"E di colpo percepisce in quella dichiarazione una minaccia. Qualcosa che si avvicina dalla parte del mare. Qualcosa che avanza trascinato dalle nubi scure che attraversano invisibili la baia di Acapulco."
Roberto Bolano, (da Ultimi crepuscoli sulla terra; Puttane assassine)

martedì 1 luglio 2014

Il caso Eddy Belleguele, di Edouard Louis, Bompiani editore



Non devi fare così, lo sai che ti vogliamo bene, non devi cercare di salvarti (pag.156): è il padre del protagonista che parla così al figlio che ha appena tentato la sua prima maldestra fuga da casa o, per meglio dire, ha appena finto di tentare la sua prima, maldestra, fuga da casa, facendo sì che il padre potesse seguirlo e ritrovarlo in tutta fretta, prima che la fuga vera e propria potesse concretizzarsi. Il protagonista è Eddy Belleguele (trad: bell'imbusto, spaccone, faccia tosta), che viene rigettato dal microcosmo in cui nasce in quanto effeminato, frocio, femminuccia ed omosessuale e che rigetta il mondo che avrebbe dovuto accoglierlo perchè rozzo, sessista, razzista, ignorante. Ma non solo. Eddy viene rifiutato dalla società del suo paese (dalla cultura del paese che parla attraverso i suoi abitanti) perchè i suoi modi di fare, la sua finezza d'animo, non solo la sua sessualità, ma il suo talento artistico fungono da specchio per la sua famiglia e per le altre persone del paese. Lui non è dei loro, non è come loro, lui è altro da loro se non in tutto e per tutto il loro opposto. Lui è ciò che loro non vogliono essere, in quanto non possono esserlo. Eddy, e questo è il punto, è meglio di loro. Appartiene ad un altro mondo, come nei film di fantascienza dove un virus alieno contamina gli abitanti del villaggio e dei bambini in tutto e per tutto uguali agli altri in realtà si rivelano essere delle entità extraterrestri installatesi all'interno di corpi di esseri umani. In tal senso, questo libro, può essere letto come un libro di fantascienza. Ma non solo, è anche un libro di zombie (o di vampiri, capiamoci, comunque di mostri epidemici). Mi spiego. Tutti i personaggi che compaiono nel libro, tranne Eddy, sono posseduti da qualcosa di più grande di loro che si esprime attraverso i loro corpi, che parla con le loro voci, un'entità senza volto, terribile, un moloch oscuro che tanto più pervade ogni cosa tanto meno è possibile individuarla: la (sub)cultura del posto, una cultura sottoproletaria brutale e primitiva: gli uomini bevono, ruttano, si ammazzano dal lavoro in fabbrica (letteralmente, si ammalano a furia di lavorare e talvolta ne muoiono) , si picchiano, scopano le loro donne e si interessano al calcio ed al catch, e se rimane loro tempo si inebetiscono davanti a programmi spazzatura in tv, sono razzisti ed omofobi. Ignoranti non solo perchè ignorano ma perchè si incaponiscono nell'ignorare, ne vanno fieri, facendone un punto di vanto. Le donne sono pragmatiche, razziste, dolenti, vittime di uomini brutali, hanno sogni che si spezzano verso i quindici anni quando rimangono incinta e cominciano a riempirsi di figli, in un ciclo vitale di stampo animale che si ripete uguale di generazione in generazione, da tempo immemore. Tutto ciò che non rientra in questi canoni è escluso a forza dall'entità che tutti possiede. In questo senso Eddy è come il protagonista del racconto di Matheson Io sono leggenda: è l'unico diverso in un mondo di mostri, ma in quel mondo è lui il mostro e l'unico modo che ha per salvarsi è la fuga. Poi, questo libro, è anche altro: è una sorta di diario, è uno scontro sociale tra un sottoproletariato brutale e brutalizzato dalla società e una borghesia lontana, estetizzata al punto da apparire quasi effemminata o, per meglio dire, efebica. Atene e Sparta, ma che non si combattono neppure più, che si sbirciano a distanza, disprezzandosi, quando non ignorandosi, fingendo l'una l'inesistenza dell'altra. Poi è il romanzo di una famiglia che non ha i mezzi per comprendere il proprio figlio e la sua diversità e che l'unico modo che trova in sè per salvarlo è torturarlo, standardizzarlo alla realtà circostante. E in nuce, a sprazzi, quasi di sfuggita: la fierezza di avere un figlio intelligente che farà strada e, al contempo, il terrore di non poterlo capire, di percepirlo sempre come qualcosa di incomprensibile quando non addirittura illogico: lontano, troppo lontano dai propri (dis)valori. Infine, il libro è anche un racconto biografico. Ma chissenefrega, non è importante. Quello che colpisce in un giovane autore al suo primo romanzo è la padronanza dello stile e del materiale narrativo e, soprattutto, del taglio personalissimo che riesce a dare alla storia: un taglio antropologico. Nessuno viene giudicato. Neppure quell'entità maligna che tutto pervade e tutti possiede. E proprio quella sensazione di una (sub)cultura che parla attraverso gli abitanti (tutti tranne Eddy, che pare sordo alla voce dell'entità) è il fattore più sconvolgente del romanzo, più delle violenze e delle umiliazioni subite dal protagonista, più dell'identità sessuale vissuta come marchio d'infamia, più della consapevolezza che ci viene sbattuta in faccia come uno schiaffo, che quei mondi, che quelle realtà esistono, che piaccia o meno, e non sono per nulla dissimili da realtà identiche di fine ottocento, e che, forse, sono le stesse realtà che esistono dall'inizio del mondo e che quell'entità che parla e possiede gli abitanti della cittadina, forse altro non è che la natura umana.


Édouard Louis, nato Eddy Bellegueule, è cresciuto nella Francia del Nord, regione descritta nel suo primo romanzo, Il caso Eddy Bellegueule.
Proviene da una famiglia della classe operaia: suo padre è disoccupato e la madre non ha mai lavorato. La povertà, il razzismo, l’alcolismo con cui si è confrontato nella sua infanzia e la sua classe sociale sono il punto di partenza della sua opera letteraria.
È il primo della famiglia a concludere gli studi e viene ammesso all’Ens, la Scuola Normale Superiore di Parigi, nel 2011. Nel 2013 ottiene di poter cambiare nome e diventa Édouard Louis.
Nello stesso anno cura l’opera Pierre Bourdieu. L'insoumission en héritage, pubblicata da Presses universitaires de France (PUF), in cui viene analizzata l’influenza di Bourdieu sul pensiero filosofico e sulle politiche dell’emancipazione. Presso lo stesso editore Louis crea, nel marzo 2014, la collana di scienze umane “Des mots”, dove comincia a pubblicare testi di George Didi Hiberman e Didier Eribon.
Nel gennaio 2014, all’età di 21 anni, pubblica Il caso Eddy Bellegueule, un romanzo di forte matrice autobiografica. A lungo recensito dai giornali, che ne hanno sottolineato le qualità, il libro ha anche alimentato molte polemiche, in particolare per il ritratto che l’autore fa della sua famiglia e del contesto sociale in cui è cresciuto. Il libro ha venduto oltre 200.000 copie in pochi mesi ed è in corso di traduzione in una ventina di lingue. Didier Eribon parla di un “exploit” a proposito del libro, “Le Monde” lo celebra come “la storia di un fallimento salutare”, Xavier Dolan evoca “l’autenticità inimitabile dei dialoghi”, “come se Édouard Louis scrivesse da sempre”, aggiunge.

giovedì 22 maggio 2014

Quitaly, di Quit the Doner, Indiana Editore

 Normalmente su questo blog vengono postate recensioni di narrativa; quel poco di saggistica che è apparso era legato a scrittori e/o artisti (sostanzialmente, se non ricordo male, si trattava di biografie o libri intervista). Poi ho letto questo Quitaly, e in questo caso faccio (volentieri) un'eccezione, per due motivi. Il primo: mi è piaciuto davvero tanto, e spero che più gente possibile abbia l'opportunità di leggerlo. Secondo: non sono così convinto che non si tratti di letteratura. Sicuramente siamo di fronte ad un'ottima scrittura, nonchè ad un ottimo uso della scrittura. Se devo mettere insieme un pugno di riferimenti cui accostare questo libro, mi vengono in mente: il giornalismo letterario latinoamericano, Hunter Thompson e i reportage di David Foster Wallace. Giusto per rendere l'idea. Che si tratti di feste vip romane, di quartieri rossi a Bologna, di fiere off del design, del Lucca comics, dell'ultimo raduno degli irriducibili fan di Berlusconi, della discesa degli alpini a Piacenza, dell'analisi del fenomeno settario del grillismo o di altro, Quit the Doner riesce in un miracolo che è di pochi: unisce un'analisi approfondita (non seria, o non fintamente profonda, non aforistica, o facilmente tagliente ma vuota) e documentata con un'ironia e, soprattutto, un'autoironia che sulla pagina scritta non è esattemente facilissimo riportare. In più mette insieme un po' di autofiction (che come tale è sempre presunta, ma nel suo caso, a sensazione, mi pare quasi sempre reale) e un pizzico di giornalismo gonzo. Rispetto al padre del Gonzo Journalism, il leggendario Hunter Thompson, la parte goliardica ed estrema è molto ridimensionata, quasi un vezzo, un modo per strizzare l'occhio al lettore e cercarne la complicità, ma la parte di analisi del fenomeno oggetto d'analisi è, al contrario di Thompson, molto più approfondita o, per meglio dire, pare esserlo in maniera più tecnica, come se l'autore non si affidasse solo al suo istinto ed alla sua intelligenza critica (come Thompson appunto) ma sapesse sempre di cosa parla. Nel senso: come se fosse sempre addentro all'argomento trattato. E questo è dovuto sicuramente all'esperienza sul campo, ad un serio lavoro di documentazione, all'intelligenza ed all'istinto di cui sopra, ma anche, a parer mio, ad una base di conoscenze delle scienze sociali di stampo quantomeno universitario (psicologia? filosofia? sociologia?). L'impressione è di cominciare a leggere il diario di un simpatico cazzeggiatore (e forse anche un po' cazzaro, verrebbe da pensare) per poi ritrovarsi nel bel mezzo di un trattato di sociologia o di dinamiche psicologiche di massa o di qualcosa di molto simile, per poi scoprirsi - mentre ci si riscopre a ripetersi in testa: "E' proprio quello che ho sempre pensato io, allora non sono solo! Certo però lui le dice meglio..." - a ridere per un'iperbole, una battuta, un giro di parole che, miracolo, non hanno nulla di forzato, ma sembrano realmente pronunciate nel mezzo di un discorso tra amici la sera davanti ad un bicchiere di qualcosa che può andare dal chinotto al whisky.
  Quindi, a Foster Wallace, al Giornalismo Letterario Latinoamericano e ad Hunter Thompson, aggiungo un altro riferimento: Woody Allen.
  Nell'ultimo non-pezzo giornalistico (nell'ultimo racconto insomma, ma che è anche l'unico, e che fa da cappello a tutto il resto e in una certa misura ne illustra la filosofia, o almeno una parte di essa) l'autore gioca sull'accostamento che evidentemente molti hanno fatto con Foster Wallace. Alla fine sembra di capire che lo consideri un autore terribilmente sopravvalutato e quindi ne prenda le distanze. Non so se lo sia, sopravvalutato, Foster Wallace, sicuramente è pretenzioso e complicato, ama gli orpelli e i bizantinismi, ed è cervellotico all'inverosimile però, tralasciando il giudizio sulla narrativa, è un saggista-reporter insuperabile, e in questo, piaccia o meno all'autore, Quit the Doner è indubbiamente molto simile all'americano, sopravvalutato o meno che sia.
  Un'ultima annotazione: la copertina. Se piace Gipi (e a che non piace Gipi, adesso?), ovviamente vi piacerà anche la copertina, ma non è solo questo. Cattura perfettamente una delle caratteristiche della scrittura di Quit the Doner: se da una parte entra e vive i suoi reportage, dall'altra riesce al contempo a mantenere uno sguardo aereo, superiore, dell'occhio esterno che fissa dentro un'acquario e lo studia: uno sguardo un po' alla Kurt Vonnegut.
  Dicevo, forse non è letteratura, ma comunque non ne sono sicuro. Ma avevo una voglia matta di consigliarlo.

