana con l'affabulazione tipica dei grandi narratori latini. Ne nasce una serie di immagini forti e ben delineate che si condensano in una fotogafia in movimento del "continente che non c'è", di quel latinoamerica che è molto di più dell'immagine esotica e stereotipata che se ne ha in occidente. Una fotografia a tratti terribile e, in certi casi, anche divertente, comunque sempre folle, talmente folle da far pensare che si stia parlando di un posto che non c'è.
Alma Guillermoprieto, messicana di
nascita, si trasferisce giovanissima a New York per diventare una
ballerina. Fino al 1973, la sua vita è completamente assorbita dallo studio
della danza: una vita isolata, dice Alma, chiusa in un mondo
soffocante. Dal 1973 in poi, decisa
a uscire dal suo guscio, scopre la passione giornalistica e comincia a
collaborare con il Guardian, spostandosi più tardi al Washington post e infine al New Yorker: da quel momento, la sua vita sarà dedicata a raccontare il mondo latinoamericano ai nordamericani. I
suoi articoli sono “cronicas”, resoconti dei fatti che si ispirano
direttamente ai dispacci dei conquistadores spagnoli: immediatezza
cronachistica e immedesimazione dei fatti, è questa la cifra stilistica
della scuola sudamericana.
L’America latina è sempre stata vista come un paese “de nunca jamas”, un
paese “lontano lontano”, un luogo da favola, tanto affascinante quanto
sconosciuto.“El
pais del nunca jamas” è il libro che raccoglie i reportage sudamericani
di Alma Guillermoprieto dagli anni ’80 agli anni 2000.
lunedì 19 novembre 2012
Sinpasi, di Matteo Galiazzo, Indiana editore
Sinapsi è una raccolta di racconti, ventidue per l'esattezza, pubblicati per riviste indipendenti (Il Maltese narrazioni, sopra tutti), siti internet e piccoli editori, più l'inedito assoluto Minimal House - (N.B: correzione avvenuta in seguito all'appunto dell'autore. Prima, per un mio errore avevo postato quanto segue: più l'inedito assoluto Sottosviluppo, scritto a quattro mani con Marco Drago (ma che fine ha fatto Marco Drago?)) -. Ora viene il bello: cosa dire al riguardo? Che era tempo che aspettavamo una raccolta di questa levatura, e che ne vorremmo rivedere a breve un'altra (speranza vana, temo)? Si, possiamo tranquillamente sottoscrivere queste affermazioni, ma non basta. Poi? Qual'è il filo conduttore che unisce i vari racconti del libro e in qualche maniera li compatta e li definisce? Difficile dirlo. Non impossibile, ma difficile. Proviamo. Punto uno, lo stile: lo stile di Matteo Galiazzo è sempre diverso da sè stesso (o quasi sempre, in realtà si potrebbero riunire i singoli racconti in gruppi, a seconda dello stile usato), ma in qualche maniera rimane sempre il medesimo. Quantomeno è sempre riconoscibile. Se leggo un racconto di Galiazzo, lo riconosco, anche se non viene esplicitato l'autore. E' uno stile personale, affabulatorio, a tratti ipnotico (una forma di ipnotismo non basata comunque sul semplice ritmo): uno stile che mescola un irrispettoso senso per la frase, un parlato giovanilistico (anche se spesso si ha la sensazione che si tratti di una caricatura di slang giovanile piuttosto che di slang vero e proprio), una passione per la manualistica alla portata di tutti e un'ironia fuori dal comune, a tratti sottile ma spesso al limite del non senso (e a volte anche al di là del limite). Non ci sono altri scrittori che scrivono come lui, se è questo che vi domandate. Punto due, i contenuti: e qui ci troviamo a vagare nell'iperspazio, in una dimensione inesplorata, specie in Italia. I contenuti sono: tutti, semplicemente. Esempi: abbiamo un traduttore di Bantù che si scambia e-mail con tale PreteGianni (seguiranno sinistri riti ancestrali legati al sangue ed al ferro), un ragazzo che lecca il deodorante dalle ascelle di una tale Ombretta (con esiti allucinanti), un'ombra che fluttua nuda nello spazio, un pittore cieco, il racconto a metà tra full monty (alla genovese) e un racconto di lupi mannari raccontato dal punto di vista di una forma tumorale, famiglie rovinate da mollette a forma di caimano (con finale su rotaie), un video che si evince hard dai movimenti dei