"E di colpo percepisce in quella dichiarazione una minaccia. Qualcosa che si avvicina dalla parte del mare. Qualcosa che avanza trascinato dalle nubi scure che attraversano invisibili la baia di Acapulco."
Roberto Bolano, (da Ultimi crepuscoli sulla terra; Puttane assassine)

domenica 2 febbraio 2014

Si sente? Tre discorsi su Auschwitz, di Paolo Nori, Marcos y Marcos edizioni

  Chi sia Paolo Nori non c'è bisogno di stare a specificarlo, però credo sia utile enucleare una linea di demarcazione tra la sua opera narrativa e la saggistica che poi, direi, può rientrare tutta, o quasi, sotto il titolo generico di "discorsi", dal momento che buona parte della saggistica pubblicata è la stesura dei suoi discorsi pubblici tenuti in differenti occasioni. Siccome, dicevo, è utile concentrarsi sulla linea che divide un genere dall'altro (i "discorsi" dalle "storie"), qui va sottolineato come questo confine in realtà è un po' come se non esistesse. Nel senso: esiste, ma è mobile, una sorta di muro di gomma nel quale narrativa e saggistica si compenetrano a vicenda (soprattutto i "discorsi" fanno ampio uso e di stile e di brani dei testi tratti dai romanzi), si sostengono a vicenda e finiscono per divenire qualcosa di molto simile gli uni agli altri. Ma non solo. Non è tanto una questione di similitudine quanto piuttosto che, insieme, formano un corpus unico estremamente coeso, dove lo stile sicuramente è il trait d'union, dove gli argomenti che sottendono le "storie" vengono poi sviscerati nei "discorsi" e, nei "discorsi", fanno riferimento più che esplicito alle "storie" (i brani citati di cui sopra). Poi c'è un altro aspetto da prendere in considerazione, oltre l'autoreferenzialità (sia stilistica che tematica) dell'autore: vale a dire l'universo noriano di riferimento: l'Emilia e la Russia, il suo viaggio in Russia, il suo lavoro di traduttore, sua figlia Irma, la mamma di Irma, Francesca, Charms, Chlebnikov, le sue gatte (belle), il suo essere anarchico, suo padre che faceva il muratore ed è morto di tumore, Basilicanova, Parma, Bologna, i modi di dire emiliani (fiondare, ad esempio, al posto di fottere, o trombare, o scopare), la Achmatova e via discorrendo. Spesso, nei suoi "discorsi", che parlino del rapporto tra noi e i governi o di letteratura russa o dell'olocausto, ritroviamo gli stessi esempi, le stesse citazioni, il suo tipico e apparente divagare, svagato e ironico (testardo, come a dire: io sono questo qui, se vi sta bene, sono così, altrimenti potete pure smettere di leggere e fare qualcos'altro di più utile all'umanità), spesso, a ripensarci, una volta letti, a tornarci indietro con la mente si fa fatica a distinguere uno dall'altro. Perchè sono così coesi appunto. I romanzi sono pieni di autobiografismo (anche se rimangono romanzi e non autobiografie, ovviamente), il suo stile è un coacervo di parlato e modi dire e volontarie sgrammaticature (più che altro di-sintassature, se così si può dire), e i suoi discorsi sono colmi dei suoi romanzi che a loro volta rimandano nei concetti e nel "sentito" ai temi dei discorsi. E via discorrendo. Questo per dire che Si sente? è un volumetto pubblicato dalla Marcos y Marcos nel quale si raccolgono tre discorsi di Paolo Nori tenuti a Cracovia durante la manifestazione "Un treno per Auschwitz" (organizzata dalla fondazione Fossoli): Esattamente il contrario, nel 2009, Noi la farem vendetta, nel 2011, Birkenau nel 2013. I tre discorsi sono quanto non ti aspetteresti di sentire in un'occasione come il ricordo della tragedia della Shoah, almeno a prima vista. Lo stile di Nori è quello della divagazione, della ripetizione, del parlato apparentemente distratto e confuso, dei fili che si perdono dentro una parentesi all'interno della quale si apre una seconda parentesi e così via. Data la tragicità dell'argomento può essere un modo criticabile di esrpimersi, ma Nori è così. Se vi va, lo seguite, altrimenti liberi di fare altro. D'altronde, se ci si lascia trasportare dall'affabulazione un po' balbuziente dell'autore, dal suo argomentare come se si fosse tutti attorno ad una tavolata a ragionare in una taverna, se si mollano gli ormeggi e si decide che sì, alla fine dei conti, ci sta bene di seguirlo nei suoi sproloqui, siamo disposti a fidarci, ci rendiamo conto che poi proprio sproloqui non lo sono, affatto, che i suoi discorsi sembrano ripetersi da un libro all'altro ma poi, a tirar le somme, il significato di ognuno è differente dall'altro, ed è un significato profondo che difficilmente si può portare a galla, vien da pensare, in un modo diverso, più lineare e standard rispetto a quello colloquiale, quasi leggero, di Nori. In questo libro i tre discorsi parlano, rispettivamente: di eugenetica, di vendetta, e di bottoni (o di Birkenau, ma secondo la logica noriano è lo stesso, e vedrete che non ha tutti i torti), ma in realtà parlano tutti e tre in egual misura anche se con focus differenti di qualcosa di intangibile, di quegli slittamenti di senso che proviamo nella vita di tutti i giorni e che, a volte, non rendendocene conto, portano a mostruosità quali Auschwitz, o Birkenau. Parlano del perchè le opnioni ripetute da chi ci sta attorno finiscono per diventare nostre, anche se non ce ne rendiamo conto - nostro malgrado potremmo dire -, del perchè dei semplici bottoni possono essere la storia di una famiglia e del perchè vivere in un mondo già bello e costruito sulle opinioni e le battaglie di altri può essere (anzi, è) una disgrazia,  parla di come l'unica vera condanna per il comandante del campo di Auschwitz non potesse essere altro che essere sè stesso. Sè stesso e nient'altro. Essere quella cosa terribile lì, quell'essere osceno che è stato. Ci racconta di come il reiterarsi delle cose inevitabilmente porta con sè lo smarrimento del senso delle cose reiterate: ogni tanto dovremmo ricordarci che siamo vivi. Ogni tanto dovremmo vedere il mondo come dei deficenti, come se lo vedessimo per la prima volta, smontando in un sol colpo tutte quelle strutture (storture, a volte) mentali che distanziano inevitabilmente e definitivamente (tragicamente) il mondo degli adulti da quello dei bambini (che hanno il diritto di piangere, tra l'altro: chi leggerà il libro, capirà). Ogni tanto dovremmo essere fieri del nostro essere deficenti, del nostro pensare per conto nostro, del nostro amare i libri, di quel nostro inconsapevole essere sudditi fieri e felici di quell'impero che è la letteratura, dove sono i nostri autori preferiti a fare le leggi che seguiremo per tutta la vita, o per parte di essa.

