Rubén Polo, la voce narrante del romanzo, non è un bravo ragazzo. I suoi amici, Chico e Nacho, non sono dei bravi ragazzi, e certamente non lo sono i gemelli. Il titolo del libro è ironico o, forse, rimanda ad un momento lontano nel tempo in cui tutti eravamo ancora puri, bravi ragazzi, e non ci eravamo ancora sporcati le mani con i gangli inevitabili dell'esistenza, a quell'attimo prima che il meccanismo infernale entri in funzione e prenda, lentamente, a schiacciarci, modificandoci fattezze e morale, mandando in frantumi tutta quella costruzione traballante che era la nostra identità. Ma di quell'attimo, nel libro, sappiamo ben poco. La narrazione avviene tutta a posteriori, quando ormai Polo è tutto fuorchè un bravo ragazzo e si trova in qualche maniera a fare i conti con sè stesso e con le conseguenze delle azioni commesse in passato. Il fatto assurdo è che pensa, da qualche parte nella sua testa bacata, di poter giungere ad uno stato di pacificazione con sè stesso, con il mondo e finanche con le sue vittime. Torniamo al presente della narrazione: Polo lavora in banca, è un ragazzo serio, come tanti, è spagnolo ma è andato a studiare negli Usa, e al ritorno ha trovato lavoro nello stesso istituto bancario del padre. Ha una fidanzata stupenda, Gabi, che lo ama e che vive con lui a Madrid. La quintessenza del quadretto di felicità borghese, se non fosse che non riesce più ad avere rapporti intimi con Gabi, e quando ci provano piange. Qualcosa si sgretola dentro di lui e ciò che rimane lo riporta sempre al passato, agli anni novanta, quando era ancora un ragazzo e suonava in un band coi suoi amici, Chico, Nacho e Blanca, la sorella di Nacho. All'epoca erano forti, stavano per giungere alla cresta dell'onda, erano in procinto di incidere il loro primo cd quando ogni cosa è andata in pezzi: ad un tratto, ognuno per la sua strada, Polo negli States, e l'arrivo della polizia, le domande, gli interrogatori e i gemelli che finiscono dentro. Ma dove sta il discrimine, dove si nasconde il punto di non ritorno? Quand'è che le cose hanno cominciato a prendere la piega sbagliata? Con l'approssimarsi della fama, con la consapevolezza graduale dei propri mezzi artistici, con le droghe, con l'incontro coi gemelli? Il momento preciso in cui tutto ha preso a precipitare senza possibilità di porvi rimedio, ha un nome preciso: roipnol. La droga dello stupro. Se una ragazza non si accorge di nulla, allora è come se non fosse accaduto niente. Se non si ricorda nulla il giorno dopo, allora non le si è fatto del male. Il roipnol diventa una dipendenza: vedi una ragazza, ti piace, la inviti ad una festa, la fai addormentare e a quel punto é tua, o di tutti quelli che la vogliono. Giù di sotto giochi alla playstation mentre aspetti il tuo turno, mentre aspetti ti fai di coca, guardi telepredicatori alla tv, non parli, non fai neppure accenno a quello che avviene di sopra, aspetti il tuo turno. E il giorno dopo la voglia torna, aumentata, e la sensazione di potere anche, il senso di onnipotenza e di invulnerabilità ti ottunde la mente, quello e le droghe, e quando conosci una ragazza che ti piace, o che anche solo ti solletica, il roipnol fa la sua parte, e il giro di giostra ricomincia. Cos'è successo anni prima a Blanca: sono stati gemelli? E perchè quel rapporto così tormentato tra Polo e Gabi? Cos'è successo realmente anni prima? Tutto il romanzo è costruito sulla ricostruzione del passato, tassello dopo tassello, saltando tra passato e presente, tra dialoghi tra gli amici che si ritrovano, tra Polo e Gabi, tra Polo e il suo analista, stralci giustapposti di conversazioni e pensieri che si alternano nel corso dello stesso capoverso, spesso all'interno della stessa frase (tecnica in cui è maestro Vargas LLosa). E' una discesa in ben strani (ma realissimi) inferi, dove il male è casuale, leggero, quasi inconsapevole di sè stesso, ottuso dalle droghe, dove alla fine è il carnefice che va a cercare le vittime per ottenere da loro l'assoluzione senza portare però in cambio un vero e proprio pentimento ma solo qualche patetica giustificazione peraltro un filo lagnosa, mezza verità e mezza bugia (o mezza verità taciuta). Javier Gutierrez ci presenta un'analisi sicuramente accattivante ma molto approfondita del meccanismo del senso di colpa e del suo risveglio, ma soprattutto del male e del suo infido insinuarsi nella vita di tre bravi ragazzi, di come il male agisce, e delle conseguenze che apporta nelle esistenze di chi il male perpetra e di chi lo subisce. Un racconto molto ben intessuto, strurrato in modo tale da mascherare la linearità del plot. Una storia del genere avrebbe potuto raccontarla Stephen King, e ne avrebbe tirato fuori un thriller più o meno riuscito; per fortuna la storia l'ha messa su carta Gutierrez, e il risultato è immensamente superiore a qualsiasi best seller avrebbe potuto trarne un qualsiasi (pur bravo e navigato) autore di thriller da scaffale.
Javier Gutiérrez (Madrid 1974), laureato in Economia presso
l'Universidad Complutense de Madrid, ha lavorato come economista e
pubblicitario. Ora scrive a tempo pieno. È autore di Lección de vuelo (premio Ópera Prima de Nuevos Narradores 2004) e di Esto no es una pipa (premio Salvador García Aguilar 2009). È
anche il vincitore del premio di narrativa breve José Saramago 2008 e
finalista del premio Tiflos de relatos 2010, a cui ha partecipato con lo
pseudonimo di Rubik, in omaggio al famoso creatore del cubo.
"E di colpo percepisce in quella dichiarazione una minaccia. Qualcosa che si avvicina dalla parte del mare. Qualcosa che avanza trascinato dalle nubi scure che attraversano invisibili la baia di Acapulco."
Roberto Bolano, (da Ultimi crepuscoli sulla terra; Puttane assassine)
Roberto Bolano, (da Ultimi crepuscoli sulla terra; Puttane assassine)
lunedì 23 settembre 2013
giovedì 12 settembre 2013
Le sparizioni, di Scott Heim, Neri Pozza editore
Il Kansas come provincia estrema degli Stati Uniti, una di quelle province dove può accadere di tutto, in qualsiasi momento, e dove in effetti tutto accade, senza peraltro che nulla, apparentemente, cambi. Una cittadina, un luogo lontano, dove l'umanità è quella che può permettersi di essere, vale a dire, solitaria, gretta, in preda alle deviazioni che derivano dal grigiume e dalla mancanza di prospettive, dal sentirsi tagliati fuori non solo dal centro dell'impero, ma da tutto. O forse no, forse si tratta semplicemente di una qualsiasi periferia abitata da persone qualsiasi, e ciò che colora tutto di grigio e di noia è la vita stessa. La voce narrante, Scott, una sorta di pennivendolo che compone storie a buon mercato da stampare su libri per l'infanzia, torna in Kansas dalla madre, malata di tumore, anche se ancora non è consapevole della gravità dello stadio della malattia. Scott è un drogato, ha provato ad uscirne, ma ciclicamente ci ricasca. Sua madre è strana (oltre che malata) e ha la fissa dei minorenni scomparsi, l'ha sempre avuta fin da quando Scott e sua sorella hanno memoria e ha riempito casa di archivi interi e collezioni di foto in bella vista, come se si trattasse della redazione di Chi l'ha visto?. Quando Scott arriva alla stazione dei pullman non trova sua madre ad aspettarlo, ma una sua amica, tale Dolores, una signora all'incirca dell'età della madre e con problemi di alcolismo, che gli spiega quali siano le reali condizioni in cui versa la mamma. Cioè sta messa male, molto male, diciamo che è agli sgoccioli, e la sua testa comincia a delirare, racconta strane storie, una fra tutte relativa al fatto di essere stata rapita, quando era piccola, per una settimana, episodio dal quale deriverebbe la sua mania per i bambini scomparsi. Per Dolores trattasi di vaneggiamenti, sbarellamento di testa; Scott non ne è convinto, quello che sà è che prova una naturale avversione verso Dolores (effetto specchio: tossico che vede riflesso un alcolista, e lo denigra). Arriva a casa, la mamma è ridotta allo stremo, la malattia la sta erodendo. Seguono sensi di colpa da figlio deviato (drogato e omosessuale, e lontano da casa) e successivo tentativo di redimersi mettendosi a disposizione della follia, apparente, della mamma. L'accudisce, la coccola, vive tutto il suo tempo con lei, e l'accompagna nei suoi tour in cerca di giovani svaniti nel nulla. Niente ha senso, l'impressione è quella di galleggiare tra i vaneggiamenti di una donna sull'orlo del baratro, quello definitivo, dal quale non si torna indietro, a meno che non ti chiami Dante o Gesù Cristo. Ma i vaneggiamenti sono solo quelli della madre o sono anche quelli della voce narrante (non è un vero e proprio protagonista, quanto piuttosto un semplice punto di vista, anche se con una sua storia e una psicologia abbastanza ben delineata)? La forzata astinenza non sta minando la percezione della realtà di Scott, esattamente come d'altronde gli accade quando è fatto? Chi è che sta sbrindellando la realtà, o non sono forse tutti e due ad essere sull'orlo della follia? Un giorno Scott scende in cantina, e trova un ragazzo assicurato su un giaciglio con delle catene. Un ragazzo che, scoprirà, somiglia incredibilmente a sè stesso a quando aveva all'incirca quell'età, e che lui e sua madre hanno incontrato lungo una strada alcuni giorni prima caricandolo in macchina, in una scena apparentemente molto simile ad un rapimento. Perchè c'è quel ragazzino in cantina? Perchè le versione che la madre ha raccontato a lui, a sua sorella e a Dolores del rapimento subìto da bambina divergono su moltissimi punti, anche se ne mantengono alcuni inquietantemente fissi?