piedi dei protagonisti, una sfida al limite del metafisico tra un fotografo ed un cecchino, un racconto nel quale i personaggi sono consapevoli della loro natura di personaggi e come tali si rivolgono all'autore (qui, a mio avviso, siamo dalle parti del colpo di genio), una nonna in crisi d'astinenza da telenovelas, un docente universitario ostaggio in un consolato italiano in sud america, una madre di famiglia che scappa di casa con il topo che l'aveva infestata (la casa, non la madre di famiglia), un fotografo innamorato di una cliente, un bambino in viaggio dal Perù (punto d'origine: Desaguadero) a Genova in cerca della madre, un gruppo di traslocatori in attesa di venir pagati, una lettera di addio ad un fidanzato ed ex socio d'affari, una brutta storia di mummie, un naufrago in un armadio che scopre sconvolgenti verità sulle operaie cinesi, un delirante omaggio alle (pseudo)ricostruzioni storiche e linguistiche dei film di Brancaleone, due sicari con velleità turistiche che inseguono due fuggitivi con velleità altrettanto turistiche, una ragazza grassissima ed il suo ragazzo italoamericano di nome Ben Altro, un fax che scava nei controsensi dell'amore. E' sufficiente? Non credo. C'è, nei racconti di Galiazzo, qualcos'altro, qualcosa di difficilmente definibile che sta prima e al contempo oltre la normale idea di letteratura. E' letteratura essendo qualcos'altro, non so se si possa definirla in maniera diversa ( forse si, ma io non ne sono in grado). E' come partire per un viaggio, con un biglietto con su stampata una certa destinazione e poi ritrovarsi in tutt'altro posto, nel bel mezzo di situazioni inimmaginate ed inimmaginabili prima di partire, a volte senza neppure arrivare da nessuna parte, solo godendosi il folle piacere di perdersi nel delirio del viaggio (e guardandosi godere di questo piacere). E' un tour operator dell'assurdo, Galiazzo, e la sua arte è una particolare forma di letteratura che non saprei come chiamare. Torniamo punto e a capo: era tanto che aspettavamo una raccolta come questa, si, e ora che sappiamo che esistono oggetti letterari non identificati di questo tipo, ne aspettiamo altri, assolutamente si.
Ora, sapendo che l'autore si è in pratica ritirato dal mondo della scrittura (vedi l'interessante intervista a termine del volume "Un pensionato che guarda i cantieri"), la paura è che ci toccherà aspettare a lungo.
Intanto, inviando una mail alla casa editrice, si possono ricevere altri racconti in formato e-book (è già qualcosa).
Già che ci troviamo dalle parti della follia, un sogno: potere ospitare su questo blog un racconto di Galiazzo.
Matteo Galiazzo è nato a Padova nel 1970 e vive a Genova. È autore della raccolta di racconti Una particolare forma di anestesia chiamata morte (Einaudi 1997) e dei romanzi Cargo (Einaudi 1999) e Il mondo è posteggiato in discesa (Einaudi 2002). Suoi racconti sono usciti nelle antologie Gioventù cannibale e Anticorpi (Einaudi 1996 e 1997) e nella rivista «Maltese narrazioni», di cui è tra gli animatori. Quest'anno è tornato in libreria con la raccolta Sinapsi, opere postume di un autore ancora in vita, per Indiana editore.
Ora, sapendo che l'autore si è in pratica ritirato dal mondo della scrittura (vedi l'interessante intervista a termine del volume "Un pensionato che guarda i cantieri"), la paura è che ci toccherà aspettare a lungo.
Intanto, inviando una mail alla casa editrice, si possono ricevere altri racconti in formato e-book (è già qualcosa).
Già che ci troviamo dalle parti della follia, un sogno: potere ospitare su questo blog un racconto di Galiazzo.
Matteo Galiazzo è nato a Padova nel 1970 e vive a Genova. È autore della raccolta di racconti Una particolare forma di anestesia chiamata morte (Einaudi 1997) e dei romanzi Cargo (Einaudi 1999) e Il mondo è posteggiato in discesa (Einaudi 2002). Suoi racconti sono usciti nelle antologie Gioventù cannibale e Anticorpi (Einaudi 1996 e 1997) e nella rivista «Maltese narrazioni», di cui è tra gli animatori. Quest'anno è tornato in libreria con la raccolta Sinapsi, opere postume di un autore ancora in vita, per Indiana editore.