  Paolo Nori è nato a Parma nel 1963. Ha pubblicato
  Le cose non sono le cose (Fernandel 1999, DeriveApprodi 2009), Bassotuba non c’è (DeriveApprodi 1999, Einaudi 2000, Feltrinelli 2009 e, in ebook, Sugaman 2013), Spinoza (Einaudi 2000), Diavoli (Einaudi 2001), Grandi ustionati (Einaudi 2001, Marcos y Marcos 2012 e, in audiliobro, Marcos y Marcos 2013), Si chiama Francesca, questo romanzo (Einaudi 2002, Marcos y Marcos 2011), Gli scarti (Feltrinelli 2003), Pancetta (Feltrinelli 2004), Learco. In un’ora, nove romanzi in musica con Learco Ferrari, in un’ora (con Fabio Bonvicini, audiolibro, Luca Sossella 2004), Ente nazionale della cinematografia popolare (Feltrinelli 2005) I quattro cani di Pavlov (Bompiani 2006), Noi la farem vendetta (Feltrinelli 2006), La vergogna delle scarpe nuove (Bompiani 2007), Siam poi gente delicata (Laterza 2007), Mi compro una Gilera (Feltrinelli 2008), Pubblici discorsi (Quodlibet 2008), Baltica 9 (Laterza 2008 – con Daniele Benati), I libri devono essere magri (illustrazioni di Giuliano Della Casa, Tre lune 2008),  Esattamente il contrario (illustrazioni di Fausto Gilberti, Drago Edizioni 2009), I malcontenti (Einaudi 2010), A Bologna le bici erano come i cani (Ediciclo 2010), La matematica è scolpita nel granito (Perda Sonadora 2010 e, in ebook, Sugaman 2010), La meravigliosa utilità del filo a piombo (Marcos y Marcos 2011), Presente (Einaudi 2012, insieme a Andrea Bajani, Michela Murgia e Giorgio Vasta), Tredici favole belle e una brutta (Rizzoli 2012, illustrazioni di Yocci), Garibaldi fu ferito. E noi? (Il Sole 24 ore 2012), La banda del formaggio (Marcos y Marcos 2013), La Svizzera (ilSaggiatore 2013), Mo mama. Da chi vogliamo essere governati (Chiarelettere 2013), Si sente? Tre discorsi su Auschwitz (Marcos y Marcos 2014).
Ha tradotto e curato l’antologia degli scritti di Daniil Charms Disastri (Einaudi 2003, Marcos y Marcos 2011), l’edizione dei classici di Feltrinelli di Un eroe dei nostri tempi di Lermontov, delle Umili prose di Puškin, delle Anime morte di Gogol’, di Padri e figli di Turgenev, di Oblomov, di Gončarov e della Morte di Ivan Il’ič, di Tolstoj, l’antologia di Velimir Chlebnikov 47 poesie facili e una difficile (Quodlibet), l’edizione, per Voland, di Chadži-Murat di Tolstoj e delle Memorie del sottosuolo di Dostoevskij e è autore, insieme a Marco Raffaini, di una Storia della Russia e dell’Italia (Fernandel 2003).
Ha curato il numero di Panta Emilia fisica (Bompiani 2006), è stato tra i redattori del settemestrale di letteratura comparata al nulla L’accalappiacani (1-5, DeriveApprodi 2008-2010).
Ha scritto e interpretato la commedia Lunga, la strada, per la regia di Gigi Dall’Aglio (2007), nonché diversi spettacoli fondati sulla lettura (uno dei quali Learco, con Fabio Bonvicini, è diventato un cd audio per Luca Sossella editore, 2003), che sono andati in scena in diversi teatri italiani dal Teatro Argentina di Roma (con I Bogoncelli), al teatro Mercadante di Napoli (Lunga, la strada), al teatro Valli di Reggio Emilia (Quel canchero di Majakovskij, con Umberto Petrin), alle Papesse di Siena (Musica adeguata, con Marco Raffaini), al festival GNAM di Parma (I libri devono essere magri, con Giuliano Della Casa), alla Palazzina liberty di Milano (Noi e i governi, con le mondine di Novi).
Dal 2006 ha tenuto, prima a Reggio Emilia poi a Bologna, i corsi della scuola elementare di scrittura emiliana e della scuola media inferiore di scrittura emiliana e, all’Argentiera (SS), a Rimini, a Genova, a Paullo (MI), a Torino, a Milano, i corsi della scuola elementare di scrittura emiliana all’estero. Eccetera...

domenica 26 gennaio 2014

Bangkok uccide, di John Burdett, Giano Editore

  E' difficile immaginare un luogo che sia al contempo più noir ed esotico di Bangkok, quantomeno nell'immaginario di noi elementari e  banali farang. John Burdett, avvocato inglese che ha esercitato a lungo la professione ad Hong Kong lo sa benissimo, e ha intessuto una storia (la terza, dopo Bangkok 8 e Bangkok tatoo, a cui sono seguiti The godfather of Kathmandu e Vulture peak: in italiano Il picco dell'avvoltoio, per Bollati Boringhieri - tutti incentrati sulla figura del detective Sonchai Jitpleecheep  ) pensata e scritta ad hoc per il pubblico occidentale (o forse per sè stesso che, in fondo, è la stessa cosa): uno snuff movie ( "Pochi crimini ci fanno temere per l'evoluzione della nostra specie. Ne ho sotto gli occhi uno proprio ora") che ritrae una splendida prostitua thailandese fare sesso e venir uccisa all'acme dell'estasi sessuale da un uomo - presumibilmente un farang - con un capuccio nero. Sonchai Jitpleecheep, detective (ma fondamentalmente monaco mancato) mezzo farang, figlio di una ex prostituta thai attualmente tenutaria di un locale-bordello e di un reduce del Vietnam, chiama in aiuto la sua collega dell'Fbi e amica Kimberley Jones, esperta nel campo degli snuff movie e, contro il parere del suo superiore Vikorn (un uomo che ha fatto della corruzione una forma d'arte, con tanto di codice d'onore e regole