Vediamo di spiegarci: c'è il mistero, quello stesso senso di enigma irrisolvibile e in qualche modo terribile che deriva da ogni scomparsa irrisolta e che compatta attorno allo schermo il vasto pubblico appassionato di trasmissioni come Chi l'ha visto?. Poi c'è la detection, la ricostruzione, passo per passo, degli eventi così come si svolsero a suo tempo, il mettere insieme un passato che dovrebbe giocoforza spiegare il presente, e svelare il mistero, ma si tratta di una detection complicata dagli stati alterati di coscenza di Scott e di sua madre, e dai loro rapporti e dai nodi che questi rapporti hanno creato negli anni. E qui, in questi diversi livelli magistralmente sovrapposti ed in particolar modo in quest'ultimo, quello relativo al gioco di specchi e di sentimenti irrisolti e fiocamente illuminati dalla costante sensazione della fine che si approssima inesorabilmente che sta la bravura dell'autore, il suo gioco di magia. Non fatevi ingannare dal titolo, nè dalla trama a grana grossa: non è un libro sugli scomparsi. Potremmo sostituire gli scomparsi con gli annegati, o con i fantasmi, o con i ricordi di un vecchio cimitero indiano o con l'ossessione per gli ufo, e otterremmo esattamente lo stesso risultato: un ottimo libro su un figlio che guarda la madre spegnersi e fare, a suo modo, i conti con la propria esistenza, e su una madre che sta per morire e che vuole, in un suo modo contorto ma carico di amore, salvare suo figlio dalla sua stessa esistenza (esistenza perduta, o in avanzato stato di perdizione). Per questo nella presente recensione compare spesso l'avverbio "apparentemente", perchè può sembrare spesso che si parli di qualcosa, di qualcosa di misterioso, o di terribile, o di tragico, o semplicemente di tedioso e mediocre, ma in realtà è di una madre e di suo figlio che si sta ragionando, e di come tutti e due si pongono davanti alla morte, affinchè la morte stessa doni un senso non solo a loro, ma soprattutto al loro rapporto genitore-figlio, a tutto quello che è stato e che, di lì a poco, non sarà mai più.
Scott Heim è nato ad Hutchinson, nel Kansas nel 1966. Crebbe in una piccola comunità di agricoltori, e in seguito frequentò l'Università del Kansas a Lawrence, dove si è laureato in inglese e storia dell'arte nel 1989, per poi conseguire un master in Letteratura inglese nel 1991. In seguito frequentò un corso di scrittura alla Columbia University, periodo durante il quale ha scritto il suo primo romanzo, Mysterious skin, pubblicato da Harper & Collins nel 1995 e seguito, due anni dopo, da una seconda opera di narrativa, In Awe.
Egli è anche autore di un libro di poesie del 1993, Saved From Drowing.
Da Mysterious Skin è stata tratto un dramma teatrale che ha esordito a San Francisco; successivamente, nel 2004, ne è stato ricavato un film dal regista Gregg Araki, prodotto dalla Antidote Films. La pellicola fu presentata alla Mostra del cinema di Venezia con grande successo di critica e pubblico. L'opera ha dovuto attendere dieci anni prima di ottenere una pubblicazione in Italia, pubblicato dall'editore indipendente Playground specializzato in letteratura gay, nella collana Liberi & Audaci
Tanto le opere di narrativa, quanto i saggi e le recensioni scritti da Heim trovano frequente collocamento nelle principali riviste di letteratura americane.
Vediamo di spiegarci: c'è il mistero, quello stesso senso di enigma irrisolvibile e in qualche modo terribile che deriva da ogni scomparsa irrisolta e che compatta attorno allo schermo il vasto pubblico appassionato di trasmissioni come Chi l'ha visto?. Poi c'è la detection, la ricostruzione, passo per passo, degli eventi così come si svolsero a suo tempo, il mettere insieme un passato che dovrebbe giocoforza spiegare il presente, e svelare il mistero, ma si tratta di una detection complicata dagli stati alterati di coscenza di Scott e di sua madre, e dai loro rapporti e dai nodi che questi rapporti hanno creato negli anni. E qui, in questi diversi livelli magistralmente sovrapposti ed in particolar modo in quest'ultimo, quello relativo al gioco di specchi e di sentimenti irrisolti e fiocamente illuminati dalla costante sensazione della fine che si approssima inesorabilmente che sta la bravura dell'autore, il suo gioco di magia. Non fatevi ingannare dal titolo, nè dalla trama a grana grossa: non è un libro sugli scomparsi. Potremmo sostituire gli scomparsi con gli annegati, o con i fantasmi, o con i ricordi di un vecchio cimitero indiano o con l'ossessione per gli ufo, e otterremmo esattamente lo stesso risultato: un ottimo libro su un figlio che guarda la madre spegnersi e fare, a suo modo, i conti con la propria esistenza, e su una madre che sta per morire e che vuole, in un suo modo contorto ma carico di amore, salvare suo figlio dalla sua stessa esistenza (esistenza perduta, o in avanzato stato di perdizione). Per questo nella presente recensione compare spesso l'avverbio "apparentemente", perchè può sembrare spesso che si parli di qualcosa, di qualcosa di misterioso, o di terribile, o di tragico, o semplicemente di tedioso e mediocre, ma in realtà è di una madre e di suo figlio che si sta ragionando, e di come tutti e due si pongono davanti alla morte, affinchè la morte stessa doni un senso non solo a loro, ma soprattutto al loro rapporto genitore-figlio, a tutto quello che è stato e che, di lì a poco, non sarà mai più.
Scott Heim è nato ad Hutchinson, nel Kansas nel 1966. Crebbe in una piccola comunità di agricoltori, e in seguito frequentò l'Università del Kansas a Lawrence, dove si è laureato in inglese e storia dell'arte nel 1989, per poi conseguire un master in Letteratura inglese nel 1991. In seguito frequentò un corso di scrittura alla Columbia University, periodo durante il quale ha scritto il suo primo romanzo, Mysterious skin, pubblicato da Harper & Collins nel 1995 e seguito, due anni dopo, da una seconda opera di narrativa, In Awe.
Egli è anche autore di un libro di poesie del 1993, Saved From Drowing.
Da Mysterious Skin è stata tratto un dramma teatrale che ha esordito a San Francisco; successivamente, nel 2004, ne è stato ricavato un film dal regista Gregg Araki, prodotto dalla Antidote Films. La pellicola fu presentata alla Mostra del cinema di Venezia con grande successo di critica e pubblico. L'opera ha dovuto attendere dieci anni prima di ottenere una pubblicazione in Italia, pubblicato dall'editore indipendente Playground specializzato in letteratura gay, nella collana Liberi & Audaci
Tanto le opere di narrativa, quanto i saggi e le recensioni scritti da Heim trovano frequente collocamento nelle principali riviste di letteratura americane.
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giovedì 29 agosto 2013
Modi di tornare a casa, di Alejandro Zambra, Mondadori editore
Alejandro Zambra scrive bene, è fuor di dubbio, ma si ha sempre l'impressione che si trovi a scrivere lungo una china rischiosa che separa il futile (ed il volatile, il poetico) dall'essenziale. Mi spiego, o almeno ci provo. Ha quella capacità metapoetica di rivoltare le frasi come calzini e reimpostarle ad effetto, come se, così facendo, avesse trovato la formula giusta per scoprire una qualche essenziale verità che se ne sta acquattata e nascosta dietro la realtà, alle spalle delle parole che la realtà compongono. Tutto questo con una scrittura elegante, moderna, fluida e accessibile. Non per niente è uno dei giovani scrittori più promettenti del Cile e dell'America latina (Granta dixit). Poi, però, se ci pensi a fondo, se levi dalla superficie l'effetto ipnotico lasciato dallo stile e dal ritmo, e ti domandi se davvero, dopo averlo letto, ne sai di più, se realmente ti ha portato per mano in territori di cui ignoravi l'esistenza, o che immaginavi fossero reali, da qualche parte, ma non avevi idea di come fare a raggiungerli, ecco, in quel momento ti viene il dubbio. Non è una certezza, beninteso, è una titubanza che ti frena un attimo prima di consacrarlo, anche solo con te stesso, nell'intimità della tua testa, come un grande. Per un attimo, un attimo lungo, lunghissimo al limite della non finitezza, ti resta l'impressione di essere stato preso elegantemente per il culo. O, per meglio dire, di essere stato il protagonista di un gioco di prestigio al quale non sapevi neppure di assistere. Il protagonista è presumibilmente l'autore, che ricorda la notte in cui si trovò con la propria famiglia e con tutte le famiglie del rione e di Santiago del Cile per strada, ad aspettare che la successiva scossa di terremoto spazzasse definitivamente via le loro case, le loro vite, la città e, con gli occhi di bambino, l'universo intero. La notte in cui conobbe Claudia, la nipote di Raùl, il vicino di casa single, presunto democristiano, silenzioso e, a suo modo, misterioso (misterioso nel suo non essere misterioso, ma solo riservato, apparentemente). Quello è il punto che Zambra sceglie per portare avanti una sua personale riflessione su sè stesso, sulla sua famiglia e sulla storia del suo paese. Qui però, al contrario del libro di Pron (Lo spirito dei miei padri si innalza nella pioggia), che toccando diversi registri e dilungandosi in elenchi lunghissimi ed apparentemente superficiali rimane però ossessivamente legato ad un'indagine meticolosa e drastica, la storia va sfilacciandosi, rimanendo in superficie e solo di tanto in tanto affondando (o dando l'impressione di farlo) secondo quella tecnica del calzino rivoltato citata in precedenza. Il protagonista, bambino, viene incaricato da Claudia - che non è proprio amica in quanto più grande, non è per nulla fidanzatina nè altro - di seguire lo zio e di farle rapporto settimanalmente. Poi, saltiamo temporalmente e, senza aver scoperto nulla delle motivazioni e delle conclusioni di quell'indagine, ritroviamo il protagonista adulto, con un matrimonio alle spalle che cerca tanto disperatamente quanto passivamente di rimettere in piedi (se non il matrimonio vero e proprio, la relazione con la moglie). Conosciamo la famiglia di lui, persa in una strana immobilità che pare averla permeata da sempre, come se sotto la dittatura quell'immobilità, quell'atarassia che sfiorava (o sfociava ne) l'ignavia avesse consentito la sopravvivenza stessa della famiglia, senza scossoni apparenti, traumi, drammi nè morti. Se nel libro di Pron la mancanza di senso dell'esistenza del figlio viene sublimata dalla lotta e dalla sconfitta dei genitori (e quindi il suo raccontarla diventa atto a sua volta dovuto, e portatore di senso), qui l'assoluta mancanza di ideali e di posizioni del padre lascia il protagonista senza nulla da dire, senza nulla da scrivere nè da raccontare se non scampoli confusi della propria vita per lo più insignificanti. Claudia torna, ormai adulta, anzi ritorna dagli Stati Uniti e intrattiene una relazione per lo più anafettiva col protagonista, ma è lei la vera protagonista del romanzo, è lei che torna per spiegare e per raccontare la sua storia, la storia della sua famiglia al protagonista, perchè a sua volta la racconti, ma sà già che è così non avverrà, perchè non sarà la sua storia ad essere raccontata, ma quella dell'autore. In realtà, arriviamo a conoscere per sommi capi la storia di Claudia e ci chiariremo diversi punti interrogativi lasciati in sospeso all'epoca in cui lei e il protagonista erano bambini, ma questo, che dovrebbe essere il centro pulsante della narrazione, e il punto da cui tuffarsi ed immergersi in un mare più grande, più profondo e certamente più oscuro, rimane invece semplicemente una parte, una porzione, annegata nelle elucubrazioni un tantino troppo esistenzialiste (troppo manieristicamente esistenzialiste) del protagonista, che si barcamena tra rapporti da cui non riesce ad ottenere risposte definitive. Non le ottiene dalla (ex) moglie e non le ottiene dal padre, e neppure le ottiene dalla stessa Claudia. L'impressione che rimane è quella di una fotografia sfocata, ma non perchè i soggetti siano in movimento, quanto perchè il fotografo non ha avuto mano ferma, un quadro d'insieme fuori fuoco che ci rimanda una scena un po' cupa se non proprio triste. Eppurtuttavia una foto che ha un suo fascino, che ci cattura a studiarla, a domandarci fino a che punto i suoi difetti sono voluti e dove invece sono effetto della strategia compositiva del fotografo.