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domenica 28 ottobre 2012
Limonov, di Emmanuel Carrère, Adelphi editore
Chi sia Limonov, in Italia lo scopriamo solo ora, con questo libro di Emmanuel Carrère, pubblicato da Adelphi, che annuncia, con questo titolo, di dare il via alla pubblicazione dell'opera dello scrittore francese. Rimane inspiegabile come Einaudi, che ha pubblicato gli utlimi cinque libri di Carrère, sia riuscita nel colpo di genio di lasciarselo portare via da una concorrente come Adelphi. Carrère non è uno scrittore come tanti, non è giallista, un noirista, uno sfornatore di best seller internazionali, è molto di più. A ben vedere, non ce ne sono poi tantissimi come lui, adesso, nel panorama lettario internazionale. Carrère sa unire lo stile a trame insolite, non di rado inquietanti, sempre entro strutture eleganti e, talvolta, insolite. Per questo era inevitabile che Limonov, il personaggio Limonov, lo scrittore Limonov, il fascista Limonov, lo sbandato Limonov, il nazbol Limonov (e potremmo andare avanti così a lungo), per questo, dicevo, era inevitabile che Limonov divenisse il centro dell'attenzione dello scrittore francese, perchè si tratta di un personaggio dalla biografia a tal punto rara da poterla sospettare inventata. E' nato in Unione Sovietica, sotto il pugno del regime comunista, povero, come tutti all'epoca sotto quel regime, affascinato dal crimine, dai criminali e dal loro codice di comportamento. Ha vissuto lo smantellamento di quella realtà che per molti era identificata come Il regno del male come un forma infima di tradimento. Si è posto da solo contro il mondo, contro la sua epoca, contro i politici della sua epoca e contro gli intellettuali della sua epoca. Ha odiato molto, tutto, o quasi tutto, ha ritenuto per un certo tempo di dimostrare la sua virilità nella scrittura, ed è divenuto non una stella di prima grandezza, ma un punto di riferimento per la scena underground sovietica prima, e russa dopo. E' fuggito (per così dire) negli Stati Uniti, ha amato donne che lo hanno tradito e abbandonato, ha vagato per le strade, ha praticato il sesso più scadente ed autopunitivo che potesse procurarsi, è rinato in Francia come scrittore a la page, è tornato in Russia quando ormai il Regime Rosso era solo un ricordo e, in parte, un rimpianto (per la verità sempre più prepotente), ha vissuto il periodo del Caos Totale sotto l'alcolico Boris Eltsin, si è dato alla politica, ha fondato un movimento, poi un partito, è finito in carcere, ne è uscito, ha continuato ad essere lasciato dalle sue donne (anche se qualcuna, le più giovani, le ha lasciate lui), ha sofferto, soffre ancora, invecchia senza apparentemente invecchiare (non più di tanto), e guarda ancora avanti, con la testa alta, in cerca di un futuro che certifichi in maniera definitiva il suo passaggio su questa terra, o che lo deponga definitivamente in un placido lago di oblio. La parte meno presentabile della sua biografia, il colpo di fulmine coi cetnici serbi durante la guerra della ex Yugoslavia. Per il resto, vitalismo imperante ed eslposivo, cadute, rinascite, ricadute, ulteriori rinascite, sofferenze indicibili, e slanci impetuosi. Questa è la caratteristica che più pare affascinare Carrère, la capacità di Limonov di rimanere sè stesso sempre, di crollare fino allo sfinimento e, sempre, rinascere dalle sue stesse ceneri. E' l'immagine di una corsa continua, senza fiato, forse senza nemmeno molto discernimento, senza paura tranne, alla fine, la lieve impressione di aver sbagliato tutto, o quasi, di aver scelto una strada che non porta con sè un significato. Il problema di tutti, da sempre, vivere senza sapere il perchè. Negli interstizi che rimangono, talvolta, in questa folle corsa, Carrère incastona la storia recente dell'ex Unione Sovietica, i cambiamenti - che poi più che cambiamenti sono stravolgimenti veri e propri - che sono ondate che spazzano via la vita di innumerevoli individui travolti dalla Storia, resi niente, insignificanti, denudati di tutto ciò che hanno, beni materiali (pochi) e illusioni morali e politiche. E' la fotografia, questo Limonov di Carrère, di uno tsunami che scuote il pianeta, cancella intere geografie e annulla individui su individui, ed è la fotografia al contempo di come un uomo, Limonov appunto, sia riuscito a rimanerne a galla, bevendo tanta acqua, certo, salata per di più, rischiando spesso di annegare, ma sempre riuscendo a riguadagnare la superficie, e in un angolo di questa immagine - mossa - scorgiamo il profilo dello stesso Carrère, che spia Limonov arrancare tra le acque, che lo osserva dal suo punto di vista privilegiato di borghese benestante, culturalmente elevato al di sopra della massa di un Europa (quella francese) borghese e benestante.