ferree), si getta in un'indagine che comincia con un video di spettri che fanno "sesso e cose indicibili tra loro" e finisce con una resa dei conti tra spettri (uno) e umani (tanti). La detection si divide tra gli sforzi del monaco-investigatore nel cercare di individuare l'uomo col cappuccio e, soprattutto, i mandanti dell'atroce delitto e la ricostruzione della vita di Damrong, la prostituta che viene uccisa nel video. Damrong aveva lavorato nel locale della madre di  Sonchai Jitpleecheep, ed era stata per breve tempo sua amante, avvolgendolo in un'ossessionante storia fatta di sesso che Sonchai non ha più saputo cancellare dalla memoria; scopriamo che Damrong era stata sposata con un americano, che era passata dai piccoli bordelli cittadini ai video porno fino al principale e lussuoso club-bordello di Bangkok. Tornando indietro nel tempo veniamo messi a conoscenza della sua infanzia terribile, fatta di povertà, abusi e vendita ai circuiti internazionali di schiavitù sessuale minorile. Accompagneremo il protagonista nei luoghi più sordidi della capitale thailandese e in quelli più turistici (sempre che esista una differenza tra le due tipologie), conosceremo Lek, un poliziotto trans in attesa dell'operazione tanto agognata che lo renderà finalmente donna a tutti gli effetti, ci domanderemo quale sia l'identità e il ruolo nella storia di uno strano monaco hi-tech che entra ed esce da un internet cafè, attraverseremo la frontiera cambogiana scoprendo un paese che è, agli occhi degli stessi asiatici, primitivo, oscuro ed esotico, dove bande di vecchi khmer rossi si vendono al miglior offerente pronti a qualsiasi bassezza e, soprattutto, quasi senza accrogercene, scivoleremo poco alla volta nel modo di pensare di una cultura che è agli antipodi di quella occidentale (ma, teniamone conto, pur sempre con gli occhi di un occidentale: peggio, di un inglese), dove la reincarnazione è una realtà talmente banale che risulta normale intravedere oltre il profilo di una persona una catena ininterrotta di morti e rinascite, dove la prostituzione è diffusa ed accettata come qualcosa di inevitabile (esattamente come la povertà ed il dolore) e, in fondo, non particolarmente esecrabile se permette di sopravvivere e far sopravvivere i propri cari (e magari garntire loro un'istruzione e una vita più dignitosa), e questo perchè in fondo viene considerato più grave vendere la propria anima (peccato tipico dei farang) piuttosto che non il proprio corpo (tra l'altro consideriamo che, nel bene e nel male, qui il senso cristiano del peccato non hanno la benchè minima idea di cosa sia), una cultura che non ha avuto l'illuminismo e considera la magia come un dato di fatto da maneggiare con estrema attenzione (ma anche con una certa imprudente disinvoltura), e in cui la linea di demarcazione tra luce ed ombra, tra razionalità e sovrannaturale, e tra vita e morte, è un confine impalpabile in continuo movimento, che si adatta di volta in volta alla situazione contingente e alle necessità psicologiche delle persone. Questo libro e l'intero ciclo di  Sonchai Jitpleecheep sono chiaramente stati scritti dalla mano di un occidentale, per (come già si è detto) un pubblico occidentale e, credo, siano stati concepiti come divertissement esotico in cui l'autore, grazie alla sua esperienza in Asia, funge da Virgilio e conduce per mano il lettore in un mondo che, ai nostri occhi, non è nè più nè meno un inferno dantesco che esiste secondo logiche che fatichiamo a comprendere (e quindi ad accettare). La scrittura è scorrevole ma non particolarmente innovativa nè interessante, ed è personale nella misura in cui l'autore vi distribuisce una certa ironia che ben si sposa con il senso dell'accetazione del destino tipico thai. Giusto per smentire il commento tratto dal Boston Globe riportato in quarta di copertina: lo stile di Burdett non è particolarmente veloce (dimenticatevi Ellroy o Peace - altro autore inglese trasferitosi in terra asiatica, e lui sì un maestro di stile) e non ha nulla a che vedere con un videogame. Forse, e sottolineo forse, ha dei punti di contatto con Conrad giusto nel senso di avventura e di esotismo che scaturisce dal romanzo, ma sinceramente ho i miei dubbi anche su questo punto.
  Il libro è godibilissimo, scritto in maniera scorrevole e piacevole (a parte gli ammiccamenti in cui il protegonista si rivolge direttamente al lettore, che sono onestamente stucchevoli e tendono ad abbassare la percezione della qualità del libro ad un thriller da bancarella, o supermercato, cosa che in realtà non è affatto), i riferimenti onestamente mi pare siano più che altro cinematografici pur rumanendo lo stile e la struttura strettamente letterari, la detection funziona, sempre sospesa tra razionalità e logica magica orientale, intoltrandoci in un inferno che nonostante tutto esiste, nostro malgrado e, sempre nostro malgrado, non smette di emanare un certo fascino sinistro e, a tratti, poetico (di quella poesia maudit che forse esiste solo negli occhi di noi stupidi farang)