Alejandro Zambra è nato nel 1975 a Santiago del Cile, dove vive. Poeta, narratore e critico letterario, insegna letteratura all'università Diego Portales e scrive per il supplemento "Babelia" di "El País" e per la rivista messicana "Letras Libres". Il suo primo romanzo, Bonsai (Neri Pozza 2007), ha vinto il premio cileno della critica. Nel 2010, Zambra è stato segnalato dalla rivista "Granta" come uno dei migliori giovani narratori di lingua spagnola.
Alejandro Zambra è nato nel 1975 a Santiago del Cile, dove vive. Poeta, narratore e critico letterario, insegna letteratura all'università Diego Portales e scrive per il supplemento "Babelia" di "El País" e per la rivista messicana "Letras Libres". Il suo primo romanzo, Bonsai (Neri Pozza 2007), ha vinto il premio cileno della critica. Nel 2010, Zambra è stato segnalato dalla rivista "Granta" come uno dei migliori giovani narratori di lingua spagnola.
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Lo spirito dei miei padri si innalza nella pioggia, di Patricio Pron, Guanda editore
Ci sono paesi in cui i figli non sono altro che la rivincita dei genitori rispetto alle loro sconfitte, o forse lo sono dappertutto, in ogni parte del mondo, in ogni epoca. In Argentina più che in altri posti, i giovani uomini e le giovani donne di oggi sono questo, e o prima o dopo devono farci i conti. Sono i figli di una generazione che ha intrapreso una guerra, una generazione che ha perso una guerra, anche se alla fine i dittatori sono caduti e la democrazia è stata ripristinata. Una generazione di sconfitti, spaesati, abbattuti, sferzati dalla storia e dai suoi mostri, e chi ne è uscito vivo non ha potuto fare altro che perpetuare quell'esistenza che ha messo a rischio così sfacciatamente, seppur spesso nella clandestinità, forse in maniera meccanica, seguendo il richiamo dell'istinto e null'altro. Il protagonista del romanzo di Pron è uno di questi figli della dittatura. Vive in Germania, a furia di ingurgitare pastiglie ha praticamente rimosso buona parte della propria memoria e quando gli viene comunicato che suo padre, in Argentina, sta male ed è in pericolo di vita, decide di tornare in quel paese col quale otto anni prima aveva tagliato i ponti, lasciandoselo alle spalle come qualcosa di morto e maleodorante, o moribondo e maleodorante. Il padre, Chacho, è in ospedale seppellito sotto una forma di mutismo comatoso. La casa è divenuta un corpo estraneo per il protagonista, un corpo che si è conosciuto e poi si è voluto dimenticare e dal quale si è fuggiti, mettendo chilometri da esso. La madre e i fratelli sono fantasmi che emergono enigmatici da un passatto che è fatto di nebbie e di silenzi, di brandelli di ricordi e di enormi ellissi di oblio. Il padre, inchiodato nel letto d'ospedale e, più simbolicamente, in un non luogo dove nessuno ha possibilità di raggiungerlo, è il fulcro degli interrogativi muti che vorticano nella testa del protagonista. Giornalista, padre e marito, protagonista di brevi scene strappate all'oscurità della dimenticanza, e ora corpo immobile e inconcosciente incapace di percepire la presenza del figlio. Il protagonista, presumibilmente Pron stesso, s'imbatte nello studio del padre in una serie di cartelle stipate di stralci di articoli sulla scomparsa di un tale José Alberto Burdisso, detto Burdi, sessantenne semplice e innocuo , dipendente presso il club Trebolense, dedito a lavori umili e manuali. La scomparsa era presto divenuta un caso che aveva inquietato e appassionato la città, in maniera forse inspiegabile. Soprattutto Pron (Pron protagonista) non riesce a spiegarsi l'interesse del padre per la scomparsa di un uomo che non aveva nulla in comune con lui (se non aver frequentato alcune classi insieme, a scuola, da bambini), e niente di affascinante nella propria biografia. Tutta la parte centrale del libro è un'analisi accurata e pedante del contenuto delle cartelle del padre, fino a conclusione della storia della scomparsa di Burdisso e della sua terribile risoluzione. Un particolare emerge dall'indagine e ci trasporta nella terza ed ultima parte: la sorella di Burdisso, Alicia, era scomparsa durante la dittatura, desaparecida, presumibilmente uccisa.
Ma chi era Alicia, perchè era collegata a quel padre sospeso in uno stato di non vita in una stanza anonima di un ospedale, perchè tra tanti desaparecidos lei era importante, la scomparsa del fratello aveva qualcosa a che vedere con quella di Alicia, anni prima?
Il protagonista si trova di fronte all'evidenza brutale e sottile che non potrà conoscere realmente il padre, e quindi non potrà capire sè stesso e il suo senso nel mondo, se non vincerà la sua amnesia e non indagherà nel passato, suo, della sua famiglia e di Alicia Burdisso.
La soluzione della sua indagine sarà ciò che chiunque si potrebbe aspettare se solo ci pensasse, ma riflettere sul passato, su quel certo passato, è un atto che fa tremare i polsi, perchè il passato, per definizione, non esiste ma, pur non esistendo, proietta la sua ombra sul presente e con l'ombra pone le basi per dare un senso al presente. Qual'è quel senso, per il protagonista, e dunque qual'è la sooluzione della sua indagine?
Nel quantità spropositata di romanzi argentini sul periodo della dittatura, il romanzo di Pron è una lama elegante che affonda nei recessi meno evidenti dell'abisso di dolore che quegli anni hanno provocato, nei rapporti famigliari di chi è sopravissuto, nella proiezione del senso ostinato di sconfitta che una generazione trasmette, suo malgrado, a quella dei figli, nel senso di spaesata inutilità di quei figli che si ritrovano annegare in un mare di silenzi, di accenni involontari, di indizi disseminati più o meno volontariamente perchè qualcuno un giorno li individui, e li metta insieme, e infine ne racconti la storia.
Un romanzo lento, scritto con la perizia di un anatomista nel descrivere sentimenti che non possono essere esplicitati, che racconta le conseguenze del male e come queste conseguenze si propagano come onde di generazione in generazione, mutando forme ed intensità ma rimanendo sempre uguali a sè stesse nella domanda di fondo. Un romanzo, quello di Pron, che senza voler essere consolatorio, è a sua volta una risposta, seppur imperfetta e dolorosa, a quella domanda che il romanzo stesso pone, instaurando un gioco di specchi e di dolori che in essi si riflettono che si comprende appieno solo alla fine. Certi mali, e con essi certe sconfitte, acquistano un senso solo se qualcuno trova la forza, la pazienza ed il coraggio di narrarli. Chi assolverà questo compito dolente, non si salverà, nè cambiera la propria vita e tantomeno il corso della storia: ma darà un senso ad Alicia, e a Chacho, a chi è morto e a chi è rimasto vivo senza più nemmeno la forza di raccontare.
Patricio Pron ha conseguito un dottorato in filologia romanza all'università di Gottingen e attualmente vive a Madrid, dove lavora come traduttore e critico letterario. E' autore di racconti (Hombres infames; El vuelo magnifico de la noche; El mundo sin las personas que lo afean y lo arruinan; Trayendolo todo de regreso a casa e La vida interior de las plantas de interior) e romanzi (Formas de morir; Nadadores muertos; Una puta mierda; El comienzo de la primavera e appunto il libro qui recensito: El espiritu de mis padres sigue subiendo en la lluvia) che hanno ricevuto numerosi premi.
Un interessante articolo su Pron lo trovate qui, dal blog delle edizioni Sur.
Il blog di Patricio Pron lo trovate qui (blog sul quale abbiamo l'onore di essere ospitati con un link nella sezione resena , vale a dire recensioni, esattamente qui: un grazie di cuore all'autore, Patricio Pron)
Ma chi era Alicia, perchè era collegata a quel padre sospeso in uno stato di non vita in una stanza anonima di un ospedale, perchè tra tanti desaparecidos lei era importante, la scomparsa del fratello aveva qualcosa a che vedere con quella di Alicia, anni prima?
Il protagonista si trova di fronte all'evidenza brutale e sottile che non potrà conoscere realmente il padre, e quindi non potrà capire sè stesso e il suo senso nel mondo, se non vincerà la sua amnesia e non indagherà nel passato, suo, della sua famiglia e di Alicia Burdisso.
La soluzione della sua indagine sarà ciò che chiunque si potrebbe aspettare se solo ci pensasse, ma riflettere sul passato, su quel certo passato, è un atto che fa tremare i polsi, perchè il passato, per definizione, non esiste ma, pur non esistendo, proietta la sua ombra sul presente e con l'ombra pone le basi per dare un senso al presente. Qual'è quel senso, per il protagonista, e dunque qual'è la sooluzione della sua indagine?