Diplomato all'Istituto di Studi Politici di Parigi.
È il figlio di Louis Carrère e della sovietologa e accademica Hélène Carrère d'Encausse, e fratello di Nathalie Carrère e Marina Carrère d'Encausse.
I suoi esordi sono stati nella critica cineatografica, per Positif e Télérama. Il suo primo libro, Werner Herzog, è stato pubblicato nel 1982. Il suo esordio come romanziere risale al 1983: è L'amico del giaguaro, pubblicato da Flammarion. Il successivo, invece, è stato pubblicato da POL, editore con il quale da allora non ha più interrotto i rapporti.
Sceneggiatore e regista, nel 2005 ha tratto un film da un suo romanzo degli anni ottanta, Baffi.
È il figlio di Louis Carrère e della sovietologa e accademica Hélène Carrère d'Encausse, e fratello di Nathalie Carrère e Marina Carrère d'Encausse.
I suoi esordi sono stati nella critica cineatografica, per Positif e Télérama. Il suo primo libro, Werner Herzog, è stato pubblicato nel 1982. Il suo esordio come romanziere risale al 1983: è L'amico del giaguaro, pubblicato da Flammarion. Il successivo, invece, è stato pubblicato da POL, editore con il quale da allora non ha più interrotto i rapporti.
Sceneggiatore e regista, nel 2005 ha tratto un film da un suo romanzo degli anni ottanta, Baffi.
In Italia sono stati pubblicati: Bravura (Marcos y Marcos, 1984), Baffi (Theoria, 1986), Fuori Tiro (Theoria 1988), Io sono vivo e voi siete morti (Theoria, 1995) La settimana bianca (Einaudi 1995), L'avversario (Einaudi, 2000), Facciamo un gioco (Einaudi, 2002), La vita come un romanzo russo (Einaudi 2007), Vite che non sono la mia (Einaudi 2009). E' anche sceneggiatore.
Ho letto Baffi (credo oggi sia difficilmente rintracciabile), Io sono vivo e voi siete morti (idem), La settimana bianca e L'avversario: sono tutti notevoli ma, sugli altri, a mio parere spiccano Io sono vivo e voi siete morti, biografia amorevole di Philip Kindred Dick e L'avversario.
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martedì 23 ottobre 2012
Cargo, di Matteo Galiazzo, Einaudi editore
Matteo Galiazzo è nato a Padova nel 1970 e vive a Genova. È autore della raccolta di racconti Una particolare forma di anestesia chiamata morte (Einaudi 1997) e dei romanzi Cargo (Einaudi 1999) e Il mondo è posteggiato in discesa (Einaudi 2002). Suoi racconti sono usciti nelle antologie Gioventù cannibale e Anticorpi (Einaudi 1996 e 1997) e nella rivista «Maltese narrazioni», di cui è tra gli animatori. Quest'anno è tornato in libreria con la raccolta Sinapsi, opere postume di un autore ancora in vita, per Indiana editore.
Non ho mai letto Tolstoj, né Pasolini, né Salinger, né Hesse, non ho mai letto Pirandello, non ho mai letto Hemingway, Kerouac, Proust, Hugo, non ho mai letto Fenoglio, né Primo Levi, né Carver, né Conrad. Pensate a un autore che ritenete imprescindibile: molto probabilmente io non ne ho letto nemmeno una riga. Attualmente il libro piú bello che ho letto in vita mià è Gödel, Escher, Bach, un'eterna ghirlanda brillante di Douglas Hofstadter. Non è una cosa solo mia: ho scoperto che molti lo considerano il libro piú bello che abbiano letto in vita loro. A volte quando sono in libreria mi metto vicino allo scaffale dove c'è Hofstadter, e spesso passa qualcuno che dice a qualcun altro: « Vedi? Quello è il libro piú bello che abbia mai letto».
Nella mia personale classifica dei libri piú belli, anche nelle posizioni successive non ci sono testi di letteratura: Armi, acciaio e malattie di Jared Diamond, La realtà inventata a cura di Paul Watzlawick, Dio e la nuova fisica di Paul Davies, e altre robe cosí.
Nella letteratura ho sempre cercato piú o meno le stesse cose, romanzi in cui storia e ambientazione fossero un pretesto per pagine manualistiche che illustrassero tecniche, tecnologie, mestieri, o visioni extraumane. Ecco, mi piacciono i libri che spostano il genere umano dal centro del pensiero.