John Burdett è nato in Gran Bretagna e vive in Asia. Ex avvocato, ha scritto A Personal History of Thirst, The Last Six Million Seconds, Bangkok 8, un romanzo che ha venduto piú di centomila copie negli Stati Uniti ed è stato tradotto in 19 paesi, e Bangkok Tattoo. Bangkok uccide è apparso nelle classifiche americane dei romanzi piú venduti del 2007

sabato 4 gennaio 2014

Il dio di Gotham, di Lindsay Faye, Einaudi Stile Libero

  Non ho mai letto Michael Connelly e non ho alcuna intenzione di farlo,e pertanto non posso esprimermi sulla sua opera, ma quando scrive di essere entrato nel mondo creato dalla Faye fin dalle prime pagine e di non essere più stato in grado di allontanarsene fino all'ultimo capitolo, non posso che essere d'accordo con lui. Il Dio di Gotham è un vortice perfettamente creato nel quale il lettore viene risucchiato e centrifugato a dovere, per poi esserne sputato fuori solo all'ultima riga dell'ultima pagina (vale a dire a romanzo ormai concluso, quindi dopo l'ultima riga della postfazione storica). In un certo senso, non siete voi che comprate il libro e lo leggete, e ne godete, e certo non siete voi a decidere liberamente quando aprirlo e soprattutto quando chiuderlo. Al contrario, il lettore è un giocattolo (un pupattolo, per restare al mondo de Il dio di Gotham) nelle mani del libro (forse ancor più del libro che dell'autrice), che ne fa quello che vuole, lo strattona, lo porta indietro nel tempo alla metà del 1800 in quella New York filmata da Scorsese in Gangs of New York, dove la povertà più estrema e la conseguente violenza (unico mezzo per aggrapparsi ad una sopravvivenza diaria) erano pressochè l'unica realtà possibile, con una città che cresceva a ritmi insostenibili e un mare di immigrati che, per sfuggire alla carestia di patate in Irlanda, si riversava oltreoceano sulle sponde della terra promessa in cerca di una speranza di vita, o di una morte più dignitosa. Nel 1845 viene creato il corpo delle "stelle di rame", vale a dire il primo corpo di polizia della città di New York, in discreto ritardo sulle altre città di pari grandezza ed importanza, e Timothy Wilde ne entra, suo malgrado, a far parte. T.W. e suo fratello Valentine sono rimasti orfani da piccoli, a causa di un incendio (estremamente frequenti all'epoca) che ha portato via i loro genitori in un'oscena e colpevole vampa: da allora i due sono cresciuti agli antipodi: V.W. è divenuto un forte sostenitore del partito democratico, del quale rappresenta già una sorta di autorità locale - giovane virgulto dalla sicura e billante carriera futura -, lavora per il corpo dei vigili del fuoco, nel quale si distingue per spavalderia e sprezzo del pericolo, e si dedica pervicacemente ed in pari misura all'alcol, alle bravate, alle cattive compagnie, alle droghe ed ai piaceri carnali, mentre Timothy, il fratello minore, è un ragazzo intelligente e oculato, che disprezza il fratello (nella stessa misura in cui lo ama) e che lavora come oste al Nick's Oyster Cellar dove ha imparato ad ascoltare la gente, a capirla e a classificarla con pochi sguardi. Mette da parte giorno dopo giorno i risparmi che, nei suoi sogni, serviranno a porre le basi per la sua futura vita insieme a Mrs Mercy Underhill, la figlia del pastore protestante, giovane, carina, intellettuale e benefattrice di chiunque si trovi in stato di necessità (quindi verso buona parte della città e la quasi totalità della zona dei Five Points) a prescindere dal credo religioso, verso la quale nutre un'adorazione tale da non essere mai stato in grado di confessarle il proprio amore (amore che, ad essere sinceri, sfocia nella devozione vera e propria). Ogni giorno T.W. ascolta i clienti berciare contro i ratti papisti irlandesi che infestano la città, mangiapatate che in quel momento vengono considerati un gradino sotto i cittadini di colore, adepti del retrogrado e demoniaco culto papista, sbarcati a New York per violentare, uccidere, rubare, prostituirsi e, in buona sostanza, corrompere sotto ogni punto di vista la cosidetta buona società protestante nella quale si riconoscono i nativi. Bene. Essendo frequenti gli incendi, come poco fa accennato in parentesi, uno di questi, enorme e dai tratti infernali, rade al suolo un intero quartiere, lasciando in cenere la taverna Nick's, il lavoro di oste, l'alloggio e tutti i soldi pazientemente messi da parte da Timothy in vista del futuro idilliaco che gli vorticava per la corteccia cerebrale. In più, gli cancella una parte della faccia, riducendogliela come carne cotta al barbecue. Poco dopo nasce il corpo delle "stelle di latta", il primo embrionale e abborracciato corpo di polizia della città di New York, e i fratelli Wilde ne entrano a far parte da subito, grazie agli agganci politici di Valentine. La nuova vita, il nuovo lavoro, la nuova miseria nella quale Timothy precipita vengono presto scossi da una bambina coperta da una camicia da notte inzuppata di sangue che, sul finire del turno, gli va a sbattere contro. A questo punto siamo già immersi nel bel mezzo di un puro romanzo d'appendice di fine ottocento - inizio novecento: potrebbe uscire a puntate su qualche giornale e ci scopriremmo stupiti di come sia stato idiota abbandonare questa forma di narrazione in favore di qualche stereotipato serial televisivo (non tutti lo ammetto, ma molti si). Trascorsa qualche decina di pagine dedicate all'introduzione dei personaggi, delle loro vicende essenziali e, soprattutto, a dipingere il quadro storico e sociale della New York del 1845, la macchina infernale che è Il dio di Gotham prende il via e non vi lascia più. Letteralmente vi maciulla. La bambina, Bird Daly, è una pupattola irlandese - per pupattola s'intende una minorenne che si prostituisce in una casa d'appuntamenti - e il sangue sulla vestaglia non è suo, è un'abile bugiarda e sostiene di essere scappata dal lupanare (leggi: bordello) in cui lavorava quando un uomo col cappuccio è entrato per fare a pezzi un suo amico, pupattolo a sua volta. Si dice certa che l'uomo col cappuccio, che si sposta su una carrozza nera, abbia fatto a pezzi molti altri bambini come lei (pupattoli, irlandesi), e dice anche di sapere dove li ha seppelliti. Bird è un'adorabile bugiarda, ma le sue parole vengono corroborate da una fossa scavata su sua indicazione ai margini estremi della città in espansione e nella quale vengono rinvenuti resti umani. Resti umani di bambini, in numero di diciannove corpi. Da qui, l'ottovolante (o il tagadà, o il tunnel degli orrori, o qualche altra diavoleria da Luna Park) parte e non vi resta che aggrapparvi forte, perchè scendere a metà della corsa non è un'opzione prevista. Sullo sfondo di una società ai suoi primordi, ancora per buona parte incapace di darsi un'organizzazione civile (al di là di forme semistrutturate e discretamente corrotte di partitismo che sono ancora molto vicine al banditismo) e quindi basata sulla legge del più forte e in balìa degli istirismi e delle paure di una popolazione ignorante e affamata, divisa da xenofobia e da odi religiosi (da notare: qui la minaccia non è l'islamismo odierno ma il cattolicesimo, visto e descritto con gli stessi toni scientifico-antropologico-demenziali con cui ora viene dipinto l'islam), la trama si muove con l'elegante agilità di una ragazzina sveglia e spigliata, sfrontata e allegramente cupa, a metà tra il feuilleton e il blokbuster hollywoddiano. Preti, pastori, puttane, tenutarie di bordelli, lampioni a gas, politicanti, corruzione, infanzia negata, miseria, deliri religiosi, prostituzione minorile, resti umani, corpi sventrati, best seller anonimi scollacciati ma realisti (Luce e ombra nelle strade di New York), odi e riconciliazioni famigliari, papisti e protestanti, donne angelicate e donne in carne ed ossa (spesso più in ossa che in carne), Londra come punto di fuga agognato e tranci di volti arrostiti dalle fiamme, madri assassine (Eliza Rafferty è una figura storica) e panettiere teutoniche dal cuore grande e caldo come un'enorme pagnotta, morti di fame e, infine, la nascita leggendaria di quello che sarebbe divenuto l'altrettanto leggendario NYPD (cioè il soggetto di tanti di quei serial televisivi poco sopra vituperati, e non tutti - ammetto - a ragione).
  La scrittura è rotonda e compiaciuta, forse un filo troppo leziosa, e i personaggi sembrano appena usciti da (o in procinto di entrare in) un filmone hollywoddiano e i loro lineamenti, mentre leggiamo il libro, cominciano già ad assumere le sembianze di qualche star del firmamento cinematografico e poi, volendo, ci saranno indubbiamente una montagna di altri appunti che si possono fare al libro, primo fra tutti che non è un capolavoro, macchissenefrega, non è che sia poi molto importante dal momento che, quando finalmente il dio di Gotham avrà mollato la sua presa su di voi, risputandovi attoniti e storditi su questa terra, vi ritroverete a sentire la mancanza di tutta quella sporcizia, quella violenza e quell'immondizia, e non vedrete l'ora di rituffarvi nel secondo libro della seri di Timothy Wilde (sempre sperando che in Italia venga tradotto).