Un appunto all'editore: oltre ai complimenti per aver pubblicato un autore di sicuro valore, un'attenzione maggiore ai refusi (non so perchè ma mi pare soprattutto negli ultimi pezzi) renderebbe più piacevole la lettura (che già di per sè lo è.

 Quit the Doner (1982) nasce in una laboriosa cittadina del nord Italia famosa per il suo motto: << Non c'è un cazzo da ridere, questa è una laboriosa cittadina del Nord Italia >>. Si trasferisce giovanissimo a New York dove diventa famoso con lo pseudonimo di Notorius B.I.G. Stufo del successo e delle grupie, inscena la sua morte e si trasferisce a Parigi, dove assume la cattedra << Gattini virali via internet >> al Collége de France. Attualmente vive tra Londra e Instanbul, quindi a Bologna. Inviato e analista per Linkiesta, scrive a cottimo per Vice. Il suo sito è Quitthedoner.com.
Quit The Doner (1982) nasce in una laboriosa cittadina del nord Italia famosa per il suo motto: «Non c’è un cazzo da ridere, questa è una laboriosa cittadina del nord Italia». Si trasferisce giovanissimo a New York dove diventa famoso con lo pseudonimo di Notorious B.I.G. Stufo del successo e delle groupie, inscena la propria morte e si trasferisce a Parigi, dove assume la cattedra di «Gattini virali su internet» al Collège de France. Attualmente vive tra Londra e Istanbul, quindi a Bologna. Inviato e analista per «Linkiesta», scrive anche a cottimo per «Vice». - See more at: http://www.indianaeditore.com/collane/quitaly/#sthash.uHctRfue.dpuf
Quit The Doner (1982) nasce in una laboriosa cittadina del nord Italia famosa per il suo motto: «Non c’è un cazzo da ridere, questa è una laboriosa cittadina del nord Italia». Si trasferisce giovanissimo a New York dove diventa famoso con lo pseudonimo di Notorious B.I.G. Stufo del successo e delle groupie, inscena la propria morte e si trasferisce a Parigi, dove assume la cattedra di «Gattini virali su internet» al Collège de France. Attualmente vive tra Londra e Istanbul, quindi a Bologna. Inviato e analista per «Linkiesta», scrive anche a cottimo per «Vice». - See more at: http://www.indianaeditore.com/collane/quitaly/#sthash.uHctRfue.dpuf
Quit The Doner (1982) nasce in una laboriosa cittadina del nord Italia famosa per il suo motto: «Non c’è un cazzo da ridere, questa è una laboriosa cittadina del nord Italia». Si trasferisce giovanissimo a New York dove diventa famoso con lo pseudonimo di Notorious B.I.G. Stufo del successo e delle groupie, inscena la propria morte e si trasferisce a Parigi, dove assume la cattedra di «Gattini virali su internet» al Collège de France. Attualmente vive tra Londra e Istanbul, quindi a Bologna. Inviato e analista per «Linkiesta», scrive anche a cottimo per «Vice». - See more at: http://www.indianaeditore.com/collane/quitaly/#sthash.uHctRfue.dpuf
Quit The Doner (1982) nasce in una laboriosa cittadina del nord Italia famosa per il suo motto: «Non c’è un cazzo da ridere, questa è una laboriosa cittadina del nord Italia». Si trasferisce giovanissimo a New York dove diventa famoso con lo pseudonimo di Notorious B.I.G. Stufo del successo e delle groupie, inscena la propria morte e si trasferisce a Parigi, dove assume la cattedra di «Gattini virali su internet» al Collège de France. Attualmente vive tra Londra e Istanbul, quindi a Bologna. Inviato e analista per «Linkiesta», scrive anche a cottimo per «Vice». - See more at: http://www.indianaeditore.com/collane/quitaly/#sthash.uHctRfue.dpuf

mercoledì 14 maggio 2014

Le battaglie nel deserto, di José Emilio Pacheco, La Nuova Frontiera edizioni

  Pacheco ha una qualità rarissima in uno scrittore, quasi prodigiosa: riesce ad amalgamare nella sua scrittura due caratteristiche che normalmente stanno tra loro agli antipodi: realismo e fantastico. Ha uno stile leggero e preciso che è talmente lieve da non sembrare neppure elegante, pur essendolo. Questo Le battaglie nel deserto è un romanzo breve (o, come sempre si precisa in questi casi, un racconto lungo) e mai come in questo caso è corretta la definizione di gemma, o gioiello o chiamatelo come diavolo vi pare, ma questo libro è relamente un breve (non piccolo) capolavoro. Comincia come un libro di memorie, ("Mi ricordo, non mi ricordo: che anno era? C'erano già i supermercati ma non la televisione, solo la radio;..") con la levità che è propria di Pacheco e che, però, non sfuma nel racconto trasognato, ma rimane ben ancorato al senso della realtà: seguiamo un lungo elenco di programmi televisivi, personaggi e prodotti (""Le avventure di Carlos Lacroix, Tarzan, Il cavaliere solitario, La legione dei Nottambuli, I ragazzini saputelli, Leggende delle strade di Città del Messico, Panseco, Il dottor I. Q., La dottoressa Corazòn dalla sua Clinica delle Anime, ecc.), poi lo zoom scende a mostrarci Carlos e la sua famiglia, e subito si ampia nuovamente l'orizzonte e veniamo messi a conoscenza della situazione politica del paese, del presidente (Miguel Alemàn) e infine la storia comincia a ruotare con insistenza attorno a Carlos, alla sua famiglia ed alla scuola. Scuola e compagni di classe. Scuola e battaglie nel deserto (i giochi "bellici" della ricreazione nel cortile interno): arabi contro israeliani. Le piccole grandi cattiverie tra i compagni (il branco) e i pochi diversi presi a capri espiatori delle frustrazioni proprie di quell'età in bilico tra infanzia ed adolescenza che le disugugaglianze sociali e l'humus colturale non facevano altro che favorire. Passiamo in rassegna alcuni compagni di Carlos, chi vittima chi carnefice, ognuno portatore di un tipo sociale particolare, l'indio, l'immigrato, il povero, il ricco: attraverso i compagni di classe vediamo il Messico di quegli anni. Così come vediamo attraverso la famiglia un'altra parte della storia del paese dell'epoca: i cristeros e i movimenti che li hanno seguiti, l'eco delle rivoluzioni e controrivoluzioni che hanno caratterizzato la storia del neonato Messico, la corruzione mascherata ipocritamente da "buona politica", la prima classe dirigente di laureati, l'assorbimento "per moda" della cultura e dei prodotti yankees, il mercato locale soffocato dall'espansione di quello nordamericano e via discorrendo. La famiglia tipica messicana: padre assente perso nei suoi progetti destinati al fallimento, la madre bigotta, casa e chiesa, quattro figli sul perenne baratro di qualcosa che non è mai ben chiaro (come non lo è, effettivamente, mai, in qualsiasi epoca, per qualsiasi generazione) cosa sia, se una guerra, la perdizione, la delinquenza, un fidanzato alcolizzato, gli Usa o, semplicemente, il futuro. Poi, a seguire un precedente amico, arriva Jim. Con Jim, e le sue storie sul padre assente, sempre in viaggio a servizio del paese al fianco del presidente, entra nella vita di Carlos Mariana, la madre di Jim. Un pomeriggio a casa di Jim, e all'improvviso esplode qualcosa nella testa, nel cuore e/o nelle vene di Carlos. Il primo innamoramento. Un amore puro, innocente, che ancora non sà di sesso nè di altro. Solo quel nome che gli rimbomba in testa, Mariana. Quella voglia insopprimibile fino a diventare necessità vera e propria di vederla, Mariana. Fino a scappare da scuola per andare da lei e confessarle tutto. E poi, il capitombolo: la realtà esterna che entra in collisione con i suoi sentimenti. La società che si ribella, lo condanna, cerca parole e modi per definirlo, per dare un nome a quel morbo che deve aver infettato Carlos: o è opera del demonio (versione della madre bigotta, sostenitrice a suo tempo dei cristeros) o della malattia mentale (versione del padre, più pragmatico, se così vogliamo intenderlo, ma comunque incapace di comprendere la semplice realtà). Carlos si troverà sballottato da una versione all'altra, come un pacco che nessuno vuole davvero aprire per scoprire cosa contenga, guarderà il mondo che lo circonda e si prepara a riceverlo, con occhi allucinati, impossibilitato a comprendere il perchè di tutto quel caos, le confessioni, gli psicologi, le condanne morali, il cambio di scuola. Accade di tutto, ma sempre, ai suoi occhi, senza un vero perchè. Ma l'unico vero peccato non è forse l'odio, si domanda, e lui, in quel momento, non sta forse amando un'altra persona? Dov'è il male? Dove sta il problema? Come sempre in Pacheco, la soluzione scivola nell'incomprensibile. In 82 pagine Pacheco disseziona un'intera società e un'epoca, senza tralasciare morale comune, politica e religiosa, raccontando una storia semplice ai limiti del banale, ma che banale non suona mai, che scivola inevitabilmente nella tragedia, ma senza mai assumere i toni cupi che ci si potrebbe aspettare. Nel contempo non ci troviamo di fronte ad un favola tipo Yuri Herrera (per fortuna!). Pacheco è Pacheco, è altro. Uno scrittore di enorme valore, un grande autore della ricchissima letteratura latinoamericana che meriterebbe (e qui mi ripeto rispetto alla precedente recensione su questo blog de Il Vento distante) la traduzione completa della sua opera o, per essere più precisi, lo meriteremmo noi lettori.