Insomma, sono stato un lettore di letteratura soprattutto a causa della mia pigrizia, perché i romanzi fino a una certa età erano piú invitanti dei manuali e dei saggi, tutto andava giú piú facilmente. Perché leggere un noioso manuale di procedure di volo quando invece puoi prendere una copia di Staccando l'ombra da terra di Daniele Del Giudice?
La cosa strana a questo punto è che io mi sia messo a scrivere narrativa, dato che della narrativa mi interessano questi aspetti piuttosto marginali. Perché, mi potrebbe chiedere uno, perché ti sei messo a scrivere racconti e romanzi e non manuali di questo e di quello? Perché a pochi è consentito scrivere un manuale. A chiunque, invece, è consentito scrivere un romanzo, non ci sono controlli cosí severi. Allora eccomi qua.
Matteo Galiazzo
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mercoledì 3 ottobre 2012
Sotto questo sole tremendo, di Carlos Busqued, Atmosphere libri
Cominciamo: squilla il telefono e Cetarti viene a sapere che sua madre è morta, ammazzata, e suo fratello pure, e così il convivente della madre, di cui Cetarti ignorava l'esistenza: tipico caso di omicidio-suicidio. Prima di rivolgere contro di sè l'arma, l'omicida, s'era tolto la dentiera, dopodichè s'era sparato un colpo in testa. Cetarti prende atto della nuova situazione che gli si pone di fronte e torna a concentrarsi su un documentario sulla pesca dei calamari giganti. Poi: Cetarti si mette in viaggio e giunge nel Chaco, a Lapachito, l'ultima residenza della madre e del fratello (residenza di cui lui non sapeva nulla), e si incontra con Duarte, curatore delle ultime volontà, amico ed ex commilitone (avevano militato nell'aeronautica insieme) dell'omicida-suicida, visiona le foto della strage, entra nella casa dove sono stati trovati i cadaveri e si mette d'accordo con Duarte per scucire un po' di soldi all'assicurazione del convivente della madre. Poi, più o meno, succede di tutto e niente, al contempo. Vengono fumate un numero imprecisato e comunque mostruosamente alto di canne, la televisione è - quasi - costantemente accesa su canali che trasmettono documentari di ogni tipo, facciamo conoscenza di uno scimunito di nome Danielito, figlio del morto, e amico piuttosto inconsapevole (a tal punto inconsapevole da esserne complice) di Duarte, vediamo morire la madre di Danielito e Danielito gettarne le ceneri nella tazza del cesso, incappiamo in una quantità di animali ed insetti più o meno ripugnanti che per lo più fanno una brutta fine, seguiamo Duarte rapire persone per poi chiederne il riscatto, disseppelliamo il cadavere di un bambino di nome Danielito, ammiriamo Cetarti spendere le proprie giornate ciondolando davanti al televisore, rubricando immondizia (unico lascito del fratello), studiando una specie di salamandra d'acqua dolce e nutrendosi di cibo spazzatura. Dicono che sia la fine del mondo, questo libro, la quintessenza della novela negra, e Busqued che sia una sorta di fenomeno. Non so. L'unico fatto incontestabile è che ci troviamo immersi in un mondo di squallidi perversi (perversi lunatici!, ma non picari), addirittura inconsapevoli della propria infima bassezza, persone (se così si possono definire) incapaci di porsi un orizzonte più ampio di uno spinello, un documentario alla tv (puntualmente frainteso), e un fascio di pesos che li porti fino al giorno dopo, totalmente anaffettivi, inadatti a qualsiasi livello di empatia. L'attenzione morbosa, lenta, tipica degli sballati, ai particolari più insignificanti e un certo sadismo nei confronti di animali ed insetti (ma pure di persone, anche se si tratta di un sadismo involontario e, soprattutto, inconsapevole) rende i personaggi del romanzo dei serial killer in nuce. E' come se fossimo noi a seguire un documentario alla televisione, un documentario lento ed incoerente su rifiuti umani che, poco alla volta, passo dopo passo, si muovono verso un futuro da assassini psicopatici e il particolare terribile che salta agli occhi di noi spettatori è che non c'è nulla di strano, nulla di grandioso nè di malvagio in questo percorso da larva a farfalla omicida. Solo squallore. Il livello di vita psichica ed interiore dei personaggi non è superiore a quella di un calamaro gigante o di uno dei tanti insetti ripugnanti che circolano per il romanzo, al punto che una vera