N.B.: una curiosità: per quel che sono riuscito a capire, Gotham è un nome che viene affibbiato alle zone malfamate di NewYork a partire da Batman (a parte un villaggio del Notthinghamshire, in Inghilterra), quindi non ha nulla di storico e nel 1845, casomai qualcuno l'avesse pronuciato, sarebbe stato preso per tocco o, come minimo, come persona che si esprimeva con parole di oscuro significato, con ogni probabilità uno straniero. Questo particolare dà l'idea di cosa sia Il dio di Gotham, un romanzo feuilleton ottocentesco-postmoderno, un po' sullo stampo dell'ultimo Sherlock Holmes cinematografico.


Lyndsay Faye ha esordito nella narrativa con Dust and Shadow, un romanzo che vede Sherlock Holmes indagare sui delitti di Jack lo Squartatore. Il dio di Gotham è il suo secondo libro e il primo titolo di una nuova serie che ha per protagonista il detective Timothy Wilde. Ha alle spalle una carriera di attrice teatrale.

martedì 31 dicembre 2013

Le abitudini delle volpi, di Arnaldur Indridason, Guanda editore

 Erlendur vive a Reykjavík, fa il poliziotto nella capitale, ha un matrimonio fallito alle spalle e due figli coi quali cerca di riconciliarsi dopo essere sparito dalle loro vite per diversi anni, dopo la separazione. La figlia è uscita da un lungo periodo in cui è stata una tossica di strada e il figlio è chiuso in sè stesso e rimane un mistero insondabile agli occhi del padre. Ha una compagna, Valgerdur, che forse lo ama e lo capisce o forse lo ama malgrado lo capisca.
  Erlendur è un uomo solitario, di poche parole e questa volta è lontano da Reykjavík, da solo, nei luoghi dove è stato bambino, dove la sua vita, in un certo senso, molto tempo fa, si è fermata. Quelli sono i luoghi in cui, durante una tormenta di neve, hanno rischiato di morire assiderati lui e suo padre, nella stessa tormenta che ha inghiottito il suo fratellino, Bergur, scomparso senza lasciar traccia di sè se non un'eredità di dolore muto, carico di silenzi e di sensi di colpa, che ha eroso la sua famiglia, portandola a cercare sollievo (e distanza, distanza dal dolore) a Sud, nella capitale, Reykjavík, la grande città che in quegli anni fungeva da calamita per tutti coloro che cercavano un lavoro o fuggivano da qualcosa.
Ha preso l'abitudine di tornarci, di tanto in tanto, e di trascorrere le gelide notti del nord dell'Islanda, da solo, nei ruderi della casa della sua infanzia. Seguendo un abitante del luogo, tale Boas, alla caccia alla volpe, s'imbatte in una delle sue ossessioni, un caso di scomparsa. Un caso di scomparsa durante una tormenta di neve. Un caso di scomparsa durante una tormenta di neve negli stessi luoghi dove è sparito il suo fratellino Beggi, in una di quelle tormente nelle quali l'esitenza di Elrendur si è smarrita, o è rimasta congelata in qualche crepaccio, sepolta sotto metri di neve e di sensi di colpa. Nel 1942, in Gennaio, nel medesimo giorno e nel medesimo luogo in cui una colonna di militari inglesi si era fatta sorprendere dal mal tempo, scompare una donna che, a piedi, senza apparente motivo, voleva oltrepassare il passo nella brughiera e scollinare dall'altro versante per raggiungere la madre. I militari inglesi, soccorsi dagli abitanti del luogo, erano stati ritrovati tutti, i vivi e i morti, ma della donna, Matthildur, non si era trovata traccia, neppure negli anni successivi. La sua storia era divenuta una sorta di leggenda locale che la voleva tornata sotto sembianze di spettro a tormentare l'esistenza di Jakob, il marito, che avrebbe trovato la morte qualche anno dopo, durante una tempesta in mare. Erlendur, spinto dalla curiosità e dal parallelismo con la vicenda del fratellino, si incaponirà per giungere alla verità celata dietro gli anni trascorsi, i silenzi e dietro i pudori che hanno fino a quel momento coperto i reali termini della vicenda. Scoperchierà bare ed esistenze, risveglierà dolori e fantasmi, ma non arriverà a far pace con sè stesso nè a placare quel muto demone che lo divora giorno dopo a giorno, brandello dopo brandello. Anche se ogni libro della serie fa storia a sè, il ciclo di Elrendur va letto tutto, perchè solo l'insieme compone i reali parametri esistenziali entro cui si muove la vita del protagonista e la poetica (si, poetica, anche se parliamo di gialli) dell'autore. Solo avendo già letto gli altri si può aprezzare appieno quest'ultimo episodio che, pur nel presente, torna alle radici della vita del protagonista e lo mette faccia a faccia con la tragedia che lo ha segnato nell'infanzia, modifcandone il carattere e il suo approccio alla vita, e così facendo, come in una reazione a catena, siamo portati a credere che il fallimento del suo matrimonio, i suoi silenzi, il difficile rapporto coi figli, e quindi la vita stessa dei figli, il suo approccio al dolore e agli altri esseri umani, dipendano tutti, almeno in parte - in larga parte - da quell'episodio perso nella tormenta, nel passato, assieme a Beggi. Leggendo Indridason, si ha l'impressione confortevole di non essere soli davanti (o dentro) un libro, un libro giallo, ma di trovarci di fronte agli avvenimenti di un essere umano in carne ed ossa che non ha a che vedere con complotti millenari o con serial killer mefistofelici, che non ingolla alcool dalla mattina alla sera per lenire un dolore un po' troppo stereotipato per essere vero (spesso neppure verosimile), ma che affronta come può, spesso sbagliando (forse), il dolore di tutti i giorni, la difficoltà dei rapporti umani e dei sentimenti, l'assurdo e caparbio trascorrere del tempo che tutto travolge, lentamente, e ad ogni cosa rende una prospettiva infima, insignificante. Erlendur vive in un mondo dolente, grigio, dal quale si lascia trasportare perchè è egli stesso parte di quel dolore silenzioso e invisibile: oppone la resistenza che gli è consentita dal proprio codice morale e dal proprio ruolo di poliziotto, ma è una lotta persa in partenza dove bene e male si confondono spesso, dove chi commette il reato, a volte, è dalla parte della ragione ma non della legge, dove a volte i sentimenti che eruttano in un attimo nell'esistenza di una persona cambiano i destini di una e più vite. Questo episodio, in particolar modo, pur essendo un giallo nel più puro stile Indridason, quindi un giallo solido, scritto bene, è al contempo un romanzo sul tempo, sul suo incedere cieco, sul suo togliere significato e speranza, e sulla pochezza della vita umana, che si conta a consuntivo sulle date incise su una lapide, dove d'un tratto balza agli occhi come una vita lunga, novanta e più anni, sia alla fine una parentesi che si chiude in un cimitero, sotto qualche metro di terra, a marcire, come il ricordo si sbiadisce nella testa della gente. Ho parlato di poetica perchè i romanzi di Indridason, pur senza essere pretenziosi nello stile e nelle strutture (ma comunque lineari, chiari, accessibili e, nella loro semplicità, eleganti) sono indubbiamenti poetici: sono struggenti come solo sanno esserlo le esistenze comuni se solo ci si prende la briga di fermarsi ad osservarle, come fa Indridason, con distacco e partecipazione allo stesso momento.


Arnaldur Indriðason (Reykjavìk 28 Gennaio 1961)è uno scrittore islandese, noto particolarmente per i suoi romanzi polizieschi che hanno come protagonista il personaggio di Erlendur Sveinsson.
La traduttrice delle sue opere in italiano è Silvia Cosimini. Tutti i romanzi tradotti in italiano sono stati pubblicati dalla casa editrice Guanda.
Vive a Reykjavík, è sposato e ha tre figli. Dal 1981 al 1982 ha lavorato come giornalista al Morgunbladid. In seguito ha lavorato come giornalista indipendente e come critico cinematografico. Si è laureato in storia nel 1996 all'università islandese.
Ha iniziato la sua carriera di scrittore nel 1997 pubblicando il primo romanzo della serie dedicata al commissario Sveinsson. Ha vinto numerosi premi, fra i quali Glasnyckeln e Gold Dagger.
Su questo blog è già stato recensito il suo romanzo La signora in verde