José Emilio Pacheco (1939-2014) è stato un poeta, saggista e narratore messicano tra i più noti e amati. Ha pubblicato circa trenta libri di poesia, e selezionatissime opere di narrativa, che gli hanno valso i maggiori riconoscimenti letterari, fra cui il premio Cervantes nel 2009.
  In Italia è uscito Il vento distante, presso Sur Editore editore, La poesia nella speranza, presso Bulzoni

lunedì 12 maggio 2014

La vita umana sul pianeta terra, di Giuseppe Genna, Mondadori editore


  A vederlo, nella foto in copertina sono sicuro che la maggior parte dei lettori non è in grado di riconoscerlo. Io, in libreria, non l'ho riconosciuto. Ho visto il libro, registrato involontariamente il volto anonimo in un bianco e nero sgranato e sono passato oltre. Solo in un secondo momento mi sono reso conto del nome dell'autore, Genna, uno dei miei favoriti, ed è stato allora che mi sono soffermato a leggere la quarta di copertina e ho dato un nome a quel volto, banale, a grana grossa. A quasi settant'anni dalla morte, il volto di Hitler lo riconoscono tutti, anche i bambini, Anders Behring Breivik, dopo aver ucciso a sangue freddo, guardandoli in faccia, 69 ragazzi tra i 14 ed i 20 anni, sull'isola di Utoya, e aver causato la morte di altre 8 persone nell'esplosione di un'autobomba nei pressi dei palazzi del governo, in centro, ad Oslo, il 22 di Luglio del 2011, è come se fosse evaporato dall'immaginario collettivo, di più, come se fosse svanito a sè stesso, agli occhi del mondo, dalla coscienza stessa che il mondo porta con sè. Eppure ha causato 77 morti in un solo giorno, ha pianificato negli anni l'azione, ha studiato le modalità degli attentati di Al Qaeda e ne ha riprodotto le tecniche e le strategie, ha raccimolato, perso e nuovamente messo insieme una quantità ingente di denaro per procurarsi armi ed esplosivi, è entrato in contatto con nazisti deliranti in tutto il mondo, ha scritto un memoriale di oltre 1500 pagine per lasciare traccia del suo (non) pensiero. Era certo di morire nell'attentato, portando a compimento quella che si era scelto come missione, non credeva di sopravvivere per raccontarlo. Sapeva che l'avrebbero ammazzato, ma così non è stato. Ora, il suo stesso esserci ancora, non è altro che semplice testimonianza di sè stesso, di quel 22 Luglio e di tutto il resto dei suoi giorni che non contano nulla. Ma proprio il sopravvivere a sè stesso ci consegna quello che Genna (trinità del noir internazionale: Ellroy, Peace, e Genna appunto) riconosce (quasi per istinto più che per deduzione razionale) come un enorme vuoto, un male che s'incarna nell'assenza di altro (come Hitler, appunto: l'Hitler di Genna, una non persona, un vuoto, e così Breivik, una non persona). Non esistono nella biografia di Breivik episodi che originino la sua follia, soltanto casi nei quali si è potuto intravvedere la sua mancanza di "essere". Il male, ci dice Genna, il male con la maiuscola, Il Male, quello che il cristianesimo incarna nel demonio, in realtà non è altro che vuoto, assenza, uno spazio bianco dove l'esistenza non riesce ad incidere il proprio passaggio. Un vuoto che ha qualcosa di siderale, che rimanda agli scorci (ampli) del racconto di fantascienza che contrappuntava il Dies Irae, un male che non è solo terrestre, che giunge da lontano, ma non come virus caduto sulla terra da altri mondi, è un male che, in quanto vuoto, racchiude sè stesso in un abbraccio che forse non perdona, ma tutto comprende e tutto divora, e digerisce. L'autofiction caratteristica di molti lavori di Genna qui funge da stampella, un po' è racconto di Genna stesso che si inocula nel vortice nero della vicenda Breivik, lo studia, a distanza, lo segue, lo "annusa" fino a sfociare in un viaggio in una Norvegia che è un'oltretomba gelida  più che un paese vero e proprio, e un po' funge da sguardo radente sulle miserie umane, sui corpi in disfacimento, sugli squarci di realtà putrefatta dove si aggirano i relitti tanto della società quanto del genere umano. I delitti del Kebab, in Germania, i tossici nelle periferie milanesi, tutte italiane, i componenti sinistri ed allucinati di una internazionale nera che non ha bisogno di altri riconoscimenti se non i gangli digitali che connettono, comunicano, creano un network che è un enorme cervello, un contenitore "pieno di vuoto", un "non contenitore", un acquario muto dove galleggia anche Andres Behring Breivik, che il 22 Luglio 2011 deve assumere droghe per vincere la paura, che ha bisogno della musica nelle orecchie, sparata nelle cuffie, per non sentire il silenzio esploso che si ritrova non per forza in testa, ma da qualche parte dentro di sè. Genna compone un romanzo che non è una detection, e non è, in questo senso, un romanzo d'inchiesta, e forse ha anche poco di autofiction (ma è una sensazione, questa, e pertanto prendetela come tale), forse si tratta di una riflessione sul Male portata avanti "a la Genna". Sicuramente, per quanto la scrittura di Genna sia totalmente letteraria, si tratta di uno sguardo, un occhio che ci osserva dal gelo dell'universo, dal suolo di Marte e più in là, al largo dei bastioni di Orione, oltre le porte di Tannahuser, forse è l'occhio rosso e disperatamente inumano di Hal 9000 che, inespressivo, morto, bovino quanto quello di Breivik, tutto vede e tutto ingloba, tutto abbraccia.

  Qui di seguito, stralci del brano Il mondo visto dallo spazio, dei Delta V che, ovviamente non ha nulla a che vedere con La vita umana sul pianeta Terra, ma che rende l'idea, credo, di quel senso metafisico indecifrabile che sempre sottende i libri di Genna:


                                 ... il mondo visto dallo spazio e' solo un'illusione / un punto poco fermo in preda alla sua rotazione / e' il sogno di un illuso che non si e' piu' risvegliato / e noi fantasmi non crediamo che al nostro passato / ... qui non rimane piu' niente da chiedere, non sento / piu' quelle frasi che devo risolvere / la vita vista dallo spazio perde ogni ragione / e' il pianto di un bambino solo senza protezione / e' scudo alzato a riparare i colpi del destino ...

* (aggiungo QUI il link alla pagina del sito di Giuseppe Genna, dove abbiamo avuto l'onore di essere ospitati. Inoltre, in fondo al post, il commento dell'autore a questa recensione: è superfluo sottolineare che ricevere l'attenzione e i complimenti dell'autore del libro recensito è sempre una sensazione più che vagamente inebriante. Se poi, lo scrittore in questione è uno dei tuoi favoriti e si chiama Giuseppe Genna, allora si rischia l'infarto o, in alternativa, di montarsi la testa. Sperando di evitare entrambi i rischi, ringrazio calorosamente Giuseppe Genna per l'attenzione che ha posto verso questo blog. Speriamo vivamente di averlo ancora tra i nostri visitatori.)



Giuseppe Genna è nato il giorno, l'ora e il minuto dell'esplosione della bomba a Piazza Fontana. Giuseppe, il primo nome, e Carlo, il secondo, gli sono stati assegnati in onore di Stalin e Marx. Ha trascorso l'adolescenza in una sezione di zona del Pci, e la prima giovinezza in compagnia della destra radicale. E' stato redattore della rivista "Poesia", ha lavorato a Montecitorio nel '95 studiando gli atti della Commissione P2, ed ha creato e diretto il sito dei libri Mondadori.
l suo sito è Giugenna
Ha pubblicato : Catrame (serie noir, Arnoldo Mondadori Editore, 1999), Nel nome di Ishmael (Mondadori, 2001, finalista al Prix Méditerranée svoltosi in Francia), Assalto a un tempo devastato e vile (peQuod, 2001; ristampato da Mondadori nel 2002 e in versione estesa da Minimum Fax nel 2010), Forget domani. Racconti dell'italian lounge (Pequod, 2002, in collaborazione con Igino Domanin), Non toccare la pelle del drago (Mondadori, 2003), I Demoni (Pequod, 2003, in collaborazione con Michele Monina e Ferruccio Parazzoli), Grande Madre Rossa (Mondadori, 2004), Il caso Battisti (con Valerio Evangelisti e Wu Ming 1, Nda 2004), L'anno luce (Marco Tropea, 2005), Costantino e l'impero (Marco Tropea, 2005, in collaborazione con Michele Monina), Dies Irae (Rizzoli, 2006), Medium (online, 2007), Hitler (Mondadori, 2008), Italia De Profundis (minimum fax, 2008), Le teste (Strade Blu, Arnoldo Mondadori Editore, 2009), Discorso fatto agli uomini dalla specie impermanente dei cammelli polari (duepunti, 2010), Fine Impero (minimum fax, 2013)
  E' fiero di annoverare come amici più cari disoccupati, ex terroristi, anziani ed etilisti