Nel quantità spropositata di romanzi argentini sul periodo della dittatura, il romanzo di Pron è una lama elegante che affonda nei recessi meno evidenti dell'abisso di dolore che quegli anni hanno provocato, nei rapporti famigliari di chi è sopravissuto, nella proiezione del senso ostinato di sconfitta che una generazione trasmette, suo malgrado, a quella dei figli, nel senso di spaesata inutilità di quei figli che si ritrovano annegare in un mare di silenzi, di accenni involontari, di indizi disseminati più o meno volontariamente perchè qualcuno un giorno li individui, e li metta insieme, e infine ne racconti la storia.
Un romanzo lento, scritto con la perizia di un anatomista nel descrivere sentimenti che non possono essere esplicitati, che racconta le conseguenze del male e come queste conseguenze si propagano come onde di generazione in generazione, mutando forme ed intensità ma rimanendo sempre uguali a sè stesse nella domanda di fondo. Un romanzo, quello di Pron, che senza voler essere consolatorio, è a sua volta una risposta, seppur imperfetta e dolorosa, a quella domanda che il romanzo stesso pone, instaurando un gioco di specchi e di dolori che in essi si riflettono che si comprende appieno solo alla fine. Certi mali, e con essi certe sconfitte, acquistano un senso solo se qualcuno trova la forza, la pazienza ed il coraggio di narrarli. Chi assolverà questo compito dolente, non si salverà, nè cambiera la propria vita e tantomeno il corso della storia: ma darà un senso ad Alicia, e a Chacho, a chi è morto e a chi è rimasto vivo senza più nemmeno la forza di raccontare.
Patricio Pron ha conseguito un dottorato in filologia romanza all'università di Gottingen e attualmente vive a Madrid, dove lavora come traduttore e critico letterario. E' autore di racconti (Hombres infames; El vuelo magnifico de la noche; El mundo sin las personas que lo afean y lo arruinan; Trayendolo todo de regreso a casa e La vida interior de las plantas de interior) e romanzi (Formas de morir; Nadadores muertos; Una puta mierda; El comienzo de la primavera e appunto il libro qui recensito: El espiritu de mis padres sigue subiendo en la lluvia) che hanno ricevuto numerosi premi.
Un interessante articolo su Pron lo trovate qui, dal blog delle edizioni Sur.
Il blog di Patricio Pron lo trovate qui (blog sul quale abbiamo l'onore di essere ospitati con un link nella sezione resena , vale a dire recensioni, esattamente qui: un grazie di cuore all'autore, Patricio Pron)
domenica 18 agosto 2013
L'infermiera Wolf e il dottor Sacks, di Paul Theroux, Baldini Castoldi Dalai editore
Poi cambia tutto, e troviamo Theroux che ci parla di e parla con Oliver Sacks,(che, a volte nei suoi lavori di divulgazione scentifica, si firma Oliver Wolf - Wolf appunto) l'autore di L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello, Un antropologo su Marte e altri titoli di divulgazione neurologico-scentifica che sfociano felicemente nella narrativa di qualità. L'ammirazione dell'autore per Sacks è più che evidente - è esplicita -, e risulterebbe quasi fastidiosa se il libro non continuasse a mantenere un tono confidenziale che lo esime da qualsiasi terzietà (pseudo)scientifica. Ascoltiamo le storie di Sacks e dei suoi pazienti, ne incontriamo alcuni. Lasciamo che nascano domande in noi sulle quali non avevamo mai riflettuto, o che avevamo da tempo messo da parte e dimenticato. Tra le tante microstorie che ci vengono offerte con garbo, come da un ospite premuroso, penso che sia doveroso riportare la più spaventosa di tutte. Quella di un medico, direttore di una clinica pischiatrica: l'uomo raggiunge l'età della pensione e si ritira, ma dopo pochi anni sbrocca di testa e viene ricoverato nella medesima clinica da lui precedentemente diretta. Un giorno prende un camice, lo indossa, e torna a credersi medico. Entra nel suo vecchio ufficio e si mette ad analizzare le cartelle dei pazienti. Ne trova una che valuta come particolarmente critica, "Questo è messo male", esclama, legge il nome sull'intestazione della cartella, ed è il suo.
Vi verrà voglia di fiondarvi a leggere qualcosa di Sacks (come ho fatto io), e di Theroux, perchè questo piccolo pamphlet, è interessante, affascinante, affabulatorio, e ha di unico questo particolare, nella sua imperfezione: essere una parte di un tutto più grande, di rappresentare solo uno stralcio di quella più ampia conversazione tra intelletti elevati e stimolanti che è il magma di opere dei due autori, e di altri - di infiniti altri - che è la letteratura. Un rimando continuo e perenne a qualcosa che completa qualcos'altro e che da altro ancora deve essere completato.
Paul Edward Theroux è nato nel 1941 a Medford, Massachusetts. Figlio di un franco-canadese e di un’italiana, ha studiato scrittura creativa all’Università del Maine, si è specializzato a Syracuse e a Urbino e si è trasferito in Africa, dove ha insegnato e preso parte a missioni umanitarie. Ha scritto per numerosi settimanali e mensili, tra cui «Playboy», «Esquire» e «Atlantic Monthly». Ha pubblicato diversi romanzi e molti saggi sul tema del viaggio. Per Baldini Castoldi Dalai editore sono usciti: Ultimi giorni a Hong Kong, Il Gallo di Ferro, O-Zone, Hotel Honolulu, L’infermiera Wolf e il dottor Sacks, L’ultimo treno della Patagonia e Mosquito Coast.
giovedì 11 luglio 2013
I, da Sermones y predicas del Cristo de Elqui, di Nicanor Parra
Anche se vengo preparato
non so davvero da dove incominiciare
comincerò togliendomi gli occhiali
questa barba non crediate sia posticcia
22 anni che non la taglio
come neppure mi taglio le unghie
vale a dire che ho mantenuto la parola data
oltre la data stabilita
posto che l'incarico era per venti
non ho tagliato nè barba nè unghie
solamente le unghie dei piedi
in onore alla mia adorata mamma
ma ho dovuto passare per
umiliazioni calunnie disprezzo
anche se io non facevo del male a nessuno
solo tenevo fede alla sacra promessa
che feci quando lei morì
non tagliarmi la barba nè le unghie
per un periodo di venti anni
in omaggio alla sua sacra memoria
rinunciare ai vestiti comuni
e rimpiazzarli con un umile sacco
adesso vi rivelerò il mio segreto
la penitenza già l'ho scontata
presto potrete vedermi
nuovamente vestito da civile
non so davvero da dove incominiciare
comincerò togliendomi gli occhiali
questa barba non crediate sia posticcia
22 anni che non la taglio
come neppure mi taglio le unghie
vale a dire che ho mantenuto la parola data
oltre la data stabilita
posto che l'incarico era per venti
non ho tagliato nè barba nè unghie
solamente le unghie dei piedi
in onore alla mia adorata mamma
ma ho dovuto passare per
umiliazioni calunnie disprezzo
anche se io non facevo del male a nessuno
solo tenevo fede alla sacra promessa
che feci quando lei morì
non tagliarmi la barba nè le unghie
per un periodo di venti anni
in omaggio alla sua sacra memoria
rinunciare ai vestiti comuni
e rimpiazzarli con un umile sacco
adesso vi rivelerò il mio segreto
la penitenza già l'ho scontata
presto potrete vedermi
nuovamente vestito da civile
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venerdì 5 luglio 2013
Il luogo senza confini, di José Donoso, Sur editore
Nel titolo c'è tutto Donoso. Il luogo senza confini è ironia, ma ironia dolente (non feroce, o solo in parte feroce). La scena in cui si svolgono i fatti è un piccolo paesino, El Olivo, un centro abitato, un agglomerato di case che, in un determinato momento, ha rischiato di divenire qualcosa di più, grazie ad un utopico all'acciamento ad un rete elettrica che non arriverà mai (tenetelo a mente, questo allacciamento), quindi è quanto di più lontano da un luogo senza confini, ma al contempo è un palcoscenico che rappresenta perfettamente non solo l'arcaica società latifondista latinoamericana che ancora sopravviveva all'epoca, ma tutta l'umanità e, al contempo, l'Inferno, dalla citazione del Faust di Marlowe. Forse, come viene accennato nella postfazione, questo libro voleva essere un romanzo sociale e, sicuramente, per fortuna, in quel senso è stato un completo fallimento, perchè Donoso non riesce a smettere i panni di Donoso e finisce col parlare dell'uomo, dell'essere umano, della sua pochezza, del suo voler essere altro da ciò che è e della sua frustrazione nel non poter essere nulla di diverso (nè di meglio) da ciò che è. Il centro fisico della narrazione è un bordello, un bordello di paese, di El Olivo appunto, la cui attuale tenutaria è Manuela un travestito che si avvia verso il declino della vita. Manuela è famosa per i suoi balli e per il suo vestito alla spagnola. Manuela ha vissuto la propria esistenza tra un bordello e l'altro, come attrazione danzante e, per certi versi, come freak. Oggetto del desiderio di certi uomini che, schiavi della cultura machista, non possono accettare le loro stesse pulsioni e oggetto di scherno e di violenza di altri uomini che, anch'essi soggiogati dalla cultura machista, la prendono in giro pesantemente quando non la picchiano e la umiliano. La figura che racchiude entrambe le tipologie è Pancho Vega, un tipaccio della zona che si guadagna da vivere come autotrasportatore che, col suo camioncino rosso che ancora deve terminare di pagare, vaga nella notte pigiando forte col clacson per rivendicare al mondo il suo esistere, e che è, suo malgrado, irresistibilmente attratto da Manuela. Sul paese (chiamiamolo così, ma non è un paese è meno di un paese, molto meno di un paese, e molto di più) incombe la figura onnipotente, benevola e spietata, di Don Alejo (don Alejandro Cruz) che presta soldi (a Pancho, ad esempio, per il camion rosso), dispensa consigli, conosce tutti e decide il bello ed il cattivo tempo a El Olivo. E' lui che è stato eletto con la promessa di portare l'elettricità, pensando così di poter così imporre uno sviluppo accelerato al centro abitato e soprattutto ai suoi affari. In questa prospettiva, il bordello avrebbe dovuto divenire un "gran" bordello di classe, con l'orchestra, puttane belle, gentili e profumate e feste e libagioni tutte le notti, come a Talca, nel bordello di Tette di legno, ma la corrente elettrica è destinata a non arrivare mai, affare che viene gestito da persone che non esistono neppure nella concezione degli abitanti di El Olivo, persone anche più potenti di don Alejo. Se il bordello è il centro fisico della narrazione, Manuela ne è la protagonista, immagine potente e tragica che forse rappresenta l'immagine dell'artista e del suo destino ma certamente è in buona parte lo specchio dello stesso autore e del suo mondo interiore, non solo letterario: Donoso lascerà tra i suoi scritti la confessione della sua omosessualità, e saprà prevedere la tragedia che questa confessione porterà nella sua discendenza, tragedia che si compirà con il suicidio della figlia e biografa di Donoso, sconvolta per la confessione (*). Manuela non è un personaggio simpatico e, come sempre in Donoso, non è monodimensionale: è vanitosa, pavida ma sconsiderata, infantile, a tratti crudele con la figlia biologica (la Giapponesina, figlia di Manuela e della Giapponese Grande: lasciamo perdere la spiegazione, altrimenti tocca raccontare troppo) schiava dei propri desideri e della propria identità, così come Pancho non è il "grande" male, è un povero cristo, ignorante quanto basta per essere in completa balia, esattamente come Manuela, delle proprie pulsioni e della propria identità. Ma quel mondo arcaico non accetta lo scarto provocato da Manuela che, pur essendo uomo, ha un'identità femminile, proprio come quello stesso mondo arcaico non verrà illuminato dall'arrivo della corrente elettrica (e qui mi riallaccio all'accenno iniziale) che simboleggia chiaramente una modernità (e, in senso meno sociologico e più "donesiano", un'umanità migliore, illuminata appunto) che non è destinata a El Olivo, segregata oltre quel confine invisibile che pare chiudersi attorno al centro abitato, isolandolo (un confine invisibile che ricorda, per certi versi, la siepe leopardiana). E' come se una cappa oscura racchiudesse paese e narrazione, e destini dei personaggi, sotto una sorte ineluttabile, che è, nella visione dell'autore, il destino dell'umanità: pensare a sè stessa in termini alti rimanendo sempre inevitabilmente costretti entro orizzonti "animali", primitivi. Don Alejo è una finzione, appare onnipotente solo agli occhi degli abitanti del piccolo centro abitato, al di fuori del quale, anche lui diventa un pesce piccolo (medio piccolo, o medio grande, al massimo) possibile preda degli squali. Don Alejo non può portare la corrente elettrica, don Alejo può decidere delle vite della ristretta popolazione locale, ma non può fare altrettanto col suo che, nel finale, indoviniamo essere triste, ed umano, intriso di sentore di morte. Quello che rimane è la poesia (poesia non poetica, verrebbe da dire) tragica e sfacciata di Donoso che non riesce a chiudere gli occhi di fronte a quel male che è (diversamente da Pavese, che lo identifica col vivere) la vita.