domenica 24 novembre 2013

La piramide, di Juan Villoro, Gran Vìa edizioni



  Finalmente, viene da dire. Nel senso che, finalmente, pare che l'editoria italiana si stia rendendo conto dell'esistenza (e della caratura) di Juan Villoro, ottimo scrittore messicano e premio Herralde nel 2004. Dopo I colpevoli (Cuec, 2009), Il libro selvaggio (Salani, 2010) e il recentissimo quanto breve Chiamate da Amsterdam (Ponte alle Grazie, 2013), Gran Vìa dà alle stampe questo "thriller tropical distopico", pubblicato lo scorso anno per Anagrama, che è stato finalista al Ròmulo Gallegos di quest'anno. In realtà non so se si possa definire thriller nè tantomeno distopico, ma tropicale sì, e forse, alla fine dei conti, è pure un thriller distopico, anche se in verità non dovrebbe fregare niente a nessuno di come catalogare un bel libro. La costa Messicana è ormai un susseguirsi di hotel vuoti ed in rovina, strutture orbate dalla furia delle tempeste tropicali e abitate da animali - e insettume vario - alquanto sgradevoli, altri continuano a rimanere aperti pur rimanendo vuoti, solo uno, a Kukulcan, fa soldi a palate, La piramide (ovvio riferimento, anche architettonico, alla piramide - o tempio - di Quetzalcóatl, il cui nome maya è, appunto, Kukulcan). Il visionario Mario Muller lo gestisce seguendo le sue intuizioni estreme e postmoderne, offrendo alla propria clientela un soggiorno a base di paura fittizia. Gran parte degli abitanti della cittadina lavora per la Piramide, se non come personale interno, come attori pagati per fingersi di volta in volta terroristi o narcotrafficanti. La paura diviene merce, la banalizzazione della paura, data in pasto a turisti affamati di emozioni (e forse un tantino imbecilli, o svitati: ma in fondo chi non lo è?) diviene mezzo di riscatto dalla povertà per gli indigeni, diretti discendenti dei Maya più visceralmente di quanto loro stessi non siano pronti a sospettare. Poi, l'inevitabile accade, tra tanti pericoli creati ad arte la vita vera s'insinua e con essa la morte, violenta, di un sub, Ginger Oldenville, che lavorava per l'hotel, trafitto alle spalle da una fiocina. Da qui parte la detection. La storia viene raccontata dal punto di vista di Antonio Gòngora, amico intimo di Mario Muller, col quale ha condiviso un passato da quasi rock star nella band heavy metal degli Extraditables, seguendo passo passo la solita storia di chi è arrivato quasi a poter toccare con mano la fama per poi piombare nell'oblio e nel disfacimento a base di droghe, eccessi e scelte sbagliate ed autodistruttive. Antonio Gòngora ha un dito in meno ad una mano, scoppiato via insieme ad un petardo, e si trascina dietro una gamba che è stata lesionata da ragazzino (ci sono diverse menomazioni nei personaggi di questo libro, fisiche e non solo, come se ognuno di loro, vivendo, avesse perso qua e là qualche pezzo) e la memoria che gira a vuoto almeno per un cinquanta per cento del suo passato (la percentuale, calcolata a spanne, è sua). Ora, la detection è sempre, negli autori di un certo livello, una scusa, di solito per affondare il bisturi nella società, o in certe parti di essa, per sezionare il nostro mondo e criticarlo senza dare troppo l'impressione di farlo, per trascinare l'interesse del lettore che, altrimenti, non durerebbe a lungo se gli si proponesse un saggio di critica sulle storture della società moderna. In questo caso, però, non è così, la Piramide è un mondo a sè stante, lontano dalla realtà e autoreferenziale anche se, scopriremo poco alla volta, non impermeabile ad essa, ma fino ad un certo punto è una piramide (l'architettura voluta da Muller è appunto quella di un piramide maya) chiusa in una bolla, che si bea di spaventi controllati ad arte da professionisti del settore. La morte del sub (e poi - anzi prima - di un altro sub suo amico, e forse amante) fa nascere delle incrinature lungo la superficie della bolla: da qui, la realtà prende a filtrare: interessi finanziari, centri decisionali e direttivi europei, narcotraffico, vendette cercate e vendette portate a termine, deliri, buona sorte di cui non ci si riesce a liberare, tumori all'ultimo stadio, boss sgozzati, cravatte colombiane, dipendenti messi a tacere e, dietro o, per meglio dire, "sopra" tutto questo, ad aleggiare come una nebbia malsana, le leggende e la storia maya che colorano ogni pagina di soffici deliri di morte e di sangue che pare scorrere in abbondanza più attorno alla Piramide che all'interno di essa. Ho impiegato un po' di tempo a capire quale fosse l'elemento di questo romanzo che lo rende diverso da ogni altro libro del genere (comunità chiusa, delitto, realtà che tracima e squassa la comunità all'inizio apparentemente perfetta: esempio cinematografico, il primo che mi viene in mente, uno tra i tanti: The village), perchè in realtà molti aspetti della narrazione sono piuttosto classici (la storia della band, le droghe e tutta la peridizione che si portano dietro - che ricorda molto da vicino Un bravo ragazzo, di Javier Gutierrez -, l'hotel, il tropico bollente, pieno di zanzare e seducente, una certa tensione sessuale lasciata ad aleggiare quasi fosse una minaccia, i gringos, il Messico come luogo per ricominciare, come un'eutanasia per occidentali, ecc.). Dando per scontato lo stile, sicuramente alto, non tipicamente latinoamericano, ma neppure un'imitazione sgraziata dello stile da hardboiled nordamericano, c'è un altro aspetto che in qualche misura sovverte lo scenario per certi versi quasi stereotipato: qui il Messico è il rifugio non tanto di yankees in fuga da sè stessi (lo è, anche, ma non solo), ma di messicani in rotta col proprio passato e, soprattutto, il punto di vista è quello di Antonio Gòngora, un messicano, non già un gringo come nei romanzi di Kent Harrington (uno tra i tanti, giusto per fare un esempio), qui il passato del luogo non tanto aleggia sulle teste di protagonisti che lo subiscono, venendo da una cultura altra, ma scorre a livello del terreno, sotto la pelle della gente, che sono cuochi, elettricisti, camerieri, ma paiono sovrani maya. Il punto di vista narrativo insomma, viene totalmente sovvertito (ma con grazia, ce ne si rende conto a fatica, e dopo un po' di tempo: ad esempio bisogna far attenzione, tendere l'orecchio, per comprendere quanto suoni strana la parabola di una statunitense senza permesso di soggiorno che vive nel terrore di essere ricacciata nel proprio paese), ma non solo. Gli investigatori sono elementi di contorno, un po' corrotti, non tanto ma giusto un poco, come tutti, un po' stampalati, senza mai diventare caricature vere e proprie. Le indagini in qualche maniera sembra vadano avanti da sè, come se facessero parte di un meccanismo che, una volta innestato, diviene ieneludibile nelle sue conseguenze e, poco alla volta, travolge tutto e tutti. E i protagonisti. Sembrano portatori ognuno di un tassello diverso di un unico incomprensibile ed assurdo passato che, ricomposto, non prefigura nulla di buono - la Piramide, il presente, è appunto solo una bolla che finirà per scoppiare lanciando il suo contenuto in mille direzioni diverse -, e l'unico personaggio che suo malgrado si scoprirà con un futuro di fronte sarà proprio il narratore, Gòngora, che se lo ritroverà come ultimo cervellotico, e per certi versi disperato, regalo del proprio amico Mario Muller. Un mondo di finzione che, quando va in pezzi (e va in pezzi nell'assurdo tentativo di presevare sè stesso, tentativo che, paradossalmente, ne decreterà la fine), si scopre ad avere tutti i propri abitanti che vanno in pezzi a loro volta, forse essendolo stati da sempre. Tutto questo equilibrio precario viene tenuto insieme da uno stile asciutto, ironico, distaccato, per certi versi molto poco sudamericano, ma che mai scimmiotta i maestri statunitensi del genere: l'ironia per quanto amara è sempre lieve, i pensieri di Gòngora che fanno da contrappunto non sbilanciano mai i toni della narrazione, e il fraseggiare paradossale quello sì è un marchio di fabbrica tipicamente latino. Il risultato è davvero notevole, un gioco di equilibri sempre a rischio di cadere in qualche luogo comune o in caratterizzazioni banali, ma che mai scade in un risultato meno che apprezzabile. Forse non è un thriller distopico, ci sta, non chiedetemi cosa sia se non un ottimo libro.




Juan Villoro nasce a Città del Messico nel 1956. Scrittore, giornalista, drammaturgo, traduttore, Villoro è per la sua traiettoria letteraria uno dei più conosciuti e apprezzati esponenti della cultura ispanica. Tra i testi pubblicati in Italia si ricordano: I colpevoli (Cuec 2009), Il libro selvaggio (Salani 2010), Chiamate da Amsterdam (Ponte alle Grazie 2013), mentre presso gran vía nel 2008 è apparso un suo racconto nella raccolta En la frontera. Con La Piramide, Juan Villoro è stato finalista al prestigioso Premio Rómulo Gallegos 2013.