giovedì 8 maggio 2014

La divina, di Sergio Pitol, Sur editore

  La "divina" è Marietta Karapetiz, intellettuale e antropologa, erede del lascito culturale del defunto marito, a sua volta antropologo di culto di fama mondiale. "Divina" in un senso che difficilmente può essere colto in tutto il suo significato se non una volta giunti alla fine (scatologica) del libro. La Karapetiz, donna affascinante, dal carattere indubitabilmente turbato, di nazionalità incerta, ex massaggiatrice, che intrattiene un rapporto al limite dell'incestuoso col fratello Sasha, è l'incarnazione del dionisiaco nel reale (nel reale letterario, ovviamente, e nel reale letterario di questo libro in particolare, ancora più ovviamente): è l'incarnazione della mente quando, al massimo del suo sforzo di comprensione della natura umana, scivola nel delirio degli istinti, dei sensi e delle aberrazioni da cui inevitabilmente questi sono accompagnati. Dioniso appunto. Il lato oscuro dell'afflato verso il divino. La trascendenza che porta all'abbattimento di ogni regola e tabù. Dante C. de la Estrella è il narratore di tutta quanta la storia (anche se, come specificherò dopo, è da subito incasellato dallo scrittore nel ruolo evidente - ed evidenziato dall'autore - di personaggio, anzi, a dirla tutta, di personaggio che altro non è che la maschera di una persona reale, conosciuta dallo scrittore stesso): si trova in casa della famiglia Millares quando all'esterno si scatena un temporale che non gli permette di andarsene, e a quel punto un istinto insopprimibile quanto bislacco (quando non involontariamente comico e patetico) lo possiede e lo porta a raccontare un episodio chiave della sua giovinezza: un viaggio ad Instanbul. Viaggia come ospite di un amico e della di lui sorella (una sorta di ebete, almeno agli occhi del narratore) alla volta della capitale turca per incontrare appunto Marietta Karapetiz, figura idealizzata nei racconti dell'amico allo strenuo di una vera e propria guru dell'antropolgia, nonchè una donna dal fascino inesausto e selvatico. Tutto il libro è la ricostruzione, filtrata dal ricordo e dalla ferita che quell'episodio ha inscritto nella psiche e nella vita di Dante C. de la Estrella. In pratica, l'umano che incontra il dionisiaco o, per essere più precisi, la tipologia dell'essere umano medio (volgare, egoista, tirchio, rozzo, grossolano, ma che vede sè stesso come il suo esatto contrario, ossia un esempio di virtù assortite) con il dionisiaco appunto: la sottigliezza d'intelletto, la cultura, la follia, l'imprevidebilità, la mancanza di freni e via discorrendo. Ma Dante C. dela Estrella altri non è se non Pepe il rozzo (Josè Rosas) vecchio compagno di università dello scrittore (presumibilmente Pitol stesso) , persona dalla grigia banalità ma che, nella sua passione che sfocia nell'idolatria nei confronti di Dante Alighieri e della sua opera, vede riflesso sè stesso come in uno specchio piacevolmente deformante. Nel primo capitolo Pitol si lancia in una meta narrazione in cui narra di uno scrittore che decide a mente fredda di cosa tratterà il suo prossimo libro e quali personaggi lo abiteranno. Tre saranno i capisaldi nonchè le linee narrative del libro dello scrittore: il tema della festa (in senso dionisiaco ed antropologico) incarnato nel personaggio di Marietta Karapetiz, l'idolatria letteraria che nel libro vedrà Gogol sostituire Dante Alighieri e la tipologia umana di cui sopra, perfettamente inscritta nei panni di Dante C. de la Estrella, clone di Josè Rosas, alias Pepe il rozzo. Chiuso il primo capitolo, comincia il libro che lo scrittore ha appena pianificato sotto i nostri occhi. In effetti, strutturalmente non si può definire un libro nè semplice nè tantomeno lineare, e la narrazione che prende il via dal secondo capitolo (il libro dello scrittore) complica vieppiù le cose. Abbiamo un narratore terzo (lo scrittore, forse sovrapponibile a Pitol) che racconta di Dante C. de la Estrella a casa dei Millares che, a sua volta, racconta del suo viaggio ad Instabul. All'interno del racconto del viaggio, di volta in volta, i vari personaggi parlano in prima persona (divenendo a loro volta narratori) all'interno dei ricordi in terza persona di Dante C. de la Estrella. Riassumiamo il tutto: ci troviamo di fronte almeno a tre livelli di narratori: il primo, lo scrittore, il secondo, Dante C. de la Estrella, il terzo, i suoi compagni di viaggio, Rodrigo e Ramona Vives, Marietta Karapetiz, il fratello Sasha ecc. I piani sono dinque tre, a meno che non si voglia considerare che scrittore ed autore non siano sovrapponibili ma siano due narratori distinti, ed a questo punto, i piani diventano quattro, strutturati come segue: un primo capitolo "didattico-metanarrativo" in cui lo scrittore ( il presunto Pitol, ma che potrebbe non essere Pitol) ci spiega il senso di quanto seguirà, la narrazione successiva (il libro dello scrittore) che vede un narratore terzo (lo scrittore appunto) che fa parlare in prima persona il narratore in seconda (Dante C de la Estrella) all'interno del cui racconto i personaggi parlano a loro volta in prima persona. Un discreto casino. Io so che tu sai che lui sa. Anzi, io dico che lui dice che quell'altro ha detto. Una cosa del genere. L'impressione personale di chi recensisce è che il primo capitolo sia stato scritto per ultimo, al fine di fungere da bussola in un dedalo che è, anche se non soprattutto, un fine esercizio di stile e una dimostrazione di perfetta gestione delle strutture narrative. Il materiale narrativo è, nelle mani di Pitol, una matassa esplosiva di storie e intrecci, balbettii e passaggi di parola da un personaggio all'altro, e la maestria dell'autore sta proprio nella capacità di saper domare fino all'ultimo la materia che pare, da un momento all'altro, sfuggirgli dal controllo e deflagrare in una cazzata tremenda. Un magnifico esercizio di stile e di polso saldo che però sfocia, di tanto in tanto, nella noia e soprattutto nella prolissità che è il limite più grave del romanzo, perchè è proprio nella prolissità che si scorge la fatica di Pitol nel gestire il suo intreccio e la volontà logorroica del suo protagonista. Si ha un po' l'impressione di essere spettatori a naso in sù di un acrobata che cammina su un filo sospeso a diversi metri da terra: la tensione in noi spettatori rimane viva fino a quando non ci si rende conto che la lentezza dei movimenti dell'artista gli permetterà sicuramente di portare a termine la sua camminata. A quel punto, soltanto una caduta, potrebbe svegliarci dall'ipnotico torpore dello spettacolo cui stiamo assistendo. Eppure è spettacolo.

Sergio Pitol (1933) è uno dei principali scrittori messicani viventi. Sin dagli inizi ha affiancato all'attività letteraria la carriera diplomatica e l'attività di traduttore (Austen, Vittorini e Conrad tra gli altri). Dal suo esordio nel 1959 ha pubblicato venticinque opere di narrativa. In Italia sono stati tradotti: La vita coniugale e Il valzer di Mefisto, entrambi per Sellerio

martedì 29 aprile 2014

Il vento distante, di José Emilio Pacheco, Sur editore

  Quattordici racconti eleganti che della loro eleganza, in fondo, se ne fottono, che vanno a scavare in certe zone oscure, o fragili, che normalmente non immaginiamo neppure esistano. Questa cosa che fa la letteratura, questo farci scoprire degli anfratti di senso in posti dove noi poveri mortali neppure immaginavamo ci fossero i posti, di questa cosa José Emilio Pacheco (finissimo autore messicano morto nel 2014) è un maestro assoluto. E' un maestro, Pacheco, nel fregarci con l'eleganza apparente del suo stile (stile fintamente classico, eleganza apparentemente classica, stile realmente elegante). Prima di avere il tempo di rendercene conto, mentre ci stiamo ancora domandando di cosa diavolo parli un certo racconto e dove mai vorrà andare a parare,  cominciamo a seguirlo, e solo dopo un po' percepiamo la sua mano salda che stringe la nostra e ci conduce. Ma dove, ci conduce? In quali luoghi, in quali anfratti? E cosa sono questi posti? E gli anfratti? Non lo so, non del tutto, ma ci provo. A volte, sono cambi di prospettiva, slittamenti di senso o punti di vista che si storpiano: Qualcosa nell'oscurità, ad esempio, uno degli ultimi racconti, dove una coppia di latinoamericani (lo deduciamo noi, ma è così) si trasferisce in un quartiere perfetto, silenzioso e asettico e viene presa di mira dalla comunità degli abitanti locali che interpretano ogni loro comportamento come strano, inquietante e, alla fine, inaccettabile. Intollerabile, la diversità diventa intollerabile, e l'attenzione da parte dei nuovi arrivati a non essere invadenti si trasforma automaticamente in una prova dell'accusa. Qualcosa nell'oscurità è un finto racconto di fantasmi (anzi, scendiamo nel sottogenere: casa stregata), un racconto di paura che, giunto all'acme dell'ansia (ansia rispetto ad un pericolo percepito ma non compreso) narrata dalla voce dei nuovi arrivati, scarta improvvisamente in un'analisi fredda e delirante vista dagli occhi degli abitanti locali, organizzati in setta. Da notare che l'incipit è in qualche maniera intuibile che diventi automaticamente anche la chiusura del racconto, come ne L'inquilino del terzo piano, storia con la quale ha molto da condividere, ma al contrario del libro di Roland Topor, qui Pacheco lascia aperto il finale, anzi, non lo abbozza neppure. In Gerico un uomo fa strage di formiche, vede sè stesso come un dio onnipotente e crudele che decide della vita e della morte e delle sofferenze di altri esseri viventi e nel giro di una riga, all'improvviso, diviene lo spettatore impotente della distruzione della propria città, scivolato d'un tratto nel ruolo scomodo e patetico di formica. Pacheco su questo limitare si ferma, non porta i suoi protagonisti a far tesoro delle lezioni che una realtà incomprensibile impone loro, ma lascia le loro reazioni in sospeso: da qui il senso di nostalgia che pervade ogni racconto e (quasi) ogni frase della sua scrittura. Ne Il parco profondo, un bambino, cresciuto con la nonna, deve portare l'odiata gatta dal veterinario per farla sopprimere ma, traviato da un amico, decide di ucciderla nel parco e tenersi i soldi destinati alla parcella del veterinario. Come in questo racconto, spesso gli animali fanno da specchio o da contraltare ai protagonisti umani: vengono uccisi, vengono esibiti ingabbiati per il diletto degli umani, sembrano essere alla mercè dei loro capricci, ma proprio questo loro essere impotenti nelle mani di esseri sadici e/o insensibili, li porta a divenire nel giro di poche o pochissime righe, a volte di qualche parola, il negativo del destino di quegli stessi uomini che li angariano. L'animale è, per Pacheco, l'altra faccia della natura umana, quella migliore, quella innocente ed impotente, quella che la parte oscura dell'animo umano sacrifica sull'altare dei propri desideri malsani (malsani, ma non pensate a nulla di diabolico, il male per Pacheco è qualcosa di quotidiano, umano o paraumano, ha una sua normalità tutt'altro che agghiacciante, quasi rassicurante, sconfina nell'imbecillità). I protagonisti dei vari racconti, indifferentemente, sono docili prede dei loro errori e dei loro difetti, delle loro passioni, vi scivolano dentro con semplicità, con una docilità non priva di beata (e, perdonate la ridondanza, beota) idiozia (un'idiozia che sconfina - o pare sconfinare - nell'innocenza), come capita al protagonista del racconto Vergine delle estati che comincia a raccontare in prima persona di come è finito per divenire uno dei motori di una strage di qualche tempo addietro. Dialoga con qualcuno che fino all'ultimo non sappiamo chi sia e, soprattutto, perchè mai stia ad ascoltarlo. Il protagonista, che dapprima si dipinge come una persona perbene, anche se non uno sprovveduto, racconta della fuga da suoi precedenti delitti, e di come sia finito, bugia dopo bugia, manipolazione dopo manipolazione (subìte e imposte, in maniera liquida, come se fosse naturale prassi del vivere umano) a divenire il sacerdote di un culto campestre parareligioso, e di come infine la truffa si sia conclusa in strage e di come, di nuovo, sia fuggito alle proprie responsabilità.  Alla fine intuiamo (come nel caso di Qualcosa nell'oscurità, Pacheco non lo esplicita, ci lascia il piacere dell'intuizione) che siamo noi il suo interlocutore (più che altro, ascoltatore): siamo noi che ci troviamo di fronte alla narrazione della sua storia, alle amoralità del narratore/protagonista e decidiamo come reagirvi, se infine metterci in affari con lui e porre in atto una nuova truffa religiosa o fuggirgli lontano, allucinati. Sono questi gli anfratti di cui Pacheco è maestro e guida, un mondo apparentemente limpido e cristallino, ordinato, dove la crudeltà, quando non la follia, quando non l'idiozia umana connota la realtà di deliri di volta in volta inquietanti, orribili, crudeli, buffi o insensati (e in certi casi tutti questi aggettivi possono essere usati assieme per descrivere il senso di un singolo racconto, nei casi migliori). Pacheco è autore soprattutto di racconti che, se sono tutti di questa levatura (e l'impressione è che lo siano, non è facile immaginare Pacheco scrivere male: non so spiegare meglio la sensazione ma se lo avete letto capite cosa intendo), è bene che la sua opera venga tradotta quanto prima.