José Donoso (1924 - 1996) è uno degli scrittori più importanti della generazione del "boom" latinoamericano. nato a Santiago del Cile, si autoesilierà in Spagna durante la dittatura di Pinochet. L'osceno uccello della notte (pubblicato per Bompiani e presto - spero vivamente - ripubblicato da Sur Edizioni) è considerato il suo capolavoro. In Italiano è anche possibile rintracciare Tre romanzetti borghesi (per la Farenheit 451 edizioni, con testo orinale a fronte!).
José Donoso (1924 - 1996) è uno degli scrittori più importanti della generazione del "boom" latinoamericano. nato a Santiago del Cile, si autoesilierà in Spagna durante la dittatura di Pinochet. L'osceno uccello della notte (pubblicato per Bompiani e presto - spero vivamente - ripubblicato da Sur Edizioni) è considerato il suo capolavoro. In Italiano è anche possibile rintracciare Tre romanzetti borghesi (per la Farenheit 451 edizioni, con testo orinale a fronte!).
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sabato 29 giugno 2013
Intervista a Valeria Luiselli, Sarzana 21 Giugno 2013
Venerdì 21 Giugno a Sarzana (La Spezia) c'è da poco stato il terremoto, anche se nessuno sembra darsene troppo peso, non in centro, a quest'ora, e io sono in anticipo "cinque minuti - ciinque" sull'inizio della presentazione dell'ultimo libro della scrittrice messicana Valeria Luiselli (seconda tappa italiana dopo Roma e prima di Firenze) e al contempo in ritardo di un'ora e mezza scarsa rispetto alla medesima presentazione di Carte False, l'ultimo libro pubblicato in Italia della scritttrice messicana Valeria Luiselli, che fa seguito a Volti nella folla, il suo precedente libro nonché caso letterario internazionale, entrambi pubblicati da La Nuova Frontiera Editore. Non sto a spiegare oltre, ma alla fine si rivelerà una fortuna. Comunque, quando arrivo, fuori dalla libreria Il Terzo Luogo in cui è prevista la presentazione del libro incontro un gruppo di signore che parlano tra di loro; l'aria che aleggia tra me e il gruppo di signore e tutt'intorno a noi per il centro storico, e giù fino al mare e, alla rovescia, alle spalle della città, verso le alture, è un tantino troppo fresca considerando che siamo alla fine di Giugno, ma in fondo anche questa è una fortuna. Dò una sbirciata all'interno e mi arrischio a domandare se mi trovo nel posto giusto.
Dal momento che il posto è quello corretto ma l'orario no, la proprietaria della libreria si muove a compassione e si fa in quattro, contattando qualcuno dello staff che segue la Luiselli nel suo tuor italiano spacciandomi per un giornalista che vorrebbe farle un'intervista. Io, a dir la verità, non sono un giornalista e mi sarei accontentato di un paio di domande, ma tant'è. Tempo un minuto, mi ritrovo in una minuscola piazzetta seduto tra l'Editore e l'Autrice (e una serie di persone a me sconosciute tra cui la signorina gentilissima che si è fiondata a prelevarmi alla libreria e mi ha conodotto in loco, e un ragazzo con una gran barba nera) e, a questo punto, obbligato mio malgrado a sfoderare una serie di domande il più possibile sensate e attinenti argomenti almeno vagamente letterari atte a dimostrare se non proprio il mio status di giornalista, comunque di esperto del settore. Se non esperto, almeno amante dell'argomento.In realtà credo di dare l'impressione di essere un tipo strambo caduto lì per caso, tra loro, da chissà dove. Con estremo esercizio di cortesia i presenti non lasciano trasparire di essersi resi conto del mio imbarazzo nè di null'altro e mi fanno sedere come se fossi una persona normale appartenente ad una delle categorie fittizie poco sopra elencate. Comunque, ad ogni buon conto, per evitare spiacevoli fraintendimenti, preferisco subito specificare di non lavorare per le Pagine Culturali di Repubblica, ma di scrivere per il presente Blog (e rimane difficile trasmettere lo stupore e l'emozione di scoprire che l'Autrice conoscesse - per essere più precisi: aveva l'impressione di averlo già visitato - il già citato presente Blog (anche se mi rimane il dubbio che la sua sia stata una forma estrema di cortesia - o di ironia sottile e devastante - forse tipicamente messicana))
Valeria Luiselli, giusto per rendere l'idea, è una giovane signora estremamente gentile che parla con una voce sottile e pacata e dà l'impressione (impressione insistente ma per nulla inquietante) di essere un personaggio da lei stessa creato per il suo primo libro Volti nella folla (e in un certo senso è così, se l'avete letto sapete cosa intendo): lievemente retrò, come se giungesse nel nostro presente da un qualche passato, non remoto, ma relativamente vicino a noi e sempre sul punto di dissolversi nell'aria singolarmente fresca in questo Giugno assurdo, o di spezzarsi in mille pezzi. Fuma sigarette che si prepara da sola con tabacco e cartine e può dare l'idea a chi la vedesse per la prima volta di essere una giovane intellettuale intellettuale intenta a dissimulare la propria superiorità culturale e cerebrale, ma comunque non una scrittrice di successo internazionale nel mezzo di un tour promozionale (vale a dire che non se la tira, e se lo fa, lascia la sensazione di essere estremamente attenta a non farlo trasparire). La piazzetta in cui ci troviamo raddoppia, triplica o forse decuplica l'intensità in decibel del vociare e dei rumori (e se qualcuno nutrisse dei dubbi al riguardo ho le prove registrato che certi bambini possono strillare ininterrottamente e "ad alta inensità" per almeno 18 minuti e 22 secondi) e dopo qualche attimo sparisce (la piazzetta) e mi lascia solo e sospeso a parlare con l'Autrice.
2666 - Il tuo stile di scrittura ne Volti nella folla è molto pulito, essenziale, e conduce i lettori poco alla volta all'interno di una storia estremamente volatile, che col procedere della narrazione viene ad assumere dei tratti quasi onirici, raccontata in una struttura volatile, sperimentale nella sua forma: ci sono stati scrittori che hanno influenzato questa tua forma di scrittura?
V.L. - Bene, credo che la relazione con gli scrittori che leggiamo sia sempre in divenire... Nel caso di Carte false ci sono una serie di scrittori che sicuramente mi hanno influenzata. Carte false è un libro che è allo stesso tempo una sorta di diario di lettura, una specie di diario di viaggio e di esplorazione di spazi. Gli scrittori che sono presenti sono senza dubbio Robert Walser, poi ad esempio lo scrittore tedesco Sebald, e sicuramente Brodskij, che leggevo costantemente mentre scrivevo. Io mi sono formata come lettrice di filosofia più che come lettrice di letteratura, per questo in realtà sono entrata in dialogo più che altro con diversi filosofi che stavo leggendo in gioventù, in particolar modo Wittgestein, che è un filosofo al quale si avvicinano molti scrittori, che riflette sul linguaggio in modo molto giocoso e libero. Non so se vuoi una lista molto lunga: Robert Walser è uno scrittore che è sempre stato presente nella mia scrittura, anche ora, e che ho continuato a leggere e che rileggo sempre mentre sto scrivendo un libro, e ultimamente i russi, soprattutto ora sto leggendo un russo che si chiama Daniil Charms che mi piace moltissimo, ma che è poco tradotto in spagnolo, in pochi libri. Coincidences è uno dei pochi.
2666 - Wittgestein era uno degli autori a cui era più legato David Foster Wallace...
V.L. - Non ho mai letto Foster Wallace, non tanto come ho intenzione di leggerlo in futuro...
2666 - Mi colpisce il fatto che tra gli scrittori che hai citato non ci sono latinoamericani mentre mi pare di vedere nella tua scrittura, soprattutto nelle strutture che utilizzi, molto della Nuova Letteratura Latinoamericana: la ricerca di forme nuove e diverse che vanno oltre la struttura standard del romanzo classico.