mercoledì 20 novembre 2013

L'eroe discreto, di Mario Vargas Llosa, Einaudi editore

  Se siete tra coloro che ritengono indispensabile che un libro porti in sè una morale, non è difficile in questo caso individuarne una. Una anche rassicurante ed esplicita seppur un po' banale: siate onesti, retti, prestate fede alla parola data e sarete ricompensati (già in vita, tra l'altro, e non solo e non tanto moralmente, quanto piuttosto materialmente) . Un po' pochino, si dirà, per un premio Nobel (2010). Rigoberto, esponente della Lima bene, dirigente di un'agenzia assicurativa vicino alla pensione, padre di famiglia amorevole ed assennato, marito fedele e passionale, dagli interessi culturali elevati, decide - consapevole delle possibili conseguenze - di accettare di far da testimone al matrimonio tra il suo anziano superiore (nonchè amico e proprietario dell'agenzia assicurativa in cui lavora) e la di lui (ben più giovane) domestica Armida, matrimonio che estrometterà i due figli (scavezzacollo, semideficienti e praticamente delinquenti) dello sposo dalla linea ereditaria. Felìcito, piccolo imprenditore di Piura che ha fatto fortuna mettendo in piedi un'impresa di trasporti partendo dal nulla, con la sola eredità dell'esempio paterno e di una sua frase ("non farti mai mettere i piedi in testa da nessuno"), si trova ad affrontare le richieste di pizzo di una presunta mafia locale e, suo malgrado, a divenire un eroe, popolare per il suo coraggio, celebrato dai giornali e riconosciuto per strada. Senza scendere negli snodi della trama per non sottrarre nulla al piacere della lettura, le due vicende si sciolgono in un finale che è il più classico dei lieto fine, dopo essersi inaspettatamente intrecciate l'una all'altra. Però, ancora nulla che giustifichi un premio Nobel. Tra le altre facezie nelle quali si incappa leggendo il libro, troviamo: visioni religiose (o pseudo tali), incesto, prostituzione minorile gestita dalla madre della giovane prostituta, inganno, figli illegittimi fatti passare per figli naturali, ricatti, mantenute, molestie sessuali di stampo pedofilo, cocaina e droghe varie, eredità da sogno, minacce, povertà e ricchezza, riscatto, arti orientali, sensitive, persone che muoiono (di morte presumibilmente naturale, c'è da dirlo) e persone che scompaiono, e chi più ne ha più ne metta. Messa così, vi aspettereste un romanzo pulp, da cui Tarantino potrebbe tirar fuori uno dei suoi film, oppure, appunto, una telenovela infinita: niente di più distante dalla realtà. Il perchè questo è un libro a suo modo importante (e scritto con la solita ferma maestria di Vargas Llosa) lo si comprende leggendo un passaggio a pag. 278, in cui l'autore esplicita al lettore quello che è il suo gioco:
  " Dio mio, che razza di storie riservava la vita quotidiana; non erano capolavori, più vicine alle telenovele brasiliane, colombiane e messicane che a Cervantes e a Tolstoj, senza dubbio. Ma non così lontane da Alexandre Dumas, Emile Zola, Dickens o Benito Pérez Galdòs. "
L'autore pesca a piene mani dal serbatoio di "cultura" popolare tipico della cronaca nera e rosa, del racconto orale, del pettegolezzo e, come sottolinea nel brano qui sopra riportato, delle telenovelas (che a loro volta pescano dalla cronaca, dal racconto orale e dal pettegolezzo) e, con uno stile leggero, misurato e sopraffino, mette in piedi una struttura narrativa perfetta che innalza il materiale utilizzato (grezzo, basso, a tratti volgare) a vera e popria letteratura. Alta letteratura. La storia, ambientata ai giorni nostri lascia emergere un Perù ancora affascinante per la sua arretratezza, per le sue caratteristiche che permangono invariate col trascorrere degli anni e dei decenni, per le sue vertiginose differenze sociali, e per le sue dinamiche che, per molti versi, paiono uscire da una sorta di infinito ed ininterrotto medioevo latinoamericano. In questo senso i richiami ai cibi, ai balli, alla musica, ai modi di dire (ora piurani ora limeni), alle storie popolari (molte delle quali già soggetti di altri libri di Vargas Llosa) sono, per il lettore europeo, un richiamo irresistibile e terribilmente affascinante (inutile spiegare perchè lo sono in maniera assolutamente diversa quando non totalmente opposta dalle tematiche di Marquez: qui, nonostante tutto si parla di realtà, non si trasfigura nulla, o quasi). Il libro fa parte di quello che chiamo "il ciclo piuriano" di Vargas Llosa ("Chi ha ucciso Palomino Molero?", "La casa verde", "Il caporale Lituma sulle Ande", "La Chunga") da cui eredita il personaggio del sergente Lituma (e i richiami alla Chunga) e lo mescola con un'altro filone narrativo da cui prende a prestito uno dei due protagonisti, Rigoberto ("Elogio della matrigna"). Lo stile, e le tecniche narrative (il marchio di fabbrica del passaggio improvviso tra situazioni, luoghi, tempi e personaggi diversi che si intercalano a vicenda, straniando il lettore, ma ottenendo un effetto di contemporaneità che può essere paragonato alle sequenze filmiche proiettate contemporaneamente sullo schermo del cinema) sono quelle proprie del premio Nobel peruviano, maneggiate con una sicurezza che pochi autori al mondo hanno e che garantiscono alla narrazione una scorrevolezza invidiabile e una scioltezza che permettono alla trama di scorrere quasi come se l'autore non ci avesse posto mano. In realtà è l'esatto opposto: Vargas Llosa prende topoi della cultura bassa (per certi versi così bassa che più bassa non si può) latinoamericana, li immerge in un presente che tocca solo marginalmente un tempo tutto peruviano che pare non scorrere mai realmente ma rimanere impantanato in un perenne passato, e costruisce un'architettura narrativa tanto solida quanto lieve per portarli alla dignità letteraria, il tutto senza apparente sforzo, facendo sì che il lettore quasi non si accorga di quanto l'autore sia impegnato in un gioco di prestigio di altissimo livello. E qui torniamo all'autosvelamento di pagina 278: certo, partendo dalla materia prima delle telenovelas (e quindi della cultura, del sentito popolare) non si giunge ai livelli di Cervantes o Tolstoj, Llosa non lo pretende, si pone un gradino più in basso ma, sottolinea, neppure ci si deve fermare per forza alle telenovelas: fino a Dumas, Hugo, Dickens o Pérez Galdòs ci arriva anche lui.
  Forse si tratta solo di un gioco di prestigio, di un saggio di bravura dello scrittore peruviano, ma certamente è riuscito alla perfezione, senza neppure lasciar sospettare di voler essere pretenzioso, e questo sì, è da premio Nobel.

 

Mario Vargas Llosa è nato nel 1936 ad Arequipa, in Perú, e attualmente vive a Londra. Nel 2010 è stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura. Einaudi ha in corso di pubblicazione l'intera opera. Tra i titoli già pubblicati: La Casa Verde, La zia Julia e lo scribacchino, La guerra della fine del mondo, I quaderni di don Rigoberto, La città e i cani, Lettera a un aspirante romanziere, Conversazione nella «Catedral», Elogio della matrigna, La festa del Caprone, Pantaleón e le visitatrici, Storia di Mayta, Il Paradiso è altrove, I cuccioli. I capi, Chi ha ucciso Palomino Molero?, Avventure della ragazza cattiva, Appuntamento a Londra, Il caporale Lituma sulle Ande, Il narratore ambulante, Elogio della lettura e della finzione, La Chunga e Il sogno del celta. Nel 2012, sempre per Einaudi, è uscito Alfonsino e la Luna (ET Pop); nel 2013, nella nuova collana digitale dei Quanti, Mondo, romanzo (con Claudio Magris), La civiltà dello spettacolo (Passaggi) e L'eroe discreto (Supercoralli).

lunedì 11 novembre 2013

Hay algo que no es como me dicen (el caso de Nevenka Fernandez contra la realidad), di Juan Josè Millas, editorial Seix Barral