   José Emilio Pacheco (1939-2014) è stato un poeta, saggista e narratore messicano tra i più noti e amati. Ha pubblicato circa trenta libri di poesia, e selezionatissime opere di narrativa, che gli hanno valso i maggiori riconoscimenti letterari, fra cui il premio Cervantes nel 2009.
  In Italia è uscito Le battaglie nel deserto, presso La Nuova Frontiera editore, La poesia nella speranza, presso Bulzoni

mercoledì 26 marzo 2014

Hawthorn & Child, di Keith Ridgway, Castelvecchi editore

  Hawthorn e Child sono due agenti in servizio a Londra, uno è gay, l'altro no, uno è nero (se ho capito bene, ma non ci giurerei), l'altro no. Quello gay dev'essere il nero (sempre che uno dei due sia nero), l'altro ha una faccia da bambinone. Hawthorn è nero e omosessuale e cucina delle ottime uova e pane tostato per colazione, Child (nomen omen) è quello con la faccia da bambino. Giusto per fare un po' di chiarezza e sgombrare il campo da dubbi. Lavorano in coppia, a Londra, hanno delle vite più o meno private, più o meno insignificanti. Nel loro lavoro ne vedono di tutti i colori, nelle loro vite si lamentano che non capita mai niente, ma non è che proprio se ne lamentino, più che altro ne prendono atto. Quasi ne sono stupiti, nella stessa misura in cui non riescono più a stupirsi della realtà violenta ed assurda che li circonda. A volerla dire tutta, pur essendo la violenza una costante delle situazioni sulle quali si trovano ad indagare, è il senso dell'assurdo insito in quelle stesse situazioni (e che da esse straborda, o esonda, vedete voi) che salta più agli occhi del lettore. E qui sta la chiave della magia ipnotica di questo libro: i gialli o i thriller o i noir convenzionali cui siamo abituati strabordano (o esondano, vedete voi) di violenza, spesso gratuita, quasi sempre mostrata con il compiacimento di un anatomopatologo un po' folle, ma la coerenza interna è la regola principe perchè il meccanismo della narrazione funzioni. Ordine-delitto (e quindi caos)-indagine-ordine ristabilito (cioè soluzione del delitto). Se qualcuno viene ammazzato, poco alla volta scopriamo chi è stato ad uccidere la vittima, in che modo, quando e, soprattutto, perchè. Per quanto le modalità e le motivazioni possano essere poco chiare o magari addirittura deliranti, la logica interna deve spiccare. E' la logica interna che fornisce la verosimiglianza e la solidità a tutta la baracca (leggi:struttura narrativa). In questo libro di Ridgway, la logica interna va bellamente a farsi fottere o, per essere più precisi, non c'è. La narrazione comincia con un colpo di pistola sparato su un passante da un macchina, probabilmente una macchina vecchia, o forse verde, ma più probabilmente vecchia, con dei predellini. Hawtohorn e Child indagano. Ascoltano i testimoni, interrogano la vittima, ripercorrono la strada dov'è stato esploso lo sparo, visionano filmati di videocamere. Ma poi tutto cambia, li ritroviamo alle costole di un malavitoso mingherlino (tale Mishazzo) che pare invischiato in una compravendita di macchine rubate e in una miriade di altre attività illecite, seguiamo le farneticazioni di un tizio che si crede Gesù ed è l'inquilino dello stabile di proprietà del mafioso, viviamo un parallelismo inquietante tra un'orgia gay in una sauna e gli scontri tra polizia e manifestanti durante una manifestazione di piazza. Un uomo scompare dal posto di lavoro e quando torna non è più lo stesso, con in mano un dattiloscritto su una presunta società segreta di lupi che si spartirebbe il controllo su Londra in accordo con pochi uomini al corrente della realtà delle cose, un racconto che potrebbe (o forse no) interessare una casa editrice e che probabilmente non è altro che un'allegoria (o forse no) di una società segreta dedita alla malavita che avrebbe le mani sulla città (forse la stessa società cui è a capo il malavitoso Mishazzo?). Un arbitro internazionale che vede fantasmi anche sui campi di calcio e che non ha mai lasciato trapelare nulla pubblicamente circa la propria omosessualità. Una ragazzina sveglia che si inizia alla vita, all'arte ed al sesso, e una donna che era stata una ragazza intelligentissima, poi bruciatasi con la droga, ripulitasi e che, ora, si suicida secondo modalità sconvolgenti che, forse, contengono al loro interno un messaggio cifrato (ma quale messaggio e rivolto a chi?). Ve lo anticipo, sempre per quella faccenda dello sgombrare il campo da malintesi e false attese: non scopriremo mai chi ha sparato dalla macchina in corsa, forse vecchia o forse verde, non sapremo mai se Mishazzo verrà fermato o proseguirà imperterrito nei suoi loschi traffici, non scopriremo nulla se non delle interconnessioni (sinapsi narrative) su casi apparentemente slegati, punti di contatto tra personaggi, casi, vite private, ma niente di più. E questi benedetti punti di contatto li troveremo (o crederemo di trovarli) perchè il cervello umano non può accettare l'idea del caos fine a sè stesso. Se s'imbatte in una serie di puntini su un foglio deve per forza trovare il modo di unirli e, una volta uniti, cercare di vedervi uno schema, o un'immagine che risalti, qualcosa che dia senso al caos di quei puntini sparsi in giro casualmente. Piaccia o non piaccia, è così che funziona. Ridgway, così come David Lynch nel cinema (è incredibile quanta influenza abbia l'opera di Lynch sulla moderna letteratura), ci offre un viaggio onirico (forse onirico proprio in quanto direttamente realistico o, per dirla diversamente, anatomopatologicamente realistico) tra i pezzi di un puzzle, senza mai neppure provare a metterli in ordine, ben sapendo che sarà la brama naturale del lettore a cercare a tutti i costi un incastro, per quanto forzoso ed azzardato possa infine risultare. Ovviamente parte del gioco sta nel fatto di non specificare se le tessere appartengano o meno tutte quante allo stesso puzzle, se sono cioè destinate fin dall'inizio a comporre un unico disegno oppure no. Ma questo è secondario quando il risultato è un viaggio straniante in segmenti di realtà sottile che normalmente (proprio perchè siamo sempre legati alla normale logica causa-effetto) ci è preclusa. Un viaggio in questo caso, nel caso di questo Hawthorn & Child, molto ben scritto da Ridgway che è un maestro nel prenderci per mano e condurci a fare quei quattro passi nel mistero di cui a volte abbiamo un così disperato bisogno (sia noi che Hawthorn e Child):
 
<< A noi non succede mai niente, Child. >>
<< No. Mai niente.>>
pag.246


 

Keith Ridgway è nato a Dublino nel 1965. È autore dei romanzi The Long Falling, The Parts e Animals, della raccolta di racconti Standard Time e della novella Horses. I suoi libri hanno ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Prix Femina Étranger in Francia e il Rooney Prize for Irish Literature. Un capitolo di Hawthorn & Child è apparso nel 2011 sul «New Yorker». Dopo aver vissuto per undici anni a Londra, ora risiede nuovamente in Irlanda.
 