V.L. - Io da parte mia non ho in testa un particolare programma che prevede di scrivere libri necessariamente diversi dalle forme convenzionali, se non che cerco di scriverli mantenendo un'unità (stilistica) coerente. Il modo che ho di comporre la narrazione è sempre dettato dalla storia che sto raccontando, e trovare la forma più appropriata mi richiede molto tempo, perché il modo di narrare emerge poco alla volta che incontro la storia che sto narrando, ma in effetti non ho una forma programmatica di scrivere un libro già pensando di utilizzare una forma che sia per forza diversa da quelle convenzionali. Non mi sento legata a questa necessità. Ma, mi parlavi dell'assenza di scrittore latinoamericani nella mia scrittura?
2666 - Al contrario, mi stupiva la loro assenza nel tuo elenco di scrittori di riferimento.
V.L. - Nel mio elenco eh?... Beh, non so... Per esempio nel mio romanzo Volti nella folla, mentre lo scrivevo lessi, rilessi più che altro, Juan Rulfo, che è uno scrittore messicano che seppe giocare molto bene con la forma in un romanzo che manteneva nello stesso spazio vivi e morti, e che seppe rompere il tempo e lo spazio in un'unica forma, e io l'ho potuto trasformare in una struttura che è diversa dalla sua ma che solo leggendolo mi ha permesso di trovare uno spazio di libertà per modulare Volti nella folla. Però in effetti sono cresciuta leggendo autori di lingua spagnola, come ovviamente Cortàzar e Borges, che furono letture fondamentali, che mi riempirono, ma che non erano scrittori che tenevo presente mentre scrivevo.
2666 - Hai fatto riferimento ora a Borges e Cortàzar che sono tra i grandi padri della letteratura latinoamericana, tu ora invece vieni inserita in quell'ondata di nuovi scrittori che vengono indicati sotto l'etichetta Nuova Letteratura Latinoamericana (nella quale personalmente inserisco anche il Giornalismo Letterario Latinoamericano). Ti senti parte di quest'onda o esterna ad essa?
2666 - Questo libro, Carte False, non l'ho ancora letto, ma mi pare che anche in questo caso non si tratta di un romanzo convenzionale.
V.L. - Esatto, in realtà non è neanche un romanzo, è una sorta di libro ibrido che alcuni hanno letto come romanzo e altri hanno letto come un libro di racconti di finzione e altri ancora come un libro di saggi. Insomma è un libro ibrido.
2666 - Feltrinelli (di Pisa, nel resto dello Stivale lo ignoro) lo espone in Saggistica, anzi, per essere più precisi in Critica Letteraria.
V.L. - Sono scelte editoriali. E' un peccato. In Messico per esempio viene esposto nei ripiani di Narrativa. Ma non è certamente un libro di Critica Letteraria.
2666 - Un romanzo, diciamo così, "classico" non fa parte delle tue corde e quindi lo eslcudi anche in futuro, o è qualcosa che stai tenendo da parte per un altro momento, un'altra storia?
V.L. - Come dicevo prima, non ho un programma razionale al riguardo della forma tradizionale o meno del romanzo, io credo che ogni storia ha bisogno di una struttura particolare e se mi capiterà di raccontarne una che necessita di una struttura classica, la scriverò. Non ho una posizione ideologica al riguardo, o inamovibile, ma abbastanza libera.
2666 - In America Latina è più facile in questo momento riuscire a pubblicare per un giovane scrittore, magari anche permettendosi di esordire con un romanzo chiaramente letterario come il tuo?
V.L. - Credo che non sia mia facile riuscire a pubblicare, per nessuno, però in effetti in tutta l'America Latina, in particolare in paesi come l'Argentina, il Messico, la Colombia e il Cile ora ci sono molte case editrici indipendenti che sono più propense a rischiare a pubblicare libri che le grandi case editrici non pubblicherebbero mai.
2666 - Un'ultima domanda, soprattutto legata al nome del Blog e alla mia personale passione letteraria: cosa pensi dell'opera di Bolano?
V.L. - Cosa penso riguardo l'opera di Roberto Bolano? Bene, per cominciare non sono una lettrice avida di Bolano, non l'ho letto tutto: il fenomeno di lettori che hanno letto tutto ciò che Bolano ha scritto è relativamente recente. Insomma, in effetti non l'ho letto tutto. La prima cosa sua che ho letto è stata i Detective Selvaggi, ed è stato fondamentale, soprattutto la prima e l'ultima parte, non tanto le interviste, là dove credo che sia, dopo La regiòn màs transparente, di Carlo Fuentes (in italiano: L'ombelico della luna, Il saggiatore, 200, Net 2006), sia, i Detective Selvaggi il grande romanzo della letteratura del Messico: è una testimonianza internazionale fondamentale della letteratura contemporanea latinoamericana. 2666 anche, l'ho letto in introduzione inglese perché dovevo scrivere delle cose riguardo certe letture particolari, e poi ho letto alcuni saggi, che mi sono piaciuti. Credo che Bolano sia stato una figura importantissima che ha liberato la letteratura latinoamericana, o l'immagine che si aveva della letteratura latinoamericana nel mondo anglo-ispano. E' stata la figura grazie alla quale finalmente abbiamo posto termine al realismo magico e a quelle cartoline che avevano incarcerato la nostra letteratura in uno spazio chiuso, e ha inaugurato un'era nella quale gli scrittori più giovani possono muoversi la di fuori di questa vecchia etichetta. Curiosamente però ha significato anche un altro piccolo carcere per i nuovi scrittori latinoamericani, perchè non c'è modo che non ti paragonino, in quanto scrittore latino, a Bolano, o per mettere in evidenza le differenze o per fare un'equiparazione. Spero che si possa superare in fretta questa fase di "piccoli Bolanini".
A questo punto, una signora seduta al "nostro" tavolino, si alza e saluta, seguono baci, abbracci e ringraziamenti che durano il tempo necessario perché l'Autrice prenda fiato, mi sorrida e mi chieda, per cortesia, di terminare qui l'intervista, che è comunque molto di più di quello che avrei potuto sperare se fossi arrivato in orario rispetto all'orario effettivo e non su quello teorico. Il terremoto è come se non ci fosse mai stato, e lascia dietro di sé solamente una bava fresca di brezza notturna che è come se arrivasse, ppiù che non da un altro luogo, da un altro tempo: Aprile, ad esempio.
L'autore del blog e dell'intervista ci tiene a ringraziare: la proprietaria della libreria Il Terzo Luogo (non appena riuscirò a scoprire i suoi dati anagrafici li riporterò prontamente), il signor Lorenzo Ribaldi, nonché Editore, che in questo caso si è messo a disposizione anche come "correttore di bozze" e "procacciatore di foto", e ovviamente la signora Valeria Luiselli, per la pazienza, la cortesia innata e il buon grado coi quali si è sottoposta alle mie domande come se in realtà a fargliele fosse stato davvero un inviato delle Pagine Culturali di Repubblica.
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sabato 22 giugno 2013
Ogni storia d'amore è una storia di fantasmi, vita di David Foster Wallace, di D.T.Max, Einaudi stile libero
Scrivere una biografia è niente più niente meno che un puro e semplice esercizio di follia. Questo per gli ovvi motivi che sono connessi con l'atto stesso di voler ridurre una vita all'interno di un certo numero più o meno alto di pagine. Per quanto si riesca ad infilarci dentro, nell'ordine giusto dato dall'importanza degli avvenimenti per la persona che li ha vissuti (e già questo è un atto tutt'altro che scontato), ciò che rimane tagliato fuori sarà comunque una mole enorme di fatti, momenti, sensazioni, minuti, vissuti interni che, comunemente, chiamiamo appunto vita. Ciò che poi rimane incluso, dev'essere ovviamente interpretato (dalla sensibilità dell'autore, dalle testimonianze di chi fu vicino al soggetto biografato, ecc.) e la psicologia c'insegna che neppure il soggetto stesso può essere un buon interprete di sè stesso, ovvero della sua vita interiore (e delle conseguenze che questa riverbera sull'esistenza pratica, sociale, interrelazionale, professionale, ecc.), in questo senso si potrebbe dire che ogni biografia è una storia di fantasmi, perchè è una forma di detection in cui l'oggetto della ricerca sono le ombre che l'essere umano (quel certo essere umano biografato) ha lasciato sul suo cammino, fantasmi appunto, ectoplasmi di quello che fu, segni ed indizi di qualcosa che, comunque, resta inafferrabbile per definizione. In questo caso particolare, l'impresa è una follia all'ennesima potenza, dal momento che la vita da scandagliare è quella di un genio. Peggio, o meglio, quella di un genio sul limite, forse non tanto della follia quanto del disturbo mentale, come David Foster Wallace. Se vi dico che alla fine muore, non svelo niente. Questo è uno dei vantaggi delle biografie, non bisogna porsi troppi problemi a non svelare dettagli e particolari; per tutto il resto è un casino. Perchè una biografia dovrebbe essere degna di lettura e un'altra no? Dipende solo dal tipo di vita che viene narrata? Ovviamente no, non solo., anche se tendo a pensare che la biografia di un lattaio morto di crepacuore a cinquantacinque anni a giù di lì, con moglie e due figli adolescenti sia quasi automaticamente meno interessante di quella di un terrorista internazionale come Carlos, ad esempio, ma il succo sta da un'altra parte, e in questo la vita di D.F.W. certamente ha aiutato l'autore di questo libro. Sta nella scelta degli episodi riportati e nel valore da assegnare ad ognuno di essi. In questo senso, D.F.W. è stato prodigo. Figlio della piccola borghesia, di due genitori all'incirca nella norma, come possono esserlo molti altri, con una sorella più piccola, Amy, D.F.W. si rivela fin da piccolo, se non proprio un bambino prodigio o un piccolo genio, comunque un bambino dotato di un'intelligenza fuori dal comune. Come spesso accade, da qui i problemi. Mente acutissima e affetto da un mania di perfezionismo assoluta, soprattutto nell'analisi dei processi mentali suoi ed altrui, viene presto colpito da attacchi di panico violentissimi che causano i suoi primi ricoveri in strutture apposite. Pur brillando per i risultati, si vede costretto a dover interrompere gli studi al college per curarsi e finirà per dipendere a vita da farmaci specifici che saranno, in un certo senso, causa della sua morte prematura, proprio quando, in un eccesso di ottimismo, crede di potervi farne a meno. In mezzo sobbollono le dipendenze dalle droghe e i relativi (e successivi) processi di disintossicazione, i libri, il postmodernismo, Pynchon e DeLillo, il sesso promiscuo vissuto anch'esso come una dipendenza, la scrittura (una dipendenza anch'essa, anche se in certi casi dolorosissima da mettere in pratica, sempre per via del suo perfezionismo maniacale, in special modo da mettere in pratica con metodo e dedizione assoluta), le lettere agli amici scrittori (Franzen e DeLillo su tutti), le amicizie nate nei programmi di disintossicazione, di meditazione o di preghiera, il disconoscimento del postmodernismo come soluzione a cosa e come e, soprattutto, perchè narrare e il riconoscimento dell'ironia postmoderna come il male dei nostri giorni, le collaborazioni con le riviste, il tennis, Infinite jest, il successo ed il senso di colpa che questo porta con sè, la fine dei problemi economici, il distacco ed il silenzio dalla famiglia, la crocifissione della madre identificata come l'origine dei suoi mali, i suoi cani, l'insegnamento cercato, agognato, poi vissuto come limitativo e castrante, e infine nuovamente visto come benefico e rigenerante, l'insegnamento come atto morale e, soprattutto, la parabola di un uomo con un intelletto fuori dal comune che avrebbe avuto tutti i motivi per fuggire da sè stesso e che, al contrario, ha preferito martoriarsi pur di non venire mai meno alla propria autocoscienza, e (poi, in più), all'analisi di questa autocoscienza e delle sue conseguenze. E' un uomo che guarda sè stesso (e già questo fa tremare i polsi alla maggior parte degli esseri umani, quando non li porta direttamente alla follia), che poi si allontana e si guarda guardare sè stesso, che riflette su ogni implicazione possibile di ciò che vede e del suo guardarsi guardare e, non contento, studia a fondo il contesto che circonda il suo primo Io, e poi il secondo, e poi il terzo. Si domanda il perchè l'americano medio si rincitrullisca per almeno sei ore al giorno davanti ad un elettrodomestico come la televisione, e perchè, soprattutto, l'americano medio (verrebbe da dire: l'essere umano medio) predilige i programmi spazzatura, e si chiede come queste sei ore giornaliere influiscano sul modo di pensare e di percepire la realtà, e quale tipo di realtà l'abbia condotto a sentire la necessità di tutte quelle ore di fronte ad uno schermo che mostra (quando più, quando meno) il peggio della natura umana. Si pone domande su un sacco di cose, da quelle apparentemente più banali, come le grandi fiere agricole regionali o il mondo della pornografia, a quelle più insondabili e terribili.