differenza tra le due categorie sembra non esserci. Si muovono in mezzo ai rifiuti senza una vera motivazione che non sia la soddisfazione delle necessità primarie, cibo e droghe sostanzialmente (nel caso in questione le droghe sono da considerarsi giocoforza necessità primarie), non arrivano da nessuna parte e non vanno da nessuna parte, forse vorrebbero partire, ma non possono, non sanno dove nè come e, casomai uno di loro riuscisse a raggiungere il Brasile (terra nè immaginata nè sognata, solo che "ci vanno tutti") il suo problema principale sarebbe avere la tv via cavo in camera. La pornografia come oggetto di studio dell'elasticità del corpo umano, i documentari come tentativo (miseramente fallito) di elevere la propria capacità di attenzione, la morte come scocciatura o come risorsa per mettere insieme due soldi. Esseri che si muovono incorentemente all'interno di un giardino, di un acquario, di un quartiere o di una città o, infine, in quell'enorme scatola aperta che è l'Argentina. A rimettere un po' di ordine in tutto questo caos primordiale ci penserà una mucca, "con un'aria pacifica e leggermente incuriosita", e al proposito non dico una parola di più. In effetti è un noir o novela negra che dir si voglia, ma non c'è tensione, al massimo una certa sensazione di ribrezzo, non c'è disvelamento nè ricerca, non c'è sesso se non visionato su videocassette pornografiche, in realtà non c'è niente, forse, una certa dose di ironia triste insita nella idiozia connaturata nei personaggi. E' come se ci trovassimo di fronte ad un prodotto pulp scaduto, fuori tempo massimo, anni dopo la fine ufficiale del periodo d'oro del pulp. Se mi ricorda qualcosa - ma stiamo parlando di un ricordo sbiadito, come un riflesso che mi giunge alla vista dopo essere rimbalzato su un numero imprecisato ed alto di specchi sporchi e, taluni, rotti - posso dire che mi riporta alla mente Bestie, di Magnus Mills, più che altro per il vuoto assoluto che permea dall'interno i protagonisti, ma Mills era un'altra cosa. Che poi l'intera storia di Sotto questo sole tremendo possa essere letta come una metafora delle recente storia argentina (Duarte e il morto erano piloti militari, il muro elettrificato della casa del fratello di Cetarti, il rapimento di persone innocenti) mi pare onestamente una forzatura.
La cosa assolutamente fuori dalla norma, e con questo intendo dire "superiore alla norma", è la copertina di Francesco Sanesi: se la fissate bene, potete indovinare già tutto ciò che troverete nel resto del romanzo.
Classe 1970, Carlos Busqued (è il signore ritratto qui accanto, anche se nella foto assomiglia terribimente a Maurizio Landini) ha fatto parlare di sé con Sotto questo sole tremendo, sua opera prima. Blogger, collaboratore di piccole e strane riviste, Busqued scrive con una prosa che ha permesso alla stampa di avvicinarlo a Raymond Carver. Ma non è il caso di aspettarsi uno stile minimalista. Al contrario, Busqued usa un linguaggio turpe, grasso, che va dritto al cuore dell'espressione, senza fronzoli e senza troppe inutili spiegazioni, retto da una struttura narrativa più che solida, che non toglie il fiato dal collo del lettore. Sotto questo sole tremendo è stato già pubblicato in Germania e Francia. Il suo blog lo potete trovare qui: borderlinecarlito.
La cosa assolutamente fuori dalla norma, e con questo intendo dire "superiore alla norma", è la copertina di Francesco Sanesi: se la fissate bene, potete indovinare già tutto ciò che troverete nel resto del romanzo.
Classe 1970, Carlos Busqued (è il signore ritratto qui accanto, anche se nella foto assomiglia terribimente a Maurizio Landini) ha fatto parlare di sé con Sotto questo sole tremendo, sua opera prima. Blogger, collaboratore di piccole e strane riviste, Busqued scrive con una prosa che ha permesso alla stampa di avvicinarlo a Raymond Carver. Ma non è il caso di aspettarsi uno stile minimalista. Al contrario, Busqued usa un linguaggio turpe, grasso, che va dritto al cuore dell'espressione, senza fronzoli e senza troppe inutili spiegazioni, retto da una struttura narrativa più che solida, che non toglie il fiato dal collo del lettore. Sotto questo sole tremendo è stato già pubblicato in Germania e Francia. Il suo blog lo potete trovare qui: borderlinecarlito.
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