martedì 11 marzo 2014

Il nono cerchio, di Ignacio Padilla, Giunti editore

  L'Himalaya, e una grotta che non è solo una grotta ma un abisso. Un abisso che è, o potrebbe essere, l'inferno in terra, in senso letterale, con tanto di gironi (i cerchi appunto) e lo Stige; con Satana e le sue ali come vele nere, enormi, tese, ad attendere, sul fondo (forse il centro stesso della terra), i malaugurati idioti che si scegliessero la sventura di addentrarcisi (inabissarcisi). Ma non è popriamente di questo che parla il libro, anche ma non solo. Racconta delle spedizioni che si sono succedute, una dopo l'altra, sventura dopo sventura, tragedia dopo tragedia, gettandosi alla cieca nella ricerca, assurda, del fondo da raggiungere. Letteralmente, toccare il fondo. La brama, la sete di conoscenza, la volontà sorda di sapere ad ogni costo, per forza, per il piacere di conoscere, per la fama che ne consegue, per il potere che dalla fama direttamente discende. La sete di conoscenza dell'uomo - del singolo - e il folle desiderio di potere dello stato: da queste due diverse e complementari volontà nascono le spedizioni dirette alla Grotta del Toscano (così chiamata in quanto la Grotta dovrebbe essere l'inferno, il Toscano è Dante, il cantore del naturale alloggio di Satana). Tutto comincia in un presente in cui una spedizione di documentaristi decide di utilizzare alcuni giorni inoperosi per intervistare degli sherpa himalayani. Registrano otto ore di filmato con Pasang Nuru, leggendario sherpa ormai vecchio che racconta, dal principio, la storia delle spedizioni alla Grotta del Toscano, spedizioni alle quali lui, scettico e distaccato (di uno scetticismo tutto orientale, che sà di saggezza suo malgrado), ha partecipato e per le quali diviene presto un elemento indispensabile. Scende nell'abisso una prima spedizione ruritana, ed è un disastro, un frate cattolico, e non fa ritorno, una spedizione italiana di fascisti in cerca di gloria per il regime, poi un folle solitario dedito al travestitismo ed in infine la spedizione, apparentemente vittoriosa (l'unica), di cinesi, che torna in patria con in dono l'onore imperituro da deporre ai piedi di Mao (il popolo è il corpo, Mao la testa). Ma ogni spedizione porta in sè il suo mistero, le sue morti non spiegate e date in pasto al mondo come prova dell'eroismo delle proprie genti, le vite inghiottite dall'abisso, le macchine fotografiche trovate dalle spedizioni successive, una scarpa da donna abbandonata sul declivio per l'inferno, un cadavere intravisto in un punto in cui non dovrebbe trovarsi, una grotta che, man mano che s'inabissa, sprofonda nel gelo, un fondo di ghiaccio che pare sciogliersi nel tempo. E poi, una falsa Timbuctù in nord Africa, un rullino per il quale è lecito uccidere, cinesi in fuga dal regime, nani (assassini) e un gigante (assassino), scalatori leggendari, best seller che mentono sui fatti e libri di memorie neppure pubblicati, arti portati via dalla cancrena, e sherpa sventrati. E ancora: Reali Società di Esploratori e confraternite leggendarie (la confraternita di Zenda), stati inesistenti (il regno di Ruritania), opossum che si illuminano al buio, avventurieri che diventano leggende vendendo al mondo le loro menzogne, ed eroici avventurieri morti negli anfratti di quelle stesse menzogne. Il titolo originale del libro di Padilla, uscito nel 2006 in Messico (!), è La gruta del Toscano, ed è un fantastico omaggio alla letteratura fantastica, da Kipling a Conrad ai resoconti delle spedizioni di avventurieri e scopritori come Shackleton e Mallory, scritto magnificamente e magistralmente strutturato come una spy story nella quale, come in ogni spy story che si rispetti, nulla è come sembra, dove ogni certezza viene sapientemente costruita dall'autore con l'unico fine di smontarla pezzo per pezzo nei capitoli successivi. Il lettore viene lasciato a godersi un mondo che non c'è più, quello di inizio secolo scorso, quando le grandi esplorazioni erano ancora possibili, con pochi mezzi, molta fantasia e ancor più coraggio - quando non vera e propria avventatezza -, un mondo nel quale aveva ancora senso porsi il dilemma se davvero potesse esistere un inferno direttamente qui, sul piano della realtà, in Terra, lo stesso mondo d'altronde, in cui esimi studiosi sostenevano (e politici di regime davano loro follemente retta) la natura cava della terra, l'esistenza del Sacro Graal e di terre fantastiche come Shamballa, nonchè la presenza di Superiori Sconosciuti che da qualche immensa caverna sotterranea non meglio situata si divertivano a comandare il mondo intero e ad indirizzarlo verso un certo futuro piuttosto che un altro. Al contrario di quanto si è portati a credere leggendo la quarta di copertina, non esiste un protagonista vero e proprio, perchè non lo è Pasang Nuru, lo sherpa, e tantomento lo è il narratore, nè i protagonisti delle varie spedizioni e neppure il rullino misterioso. Forse, e sottolineo forse, protagonista di questa storia è la storia stessa, quel mondo vissuto da ossessioni ai limiti della follia, la brama assoluta di ricerca, la volontà cieca di sapere o, forse, protagonista è il mistero che fa nascere la voglia insopprimibile di conoscere.

  Una nota: non lasciatevi fuoriviare dal titolo e dai caratteri del titolo e dalla copertina (insomma dalla veste commerciale del libro) che vogliono a tutti i costi proporvi il libro quale prodotto new age o para-new age (come contrubuisce a fare la stessa impostazione della quarta di copertina che vuole vedere nello sherpa il protagonista, e narratore, orientale e saggio): nulla di tutto questo, per fortuna, Ignacio Padilla è un ottimo autore, capace di una scrittura chiara e complessa al contempo, che nulla ha a che vedere con profezie celestiniane varie. Se lo trovate, ve lo consiglio caldamente.

 
  Nato nel 1968 a Città del Messico, Ignacio Padilla si è laureato in Scienze della Comunicazione all’Università Iberoamericana, in Letteratura inglese a Edimburgo e in Letteratura spagnola a Salamanca. Ha trascorso due anni nello Swaziland, dove è stato condannato a morte con l’accusa di essere un terrorista: un’avventura che lo scrittore ha raccontato in Crónicas africanas.
Dal 2001 al 2003 è stato addetto culturale a Londra presso l’Ambasciata messicana. Nel 1996 ha firmato con Jorge Volpi e Eloy Urroz il celebre “manifesto del crack” per un rinnovamento della letteratura messicana.
È autore di saggi, di tre raccolte di racconti, di libri per bambini e di sette romanzi, uno dei quali, Amphitryon, è stato pubblicato in Italia da Fanucci nel 2000. I suoi libri sono stati tradotti in otto lingue e hanno ricevuto numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali, come il Premio Nacional Juan Rulfo para Primera Novela (1994) e il Premio Primavera de Novela (2000).
In italiano sono usciti anche: Ombre senza nome (Fanucci, 2005) e L'ombra dell'eroe (Giunti, 2007)
 

sabato 22 febbraio 2014

Il viaggio del Naga, di Tew Bunnag, Metropoli d'Asia

  Il Naga è un'entità presente già presso i culti animisti pre-buddisti ed è raffigurato come un serpente a sette o a nove teste, rappresenta le forze oscure dell'universo, ma non solo: è un elemento dell'acqua che ne definisce la forza nutriente e, al contempo, quella distruttrice. In un certo senso è il protagonista di questo libro, che dà il via all'intrecciarsi degli eventi (apparendo in sogno) e li conclude sommergendo tutto e tutti e dispensando morte, distruzione e tragedia, ma nel libro, così come nelle credenze, è una presenza carsica che scorre invisibile sotto lo strato ordinato della narrazione e solo ogni tanto lascia emergere il capo (o i capi, sette o nove che siano) inquietante. Allora, Don è un monaco che, in seguito ad un sogno sinistro avente per protagonista appunto il Naga, lascia i voti e torna nella metropoli dalla quale era fuggito anni prima dopo aver ucciso accidentalmente un bambino. Marisa è una star, l'attrice dalla bellezza divina che tutto il paese conosce e idolatra, la bellezza pura in cui ogni ragazza thalinadese si rispecchia, e si trova ad una svolta della sua carriera: prima di scivolare in ruoli di secondo piano e sempre più marginali decide di reinventarsi produttrice. Arun è un pittore, un artista tormentato che rifugge il mondo nella stessa misura in cui non riesce a comprenderlo. Questi tre personaggi sono, senza saperlo, comunque non fino in fondo e certamente non tutti (l'unico che lo sospetta è Don, grazie al suo sogno), sono, dicevo, in balìa delle forze del Naga. Neppure noi lettori ce ne rendiamo conto e, se anche arriviamo a sospettarlo, comunque ce ne dimentichiamo presto grazie alla maestria ed alla misura con cui Bunnag segue e centellina le storie dei tre personaggi e l'intreccio che, poco alla volta, viene intricandosi. I tre s'incontrano al funerale di un sinistro e ambiguo personaggio pubblico, Pi O, il re dell'industria del divertimento (leggi:sesso), che in modi differenti ha toccato ognuna delle loro vite. L'opinione pubblica è divisa tra chi lo ritiene un uomo di successo e un buon datore di lavoro per i suoi dipendenti e chi lo vede come un semplice lenone senza scrupoli che sfrutta i corpi di chi lavora per lui per arricchirsi. I tre diventeranno amici, uniti da un terzo personaggio che evito di menzionare per non svelare troppo della trama, e si troveranno a fare i conti con il proprio passato e i propri demoni, aiutandosi l'un l'altro, fino a quando il Naga non deciderà di riemergere del tutto, mettendo a soqquadro l'intera Bangkok, e dando così un nuovo ordine alla realtà ed alle loro vite. Per quanto possa apparire scontato, il pregio principale della scrittura di Bunnag è la misura (in fondo è quanto ci si aspetta da uno scrittore orientale, almeno secondo i nostri pregiudizi, in questo caso positivi), il ritmo apparentemente piano secondo il quale fa muovere i personaggi, svela poco alla volta le loro storie senza peraltro mai scivolare nella tensione tipica dei thriller, ma senza neppure permettere che l'attenzione del lettore possa patire delle cadute. I personaggi sono ben delineati, apparentemente senza sforzo, nelle vicende e nelle psicologie che li caratterizzano, e Bangkok, la grande metropoli poggiata su paludi ancestrali che non aspettano altro che tornare ad imporre la loro presenza selvatica sulla modernità, svolge un ruolo anch'essa di coprotagonista, fungendo di volta in volta da specchio per gli stati d'animo di Don, Marisa e Arun, alternando sprazzi di lusso e modernità ad abissi di sfavillante povertà che, come le paludi, pare essere sempre sul punto di prendere il sopravvento e cannibalizzare ogni cosa in un'orgia di fame e malattia. I miasmi. L'inedia. L'ingiustizia sociale. Il kharma che tutto avvolge, come una nebbia collosa, e tutto giustifica, nella sua logica inoppugnabile ma distorta. Bangkok è tutto questo, e altro ancora, è l'industria del sesso che si è incarnata nello spirito stesso della città, che è divenuta qualcosa di molto simile ad una filosofia di vita, ammorsata saldamente al kharma, alla quale le persone si aggrappano come ad un'ancora di salvezza. Ogni abitante cerca a suo modo di strapparsi via dal fango delle paludi, per poi finire con l'accettare con inclinazione tutta orientale (altro pregiudizio) il volere del fato, o del Naga, o semplicemente del kharma. La città è un continuo tendersi di braccia per trovare un appiglio, per tirarsi via, per vincere la fame, e nel contempo un'apparente immobilità dove l'atavico si muove a braccetto con l'ipermoderno. Bangkok è il pozzo nel quale ci si tuffa (per sopravvivere, per perdersi, per dimenticare e farsi dimenticare) e dal quale si tenta di fuggire in cerca delle uniche cose che la città non può dare: pace, e ordine. Il libro è davvero ben riuscito, e la bravura di Bunnag sta nel miscelare i vari dosaggi narrativi senza che il lettore abbia modo di rendersi conto della maestria che serve per ottenere un simile esempio di equilibrio. Non immaginatevi una tipica storia come i nostri pregiudizi (di nuovo) di farang potrebbero farci sospettare, tutta pause, tempi immobili e saggezza millenaria: qui i monaci hanno dubbi, un passato tragico e un futuro ignoto, gli artisti non seguono un ideale classico di bellezza da imitare il più possibile alla perfezione, ma si lasciano rodere dalle loro inquietudini e dalle imperfezioni, struggendosi perchè la propria arte sia capace di riportarle al pubblico, per poi mettere in dubbio che la loro stessa arte sia davvero importante, e le attrici hanno un'anima da salvare, un passato da nascondere o da mostrare, a seconda dei momenti, e un futuro incerto.