Sempre che esistano risposte univoche e definitive, quelle che ha trovato D.F.W. non dovevano essere delle più incoraggianti.
D.T.Max, ci conduce in un viaggio affascinanate e terribile, del quale è bene rimanere spettatori per non correre il rischio di lasciarci travolgere dal quel vortice che, assieme ad una serie di capolavori che ci ha lasciato a testimonianza di quanto sia complesso e terribile vivere, ha trascinato D.F.W. in un gorgo affascinante e doloroso per lasciarlo infine appeso ad una trave di casa sua, il 12 Settembre 2008. E' una biografia ben scritta, non solo per gli appassionati di D.F.W.
Chi la leggerà, sono quasi certo che comunque lo diventerà (appassionato).
D.T.Max è nato e cresciuto a New York. Dopo essersi laureato a Harvard, ha cominciato la sua attività lavorando per il New York Observer, il New Yorker e in New York Times Magazines.
Il suo libro precedente era un saggio dal titolo The Family that Couldn't Sleep. A Medical Mistery (2007). Attualmente vive in New Jersey.
Qui potete trovare una sua intervista per il sito Archivio David Foster Wallace Italia.
Sempre che esistano risposte univoche e definitive, quelle che ha trovato D.F.W. non dovevano essere delle più incoraggianti.
D.T.Max, ci conduce in un viaggio affascinanate e terribile, del quale è bene rimanere spettatori per non correre il rischio di lasciarci travolgere dal quel vortice che, assieme ad una serie di capolavori che ci ha lasciato a testimonianza di quanto sia complesso e terribile vivere, ha trascinato D.F.W. in un gorgo affascinante e doloroso per lasciarlo infine appeso ad una trave di casa sua, il 12 Settembre 2008. E' una biografia ben scritta, non solo per gli appassionati di D.F.W.
Chi la leggerà, sono quasi certo che comunque lo diventerà (appassionato).
D.T.Max è nato e cresciuto a New York. Dopo essersi laureato a Harvard, ha cominciato la sua attività lavorando per il New York Observer, il New Yorker e in New York Times Magazines.
Il suo libro precedente era un saggio dal titolo The Family that Couldn't Sleep. A Medical Mistery (2007). Attualmente vive in New Jersey.
Qui potete trovare una sua intervista per il sito Archivio David Foster Wallace Italia.
domenica 26 maggio 2013
Il sogno della nocilla, di Agustìn Fernàndez Mallo, Neri Pozza editore
Questo è il primo libro di una trilogia, la cosiddetta trilogia della Nocilla che, immagino, in Italia non vedrà mai la luce. Nel 2006 in Spagna divenne rapidamente un fenomeno: venne identificato come un libro spartiacque: il primo della nuova letteratura. La nuova icona della cultura indie, ma venne anche bollato come pedante, vuoto, pretenzioso e, semplicemente, una stupidaggine supponente (tra l'altro tutte queste definizioni, tratte da articoli e titoli di giornali vengono riportate verso la fine del libro). Perfetto, allora che cos'è? Il demonio o l'acqua santa? Nessuno dei due o, forse, entrambi. La Nocilla è, per farla breve, la Nutella spagnola, nel vero senso della parola: si tratta del prodotto studiato dalla Ferrero appositamente per il mercato iberico e pubblicizzato con lo slogan: Nocilla, que merendilla! (qui trovate anche la canzone che il gruppo punk Siniestro total ha dedicato alla Nocilla). Ovviamente, seguendo il gusto propriamente post moderno nella scelta dei titoli, la narrazione non ha nulla a che vedere con questa merendilla. Il libro nasce dalla lettura da parte dell'autore di un articolo di Charlie LeDuff del 10 Giugno 2004 uscito sul The New York Times, "L'albero generoso", dal verso di Yeats "Tutto è cambiato, profondamente cambiato, è nata una terribile bellezza" e dall'ascolto del brano dei Siniestro total e dal traslamento di certi aspetti della postpoesia in ambito narrativo. Tutto ciò, anche in questo caso, lo specifica l'autore. Ci tiene a specificarlo. E sottolineo il fatto che ci tiene perchè in effetti un certo gusto sfacciatamente intelletuale (o intellettualoide) è parte integrante del progetto Nocilla. Il piacere di stupire, di andare a pescare in ambiti scientifici che parrebbero essere lontani mille miglia dalla narrativa pura e semplice; un fraseggio freddo, anche se a volte riporta un parlato scarno, ci porta in una dimensione tra l'onirico e l'allucinato, in un luogo, lungo la strada più solitaria d'America, nel bel mezzo del deserto del Nevada, da Carson City a Ely, con un bordello al suo inizio e uno alla fine e, nel mezzo il nulla. E nel bel mezzo del nulla, un albero dai cui rami pendono scarpe. Un non luogo che diventa il centro (im)perfetto di un maelstrom narrativo verso il quale diverse narrazioni convergono per poi venirne all'improvviso risputate e gettate verso coordinate spaziali e temporali imprecisate o, in certi casi, addirittura imprecisabili. Personaggi improbabili persi in esistenze (in bolle di esistenza) assurde, raccontaballe, sognatori, puttane, coppie appena sposate che perdono i loro soldi al gioco e si abbandonano nel deserto, disegnatori di tombini, appassionati folli di Borges e della sua opera, un Che Guevara in tarda età, truffatori, viaggiatori occasionali: tutti quanti colti nel loro perdersi, nell'atto stesso del perdersi, mentre la vita scorre su piani che li lambiscono soltanto, sia i personaggi che la narrazione stessa. Mi torna in mente il verso di Jim Morrison: Tutto è in frantumi, e danza. Il mondo che troviamo in questo Sogno della Nocilla è così, in frantumi, disperso in pezzi che vagano in un universo privo di senso, privo di logiche e direzioni, e i personaggi non sono altro che, essi stessi, pezzi inconsapevoli scagliati lontano dalla deflagrazione. I piani temporali sono come assi frantumate: s'interrompono, si rompono; a volte - spesso - sono semplici frammenti che ricordano l'osso scheggiato della scena iniziale di 2001 Odissea nello spazio. I personaggi sono piatti, poetici nella loro insensatezza, nel muoversi involontariamente piegati sotto destini tanto pesanti quanto folli. Ridicoli. In effetti il libro è una sorta di canto poetico in prosa, intervallato da brani di taglio scientifico, a volte riportati con tanto di citazione dell'autore e del testo da cui sono stati estrapolati, altre si tratta, secondo un gusto tutto borgesiano della "finizione verosimile" (leggasi "inganno") di finti testi basati su altri testi reali, ci sono biografie reali e biografie inventate ma oscenamente versomili. L'autore, d'altronde, viene dalla (post)poesia, ed è laureato in Fisica. Quindi, nessuno sa cosa sia in realtà questo Sogno della Nocilla, fatto che per un libro suona incredibilmente simile ad un complimento. E, temo, in Italia non sapremo mai se gli altri due libri che compongono la trilogia possano portare qualche pietra in più a comporre l'edificio della comprensione. Forse questo libro sarà anche (ma non solo) supponente, vacuo, pedante e pretenzioso (d'altronde chi vuole inventarsi una strada nuova non può che essere sostenuto nel suo folle percorso da un qualche grammo almeno di suppponenza), ma in Spagna una pazzia del genere ha trovato un editore abbastanza coraggioso da pubblicarla e, soprattutto, un pubblico (assetato di novità e ansioso di crearsi un qualche nuovo nume letterario) capace di accoglierlo, valorizzarlo e addirittura elevarlo a fenomeno di culto. In Italia è stato tradotto nel 2007 (in Spagna uscì un anno prima) da Neri Pozza, e temo non sia facilmente reperibile. Forse tramite internet o in qualche remainder. E' fortemente consigliato: anche solo per poter parlarne male. Dopo.
Agustìn Fernàndez Mallo nasce nel 1967 a La Coruna (Spagna) e si laurea in Fisica. Pubblica le raccolte poetiche o, per meglio dire postpoetiche Yo siempre regreso a los pezones, Al punto 7 del Tractatus, Creta lateral travelling, Joan Fontaine odìsea (deconstrucciòn) e carne de pìxel. La postpoesia investiga le connessioni tra arte e scienza. In ambito narrativo pubblica Nocilla dream (Candaya 2006), Nocilla experience (Alfaguara 2008) e Nocilla Lab (Alfaguara 2009). Ha riscritto El Hacedor pubblicandolo con Alfaguara nel 2011, con il titolo El Hacedor (de Borges), Remake, suscitando le ire degli eredi del padre della moderna letteratura bonaerense che hanno ottenuto venisse ritirato dagli scaffali delle librerie. La sua letteratura è influenzata tanto da autori strettamente classici (in primis proprio Borges) quanto dai linguaggi mutuati dalla scienza, dal cinema e dalla pubblicità.
Agustìn Fernàndez Mallo nasce nel 1967 a La Coruna (Spagna) e si laurea in Fisica. Pubblica le raccolte poetiche o, per meglio dire postpoetiche Yo siempre regreso a los pezones, Al punto 7 del Tractatus, Creta lateral travelling, Joan Fontaine odìsea (deconstrucciòn) e carne de pìxel. La postpoesia investiga le connessioni tra arte e scienza. In ambito narrativo pubblica Nocilla dream (Candaya 2006), Nocilla experience (Alfaguara 2008) e Nocilla Lab (Alfaguara 2009). Ha riscritto El Hacedor pubblicandolo con Alfaguara nel 2011, con il titolo El Hacedor (de Borges), Remake, suscitando le ire degli eredi del padre della moderna letteratura bonaerense che hanno ottenuto venisse ritirato dagli scaffali delle librerie. La sua letteratura è influenzata tanto da autori strettamente classici (in primis proprio Borges) quanto dai linguaggi mutuati dalla scienza, dal cinema e dalla pubblicità.
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domenica 14 aprile 2013
Una coppia perfetta - i racconti di hap e Leonard, diJoe R. Lansdale, Einaudi Stile Libero
Chi sono Hap e Leonard? Hap e Leonard sono Hap e Leonard, non ci sarebbe da aggiungere molto. Due amici squattrinati che vivono in Texas, e allora perchè due texani senza un soldo nè un lavoro fisso, sono proprio Hap e Leonard? Non so se c'è una risposta, forse no, di solito è meglio non trovarle le risposte, quindi la cosa migliore sarebbe leggere le loro storie e farsi un'idea propria, ma possiamo comunque provarci. Intendo dire a dare una risposta. In un Texas che o è quello che è realmente (e allora è un posto grottesco) o è la caricatura di quello che è realmente (e quindi è cioè che noi ci aspettiamo che sia, vale a dire un posto grottesco), Hap è la quintessenza del fallimento della classe bianca, un perdigiorno, ex hippie, ex universitario senza aver mai conseguito uno straccio di titolo di studio, non sposato, senza figli e senza un lavoro fisso e Leonard è esattamente ciò che un nero (Leonard è nero, non l'avevo ancora detto) non ci si aspetta che sia, soprattutto in Texas: è omosessuale, dichiarato e fiero di esserlo, ma non è nè effeminato e non rispecchia neppure lontanamente il clichè dell'omosessuale tutto mossette e vocine squillanti. In realtà Leonard fa sembrare l'omosessualità come qualcosa di estremamente virile. Ciò che li unisce, oltre l'amicizia cementata negli anni, è una naturale tendenza all'uso della violenza per risolvere i problemi, e un'ottima capacità a metterla in pratica, oltre ad una innata propensione a cacciarsi nei guai. Lansdale viene spesso paragonato a Mark Twain, non so se a ragione o a torto, ma i suoi romanzi su Hap e Leonard ricordano da vicino i film di Bud Spencer e Terence Hill, con un'attenzione ai dialoghi ed all'ironia nel racconto che richiama molto da vicino gran parte del cinema americano d'intrattenimento. Poi, Lansdale, vi ha aggiunto una nota pulp - chiamiamola così per intenderci -, il culto della violenza e del macabro (sempre ben intinto a fondo nell'ironia: Tarantino insegna) ed ha ambientato il tutto in quel Texas che non sappiamo quanto sia reale e quanto un luogo entrato nell'immaginario comune come una terra selvaggia abitata da personaggi rozzi e razzisti. Ecco servito un divertimento assicurato, ben scritto, ottimamente cadenzato (verrebbe da dire sceneggiato), con dialoghi favolosi, sempre giocati sul filo dell'ironia quando non del "non senso", dove, col passare degli anni, i due protagonisti hanno smesso di barcamenarsi da un impiego precario all'altro, per fare del loro passatempo un lavoro a tempo pieno. Non sono investigatori privati, perchè non ne avrebbero nè le capacità nè la pazienza, e non sono neppure consulenti, sono gente che mette le mani in situazioni spinose per risolverle, con le mani appunto. Persone scomparse, figli persi nel sottobosco della droga, ex mariti violenti, bulli da tenere a bada, bande di spacciatori o di motociclisti che mettono a repentaglio il buon vivere di quartieri e cittadine e via discorrendo: questi sono i casi che vengono loro affidati normalmente. Cose (relativamente) semplici per due che sanno menare le mani dannatamente bene, se non fosse che puntualmente i casi si complicano e i due si ritrovano invischiati in faccende più grandi di loro, in mezzo a personaggi più pericolosi di quanto non lo siano loro stessi e, quasi sempre, con un'unica improbabile (e stretta) via per venirne fuori portando a casa la pelle. Questo volume raccoglie tre racconti lunghi (e come tali godibilissimi), di cui uno scritto a quattro mani con Andrew Vachss. Il primo, Le iene, è quello meno riuscito, non perchè non sia ben scritto, ma l'intreccio è troppo simile a quello di altri romanzi della stessa serie. Il secondo, Veil in visita (scritto con Vachss), è una sorta di mini-legal-novel, ovviamente in stile HapLeonardiano e l'ultimo, Una mira perfetta, è quello che ritengo il più riuscito in assoluto (direi anzi che lavorandoci un po' sopra sarebbe divenuto uno splendido romanzo in aggiunta agli altri della serie). Non vi ho parlato di Brett, l'infermiera separata con figlia problematica che convive con Hap e che ne è la sua coscienza e il suo legame col mondo (diciamo così) "normale" (sempre secondo canoni tutti interni alla realtà del romanzo, quindi se vi siete costruiti un'immagine, cancellatela e rimodellatene una su una rossa pin up quarantenne, abile nell'uso delle armi, della lingua - non fraintendete - e con quel minimo di sale in zucca che, in confronto al suo compagno ed al suo amico - all'amico del suo compagno: ergo: Hap, e Leonard -, la fa sembrare un pozzo di buon senso).
Se siete già dei fans delle serie (cosa molto probabile), il libro è da considerarsi imperdibile. Se non lo siete, e deciderete di leggere questo Una coppia perfetta, lo diventerete presto (nel caso tutti i libri della serie sono rintracciabili nella Einaudi Stile Libero, e dovrebbero essere facilmente reperibili, anche solo in libreria).
Joe Lansdale è nato il 28 ottobre 1951 a Gladewater, Texas.
Grande lettore, Lansdale è stato influenzato da Mark Twain, Edgar Rice Burroughs e Jack London, ma anche da scrittori di fantascienza come Ray Bradbury e Fredric Brown. E' un grande appassionato di fumetti, di B-movie e letteratura “pulp” (etichetta con la quale è sbarcato in Italia, paese che lo ha adottato e dove ha una nutrita schiera di fans). Ha svolto diversi lavori dal contadino al buttafuori in locali pubblici, dal bidello all'operaio in fabbrica. Nel gennaio del 1997 aprì una sua scuola di arti marziali, e il Lansdale’s Self-Defense Systems è uno stile riconosciuto a livello internazionale. Ha pubblicato: Una stagione selvaggia (Savage Season, 1990), Einaudi; Mucho Mojo (Mucho Mojo, 1994), Bompiani riedito da Einaudi, Il mambo degli orsi (Two-Bear Mambo, 1995), Einaudi, Bad Chili (Bad Chili, 1997), Einaudi, Rumble Tumble (Rumble Tumble, 1998), Einaudi, Capitani oltraggiosi (Captains Outrageous (2001), Einaudi, Sotto un cielo cremisi (Vanilla ride) (2009), Fanucci, La notte del Drive-In (The Drive-In, 1988), Einaudi; Mondadori Urania n. 1214, Il giorno dei dinosauri (The Drive-In 2, 1989), Einaudi; Mondadori Urania n. 1224, La notte del drive-in 3, La gita per turisti, 2008, Einaudi, Atto d’amore (Act of Love, 1980), La morte ci sfida (Dead in the West, 1983),Il lato oscuro dell'anima (The Nightrunners, 1983), Texas Night Riders (1983), Il carro magico (Magic Wagon, 1986), Freddo a luglio (Cold in July, 1989), L’ultima caccia (The Boar, 1998), Fanucci, Fiamma fredda (Freezer Burn, 1999), I Neri Mondadori n. 1, riedito nel 2007 dalla Fanucci con il titolo “Freddo nell’anima”, Il valzer dell’orrore (Waltz of shadows, 1999, Fanucci), Blood Dance (2000), In fondo alla palude, Fanucci – premio Edgar Award 2001, L’anno dell’uragano (The Big Blow, 2000), Fanucci, Fuoco nella polvere (Zeppelins West, 2001) Fanucci, La sottile linea scura (A Fine Dark Line, 2002), Einaudi, Bubba Ho-Tep (Bubba Ho-Tep, 2003), Addictions-Magenes Editoriale, Tramonto e polvere (Sunset and Sawdust, 2004), Einaudi, Flaming London (2005), Echi perduti (Lost Echoes, 2006), Fanucci, The Shadows Kith and Kin (2007), God of the Razor (2007), La lunga strada della vendetta (Batman: Captured by the Engines), Edizioni BD, La ragazza dal cuore d’acciaio (Leather Maiden, 2007), Fanucci, Laggiù nel profondo (Way Down There, 2007) Edizioni BD, Cielo di Sabbia, Einaudi, eccetera eccetera eccetera.
Allego il link del sito di Joe R. Lansdale: Qui.
Qui invece il link al precedente romanzo di Lansdale recensito in questo blog
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