  Spero che la casa editrice, Metropoli d'Asia, prosegua nel tradurre l'opera di Tew Bunnag, un autore che vale sicuramente la pena di seguire. A questo proposito vi consiglio di andare qui a leggere un interessante articolo di Tommaso Pincio su Bunnag.


Tew Bunnag: Personaggio poliedrico e cosmopolita, Tew Bunnag è nato a Bangkok nel 1947 da una nobile famiglia thailandese. Autore di saggi sul Tai Chi Chuan e di racconti, con Il viaggio del Naga firma il suo primo romanzo, già tradotto in Spagna e pubblicato negli Stati Uniti.

martedì 18 febbraio 2014

Le attenuanti sentimentali, di Antonio Pascale, Einaudi editore

Pagina 4: << ... non dico che devi inventare chissà che, ma concedi almeno al lettore un piccolo appiglio narrativo, ..., cioè o sei un autore con i coglioni, davanti al quale uno alza le mani e dice: fai di me quello che vuoi, oppure non ci rompere le palle e scrivi una trama.. >>
Pagina 12: << Poi un giorno incontro una mia amica francese,Veronique, che mi dice: - Fai otoficsiòn - Autofiction -... In Francia è un genere conclamato. Non c'è nulla di strano... ora tutto è pubblico. Chi ti accusa di essere ombelicale lo fa, in genere da un blog, nel quale racconta la sua giornata. Il gioco è proprio questo, dare intensità a fatti minimi... >>. Ammettiamolo, non si può dire che Pascale non ami giocare a carte scoperte, questo gli va riconosciuto. Nel senso: una trama, manco a parlarne - solo la scusa di un documentario sui sentimenti che gli salta in testa, e attorno a cui gira quella fragilissima non-costruzione che l'autore mette in piedi - e con questo il lettore s'è bell'e che scordato il suo sacrosanto appiglio narrativo di cui sopra; "essere un autore coi coglioni che ti prende e ti porta ad arrenderti", onestamente, neppure, quantomeno non in questo libro. E allora ecco che arriva l'otoficsiòn a far quadrare il cerchio. Dare intensità ai fatti minimi, parlare di sè, guardarsi l'ombelico ma, per non risultare eccessivi, prendere un minimo di distanza da sè stessi attraverso un uso salvifico dell'ironia. Dunque, Pascale è il protagonista del racconto, Pascale che sono sei anni che non gli riesce di scrivere un libro e così si lascia vivere, analizzando questo suo lasciarsi vivere, che poi è vita a sua volta, la sua vita - sua di lui Pascale personaggio e probabilmente sua di lui Pascale scrittore (almeno così siamo portati a credere) - e che immagina di vincere l'empasse del blocco dello scrittore con questa benedetta storia del documentario sui sentimenti. Ma noi, da pagina 12, sappiamo già che ci troviamo in piena otoficsiòn, e quindi siamo pienamente coscienti di che gioco (ci) sta giocando: vale a dire, metanarrativa pura e semplice. Spiegato questo, bisogna ammettere che non è affatto male questo Le attenuanti sentimentali: un po' Woody Allen (le nevrosi), un po' Paolo Nori (certi modi di dire colloquiali, l'uso dell'ironia, pur se di stampo diverso: Nori, ironia emiliana, Pascale romanesco-partenopea), in certi casi quasi un po' Vonnegut o Galiazzo (nelle tirate di stampo scientifico: il solare, i cibi biologici, i termovalorizzatori, ecc.). Tutti i miei "un po'" sono da intendersi come complimenti, anche se personalmente continuo a preferire Woody Allen, o Nori, o Vonnegut o Galiazzo. Quindi, dicevamo, siamo dalle parti della metanarrativa e dell'autofiction e, giocoforza, non possiamo che trovarci di fronte ad un racconto ombelicale (appunto, come anticipato da Pascale stesso, a mettere le mani avanti), autoreferenziale, biografico, documentaristico e, forse, mocumentaristico. Può piacere o non piacere, ma comunque è dichiarato subito, chiaro e tondo. E spiega anche perchè non può far altrimenti, perchè non ha più senso scrivere libri in tre atti, con una trama, dei personaggi inventati e via discorrendo, ma questo lo lascio dire a Pascale, nel libro, che sa argomentarlo meglio di me. Detto questo, possiamo riassumere dicendo che è un libro che parla di un uomo sposato, con due figli, un intellettuale, insonne, nevrotico, forse in crisi con sè stesso o forse con la società ma sicuramente (almeno in parte, e a mio parere in larga parte) compiaciuto di questa sua crisi, che gira per Roma, incontra gente, di solito intellettuali o qualcosa di molto simile o, per dirla alla Oscar Wilde, gente che si atteggia come se lo fosse (il libro, la vita che viene narrata, è molto radical chic, tipico di quella sinistra un filo snob che è sempre convinta di essere dalla parte giusta delle cose e Pascale, essendone cosciente, a volte ne prende le distanze, con ironia e apprezzabile senso autocritico), parla con loro, gli amici intellettuali, coi figli, a volte, abbastanza di rado, con la moglie Daniela, e cerca distrattamente e anche abbastanza svogliatamente di mettere insieme il materiale per il famoso documentario, sui sentimenti appunto, come già si è detto, e oltre il materiale, che forse nella sua testa abbonda, ricerca un metodo per metterlo in ordine, dargli delle priorità e degli incasellamenti ben precisi (intento che, si capisce fin dall'inizio, rimane sulla carta, del libro, e nella testa, del protagonista). Pascale (personaggio) è un flaneur che seguiamo nelle sue elucubrazioni cervellotiche, nelle sue notti insonni, nei suoi tentativi di spiegare agli altri e a sè stesso ciò che gli passa per la testa, e che lì, nella sua testa, finisce per dare una struttura al mondo, una struttura che però, forse, alla fin fine, non riesce a convincerlo fino in fondo. Forse non convince fino in fondo neppure noi, ma non credo sia questo il punto, convincere, quanto piuttosto porsi le domande, lasciare da parte (quantomeno provarci) l'ossessione della felicità e mettere in primo piano il pensiero, l'intelligenza, l'analisi. In tutto questo, con una scrittura piacevolmente affabulatoria, Pascale riesce nell'intento (sempre che lo abbia avuto, ma penso di sì) di procedere lieve, magari un po' troppo ombelicale, vero (tra l'altro, giusto per concludere il cerchio metanarrativo di cui sopra, notate l'ironia: lo dice uno che scrive queste cose su un blog, come predetto a pagina 12 del libro), ma per fortuna senza mai prendersi troppo sul serio, e comunque mai fino in fondo. Come avrete capito è un libro etereo, forse addirittura nebuloso se capite cosa intendo, basato su fondamenta fragili, quasi inesistenti, è una passeggiata in compagnia di un amico un tantino logorroico (e nevrotico, e fissato) che racconta, e racconta, e racconta, e a volte fa un po' un mescolone, mette insieme fatti e ragionamenti, e sprazzi di sincerità assoluta (o è solo presunta e in realtà si tratta di fiction?...), e ci porta in giro, ci racconta dei suoi amici, della sua famiglia, del suo essere padre, della figlia che dice troppe parolacce, del figlio che pare vivere solo ed esclusivamente per la maggica Roma e, a volte, ci scodella delle riflessioni che ci lasciano lì, perplessi, perchè sono questioni sulle quali avevamo ragionato anche noi, ma che pensate da noi non sembravano avere lo stesso peso, nè la stessa profondità. E se a volte i dialoghi e le riflessioni sui sentimenti (al contrario delle parti sul biologico e sull'agroalimentare che ho trovato notevoli) scadono un po' nel banaluccio (d'altronde, cosa si può dire sui sentimenti che non sia già stato detto? Il sentimento è, per sua natura, oscenamente banale) nelle ultime pagine si aprono degli scorci di riflessioni più profonde che sfiorano il filosofico quando non il poetico.
E' il primo libro che leggo di Pascale, non credo sarà l'ultimo.
E concludo con una riflessione personale: l'autore ripete più volte quanto spesso gli venga riconosciuta la capacità di indovinare degli splendidi titoli per i suoi libri. Sarà che io ho gusti strani, ma a me i suoi titoli (La città distratta, La manutenzione degli affetti, Passa la bellezza (bleah!)) non piacciono per nulla, neppure questo, troppo stucchevoli, versioni elevate di Và dove ti porta il cuore. Se mi fossi fermato al titolo avrei immaginato un libro completamente diverso e non lo avrei mai comprato. Le attenuanti sentimentali: mi sarei aspettato uno di quei romanzi su coppie trenta-quarantenni, benestanti, in crisi: tradimenti, ripensamenti, grandi pippe sul significato dell'amore, dei sentimenti, del sesso, del matrimonio, della famiglia, del libero amore e cose così. Poteva anche esserlo, ma per fortuna è solo otoficsiòn, dà risalto ai fatti minimi, ci porta in giro per Roma, con sè, nella sua vita, punto.

  Segnalo, è molto interessante sentire lo stesso Pascale che spiega questo libro dialogando con la sua editor, Angela Rastelli, anticipandolo a Anteprime 2013 a Pietrasanta. Lo potete trovare qui.

Antonio Pascale, nato a Napoli nel 1966, ha pubblicato La città distratta (Edizioni l'Ancora, 1999 ed Einaudi, 2001), ripubblicato, con l'aggiunta di nuovi capitoli, nel 2009 da Einaudi Stile libero con il titolo Ritorno alla città distratta; La manutenzione degli affetti («L'Arcipelago Einaudi», 2003 e, accresciuto di tre racconti, «ET Scrittori», 2006); Passa la bellezza (Einaudi, 2005); Scienza e sentimento (Vele 2008); Tre terzi, con Diego De Silva e Valeria Parrella (Einaudi, 2009); Le attenuanti sentimentali (Einaudi, 2013). È fra gli autori di Scena padre (Einaudi 2013). Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati in «Lo Straniero» e «Nuovi Argomenti». Un suo racconto compare nell'antologia Disertori («Stile Libero»). Collabora con «Il Mattino», «Il Messaggero», il «Corriere della Sera» e «il Post». È stato l'«intellettuale di servizio» delle Invasioni barbariche di Daria Bignardi.

venerdì 14 febbraio 2014

Condominio r39, di Fabio Deotto, Einaudi editore

Via, cominciamo. " La mattina di venerdì 22 marzo è una mattina qualsiasi, alle 22.47 (ma, è mattina o notte??) da una palazzina della semimperiferia milanese vengono estratte cinque persone in coma e un ragazzo di ventisei anni in stato confusionale.". Messa così, ci si aspetterebbe (quantomeno) una discreta figata. Il classico giallo ambientato in un condominio, che poi non è altro (oltre che essere un vero e proprio sottogenere) che un amplimento del (iper)classico giallo "della stanza chiusa". In quarta di copertina però si fa riferimento a Ballard e a Polansky (chissà poi perchè non a Roland Topor che è l'autore del libro, magnifico, da cui Polansky ha tratto il film L'inquilino del terzo piano) e a questo punto si ha il dubbio (quasi una lieve vertigine) piacevole, di trovarsi di fronte ad uno di quei rari libri che hanno il coraggio di prendere un genere e portarlo a sfondare i propri limiti naturali, sfociando in quel territorio che è proprio degli incubi, dei deliri e delle paranoie. Un condominio, una costruzione salda, imponente, un fuori, una facciata, e un dentro, scuro e labirintico. Vite serrate in cubi di cemento che confinano senza mai sfiorarsi se non superficialmente, calma apparente sotto la quale cova altro, qualcosa di malato, di folle, sinistro. La notte, sogni che s'incrociano, intrappolati tra le mura degli appartmenti, che vagano per i corridoi, che si muovono su e giù per i cavi dell'ascensore. Ripostigli umidi, sottoscala dimenticati e vecchi delitti che aspettano di venire a galla. La follia che serpeggia all'interno delle mura esattamente come alberga nel chiuso di una scatola cranica. Bene, tutto questo, scordatevelo. Se L'inquilino del terzo piano, il capolavoro di Topor, è un meccanismo perfetto racchiuso in sole 159 pagine di prosa allucinata e disturbante, un viaggio kafkiano nell'incubo grigio di un mondo al suo epilogo, e se Il condomino (192 pagine) o Un gioco da bambini (92 pagine), entrambi di Ballard, sono dei bisturi che scorrono nel ventre malato della società moderna, quasi dei saggi sociologici, dove, sotto una patina di normalità e di modernità, affiorano mostri atavici che emergono dal nostro passato bestiale, questo Condominio r39 è un guazzabuglio di ben 442 pagine (che paiono non finire mai), ridondante, privo di ritmo, che non sà decidersi se essere un giallo, un mistery, o un thriller ellroyano con tanto di poliziotti brutti, sporchi, cattivi e tossici, un gioco ad incastro alla Black dog (titolo originale, molto più appropriato: Tesseract) di Alex Garland, o una sorta di Quer pasticciaccio brutto di via Merulana, di Gadda. Vuole essere tutto, troppo, senza riuscirvi. La psicologia dei personaggi è unidimensionale, qualcosa di molto simile a quella dei personaggi dei cartoni animati: sono delle figurine ritagliate grossolanamente da mille altri romanzi, film o fumetti: il poliziotto (Pallino??) dalla coscienza sporca, dalla vita famigliare a pezzi, in perenne contrasto con sè stesso, grigio, triste e distaccato dal mondo. La mamma single troppo apprensiva. La ballerina da nightclub dalla vita marginale (anche se è difficile dirlo con certezza, dal momento che Sara è davvero un personaggio solamente appena abbozzato). I giovani tossici e vampiristi, fuori di testa, sballati fino all'inverosimile, sciroccati che più sciroccati non si può. Il vecchio professore, solo, burbero, immerso nelle sue peronali elucubrazioni-ossessioni che, solamente, sa condividere con un bambino il quale, ovviamente, non lo può capire. L ex 'attrice sinistrorsa di talento ormai fuori dal giro, dipinta come pazza dai giornali di gossip e in preda a despressioni e manie persecutorie. L'imprenditore arricchito, volgare, violento, abbronzato, grasso, porcino e sgraziato che crede di poter comprare tutto e tutti con la sola forza del denaro sonante. E via discorrendo. I bambini parlano, si muovono e seguono logiche assolutamente adulte, solo sono più bassi e non guidano la macchina. L'ispettore, come più o meno tutti i personaggi, fa cose assolutamente assurde, vaga nel vuoto e nei suoi mal di stomaco fino a che, finalmente a cena fuori con la moglie in crisi, non ha un'illuminazione, l'unica parvenza di una sua capacità investigativa in cui incappiamo in tutto il libro, e quando finalmente ha più o meno chiaro in testa cosa diavolo è successo in quella casa (perchè alla fine le storie di questo genere, che partono dal finale e si sviluppano in "montaggio alternato", sono sostanzialmente questo: ricostruire cosa diavolo è successo), permette tranquillamente che il cattivo di turno rapisca un bambino innocente sotto i suoi occhi (a dir la verità sarebbe più corretto dire che guarda il rapimento del bambino, che avrebbe potuto sventare senza troppa difficoltà, senza muovere un dito) senza alcuna motivazione logica se non il fatto che lui è fatto così, lascia che le cose avvengano e poi ci piange sopra. I giovani vampiristi più che cattivi sono degli emeriti idioti in preda ad una perenne nebbia di droghe che offusca loro qualsiasi tipo di pensiero anche solo lontamente razionale. I personaggi - tutti i personaggi - all'incirca si equivalgono, sono amorfi - a parte un paio un po' più sinistri degli altri e che paiono in un perenne stato euforico da piccole pesti che si sono spinte un po' troppo oltre - si muovono come fumetti su uno sfondo di cartone, non hanno una propria anima, scimmiottano degli stereotipi e hanno l'unica funzione di far muovere il meccanismo narrativo, meccanismo non eccelso a dir la verità. Nonostante la loro natura di semplici componenti meccaniscinstiche della narrazione, ai personaggi l'autore si incaponisce a voler dare, se non un minimo di profondità psicologica (forse ci prova, non saprei, ma sicuramente non ci riesce) almeno un passato alle spalle, aprendo di tanto in tanto squarci chirurgici sulla loro storia che nel migliore dei casi suonano inutili (e quindi ulteriori dilungamenti) e quando va male sono talmente fuori luogo da risultare assurdi. In questo senso, mi viene da pensare: se la psicologia non è necessaria ad un certo tipo di narrazione, perchè mettercela a tutti i costi? Barry Gifford dimostra brillantemente che si può raccontare una storia lasciando che i protagonisti non siano altro che esseri semplici sospesi ai propri istinti ed ai propri deliri senza bisogno di sondarne le anime (forse, nei libri di Gifford, i personaggi neppure ce l'hanno un'anima). Poi, continuiamo: in certi casi pare che manchi una pura e semplice logica dei fatti (ad esempio come quando i due bambini chiusi in una cella frigorifera cercano delle armi per difendersi dall'ultimo intruso e, invece di armarsi del coltello che sappiamo essere in quella stanza, usano dei salami congelati!) e in altri le scelte stilistiche sono come minimo opinabili come certe frasette poste a fine capitolo che sembrano voler a tutti i costi esplicitare una morale ben chiara o un certo senso poetico del momento appena descritto (i cosiddetti ghirigori). Capita spesso che i personaggi (troppi, a mio giudizio, e non tutti necessari, a volte si tende a confonderli) siano raccontati in certi loro gesti o atteggiamenti che forse potrebbero anche trovare una loro logica ma che non vengono per nulla preparati nella narrazione precedente, lasciando così nel lettore una sensazione di assurda estemporaneità. A pensarci bene, sono tutti difetti che trovano una loro spiegazione se consideriamo che l'autore è alla sua prima prova narrativa, ma che la perdono subito quando soppesiamo l'oggetto Condominio r39 e prendiamo atto che non è il faldone di un dattiloscritto che un giovane scrittore si porta appresso per farlo leggere ad amici e conoscenti ma che è un libro in brossura pubblicato da una major editoriale, gloriosa e conosciuta per essere un marchio di qualità, quale la Einaudi. La domanda che non ci si può esimere dal porsi leggendo il libro é se le case editrici utilizzino ancora gli editor, perchè l'impressione è quella di un dattiloscritto portato in casa editrice, stampato e mandato direttamente in libreria, esponendo così un giovane autore ad ogni tipo di rovescio critico (quale è, me ne rendo conto, il post che state leggendo). In realtà il libro, che potrebbe tranquillamente essere sfrondato di qualche centinaio di pagine guadagnandone in leggibilità e snellezza, verso la fine trova una sua seppur abboracciata ricomposizione, e nelle pagine in cui il professor Eugemini spiega alla figlia la sua visione della meccanica della vita, la spirale evolutiva e quella controevolutiva (questo è il vero centro del romanzo, troppo isolato in un'unico dialogo, ma comunque il vero motivo per cui l'intera storia viene raccontata) finalmente si toccano pagine di qualità (e il nucleo dei concetti espressi avrebbe meritato un diverso spazio e un approfondimento sicuramente più intenso, diluito sapientemente nel corso della narrazione), in cui la Weltanschauung del personaggio sposa (con tutta probabilità) quella dell'autore in una spiegazione logica, motivata e profonda, a prescindere da quanto possa suonare poco piacevole e politically uncorrect.


Fabio Deotto è nato a Vimercate (MB) nel 1982. Laureato in Biotecnologie, scrive articoli, interviste e approfondimenti a sfondo scientifico e musicale per numerose riviste nazionali. Condominio R39 , pubblicato da Einaudi Stile Libero nel 2014, è il suo primo romanzo.