  Questo libro è la dimostrazione pratica del perchè non andrebbero mai comprati (e prima ancora pubblicati, e ancor prima scritti) i cosiddetti instant book: lasciando trascorrere una decina d'anni dallo svolgersi degli accadimenti e affindando il materiale a uno scrittore di enorme talento quale è Juan Josè Millas, si rischia di ritrovarsi per le mani un ottimo libro. Ed è ciò che ha messo insieme l'autore partendo da un fatto di cronaca avvenuto a Ponferrada, un comune di quasi settantamila abitanti della provincia di Leòn, Spagna (ovviamente). Una giovane assessore del comune, Nevenka Fernandez, dopo essersi eclissata per diverso tempo dal suo lavoro in giunta, e aver così lasciato il campo libero a voci di qualsiasi genere ("è drogata"; "si sta dissintossicando in una clinica a Madrid"; "è entrata in una setta religiosa"; "è uscita di testa"), indìce una conferenza stampa nella quale annuncia le sue dimissioni e ne denuncia ai media la causa: le molestie sessuali subite da parte del sindaco, Ismael Alvarez, esponente locale di spicco del PP (Partido Popular). Il caso esplode a livello nazionale, viene trattato in televisione e sui giornali, tutti ne parlano e Millas, leggendo le cronache giornalistiche, comincia a porsi alcune domande: che razza di nome è Nevenka, per una spagnola purosangue? Da dove arriva, qual'è la storia di quel nome? E perché la Fernadez non rilascia mai un'intervista, non appare mai in televisione, rifiutando ricche offerte in denaro (proprio in un momento in cui di denaro aveva bisogno, e lavoro, causa il risalto del suo caso giudiziario, non le veniva offerto)? Cosa si nasconde dietro i pochi dati che emergono dalle cronache dei giornali? In quel momento la Spagna si divide tra chi sostiene che il sindaco sia colpevole e chi non può far a meno di malignare che se certe cose sono avvenute allora lei (giovane, carina) qualcosa deve pur aver fatto. C'è chi addirittura si autoconvince di aver visto immagini della Fernadez in minigonna alla conferenza stampa (come se fosse un sigillo di colpevolezza!), particolare che si rivela falso ma che, come sottolinea più volte Millas, altro non è che la manifestazione di una necessità della persona che ricorda quella minigonna: ho bisogno di pensare che sia lei quella sbagliata, quella che ha sbagliato, che si è comportata male, la poco di buono, perchè altrimenti dovrei pensare che tutto il sistema è marcio, e questo equivale a veder crollare d'un solo botto tutto un mondo che da quel sistema è sotteso. Di solito la gente ha bisogno di credere in qualcosa, e poi ha la necessità assoluta di non veder crollare le proprie convinzioni. Piaccia o meno è così che funziona. Il libro ripercorre i fatti, ma si spinge più in là, analizza la famiglia della Fernandez, le sue reazioni (preferiranno crederla pazza, o drogata, piuttosto che ammettere la colpa di un intero sistema di valori che la giunta e il partito di appartenenza della giunta rappresentava), e le origini di quella famiglia così sinistramente (non che si tratti di una famiglia sinistra, tutt'altro, ma è proprio quella normalità priva di sfumature ad essere inquietante, come può esserlo un cubetto di porfido o un blocco di marmo) "normale". Ne esce un ritratto in movimento di una giovane donna che in tenera età scopre (da qui il titolo: hay algo que no es como me dicen: c'è qualcosa che non è come mi raccontano) di essere nata fuori dal matrimonio (fatto gravissimo in quel tipo di società che andava fiera di vedere in un capellone un sicuro drogato sociopatico) che trascorre la sua vita impegnandosi a farsi accettare dai suoi stessi genitori, dal padre in particolar modo, tanto da arrivare ad essere sempre, tra i fratelli, quella con la testa sulle spalle, che primeggia in tutto, responsabile, quella che cerca in ogni modo l'approvazione del padre (dirà: "piacevo a tutti gli uomini, tranne a mio padre") al punto da lasciarsi immergere in una realtà e in un sistema di valori che accetta passivamente, senza mai domandarsi se possa davvero essere il suo, quello in cui si rispecchia a fondo. E quando incappa in un uomo, Ismael Alvarez, il sindaco, della stessa età del padre, che incarna, almeno politicamente, gli ideali del padre, non sa rendersi conto che questi è un predatore sessuale che la involve in una rete di ammiccammenti, di doppi sensi, di ricatti, di premi e di punizioni che la fanno scivolare nel ruolo della vittima perfetta, incapace di reazione alcuna di fronte alle pressanti ed esplicite richieste dell'uomo. Quando l'ansia predatoria si incarna in una situazione di vero e proprio mobbing da manuale oltre che di molestie sessuali, la Fernandez ha ormai i nervi a pezzi, è totalmente nelle mani del suo predatore e non può far altro che fuggire. Fin qui, viene da dire, purtroppo, nulla di nuovo nè di particolarmente stimolante, al più ci ritroviamo disgustati, ma la parte realmente interessante (e che chiaramente ha interessato e affascinato Millas) del libro comincia con la presa di coscienza che il mondo solidarizza con il carnefice e non con la vittima, in primis la famiglia stessa della Fernandez. La risposta al perchè di tale reazione apparentemente illogica sta già nella risposta che Millas fornisce per spiegare come qualcuno abbia potuto vedere una minigonna dove una minigonna non c'era: è più facile (e meno pericoloso, meno doloroso) immaginare una colpa nella vittima che riconoscerla in un intero sistema valoriale, senza contare le ovvie ripercussioni che in casi del genere hanno gli aspetti più marcatamente (e storicamente) machisti di una cultura che perpetua sè stessa continuando a identificare la donna come semplice oggetto sessuale. Da qui parte una terza parte del libro nella quale la protagonista (protagonista suo malgrado, viene da dire) affonda, tocca il fondo e infine rinasce: i vari passaggi che la portano a decidere di denunciare il sindaco e, prima ancora, a comprendere di non essere pazza, di essere lei medesima un caso esposto nei manuali che si occupano di molestie sessuali (tanto che, leggendone uno per la prima volta, le pare che sia stato scritto ispiradosi alla sua storia personale), a capire come le sensazioni, spesso terrificanti, cui non riusciva a dare un nome, un nome in realtà l'avevano, erano già state codificate da qualcuno perchè erano già state innumerevoli volte vissute da qualcun altro, e questa possibilità che le si para di fronte, di ridare un nome alle cose, come se si trovasse all'inizio della creazione, la spinge verso orizzonti che la vita che si era ritagliata per compiacere suo padre neppure prevedevano. Scopre che, nell'ambito politico, l'unica persona che si interessa a lei, che si comporta correttamente e che la aiuta è proprio la leader locale del PSOE, vale a dire il partito d'opposizione in comune e il principale avversario a livello nazionale, che mai proverà a trarre vantaggio (politico appunto) dallo scandalo scoppiato nel partito avverso e che, anzi, come detto, cercherà di aiutarla, verrebbe da dire "da essere umano ad essere umano" prima ancora che " da donna a donna ". Scoprirà che fumarsi un porro, una canna, non è l'anticamera della tossicodipendenza, e anche tra i fumatori di marjuana amici del suo fidanzato Lucas, incontrerà solidarietà e aiuto. Si troverà costretta a lavorare come operaia sfruttata, come non avrebbe mai pensato di dover fare (certo la sua famiglia non aveva previsto che entrasse a far parte delle sue esperienze formative). Rimarrà legata al fidanzato Lucas, che la sosterrà sempre, in un modo tutto suo, silenzioso ma fermo, risoluto e al contempo dolcemente virile. Infine oltrepasserà i confini della Spagna e se ne andrà a vivere in un paese non meglio specificato del Nord Europa, col suo Lucas, a ricrearsi una vita, a dare il nome alle cose un'altra volta, in un'altra lingua. Rimane, alla fine del libro (tra parentesi, il processo vedrà il sindaco condannato), lo sconcerto dell'autore nel dover prendere atto che nella moderna Spagna di oggigiorno la normalità è vedere la vittima dover emigrare mentre il colpevole se ne resta a curare i suoi affari nella città in cui ha compiuto i suoi misfatti circondato dall'affetto e dalla benevolenza dei suoi concittadini.
  Il libro, scritto con lo stile e l'acume di cui è capace Millas, è uno scoperchiare la pentola, guardarci dentro, studiare il contenuto, e poi richiuderla chiedendosi come sia possibile che i commensali avvelenati ne vogliano ancora. Acutezza, perplessità, sconcerto. Non tanto verso la società spagnola quanto verso la natura umana.
  Purtroppo per chi non conosce lo spagnolo, il libro non è tradotto in italiano, ed essendo uscito nel 2004 in Spagna, temo che ormai continuerà a rimanere tale.

Juan José Millás è nato a Valencia nel 1946. Dopo aver studiato lettere e filosofia all'Università Complutense, si è poi interamente dedicato al giornalismo e alla scrittura. Tra i suoi numerosi volumi di romanzi e di racconti, in Italia sono usciti Il disordine del tuo nome (Cronopio), L'ordine alfabetico, Non guardare sotto il letto (Il Saggiatore) Il mondo, Carta straccia (Passigli editore). Einaudi ha pubblicato Racconti di adulteri disorientati («L'Arcipelago Einaudi», 2004), La solitudine di Elena («L'Arcipelago Einaudi», 2006) e Laura e Julio («L'Arcipelago Einaudi», 2007).

lunedì 21 ottobre 2013

Bolano, La prossima battaglia, Interviste con Roberto Bolano, Medusa editore, autori vari

  Sette interviste che vanno dal 2000 a pochi mesi prima della morte, nel 2003, per riviste o giornali di Santiago del Cile, Barcellona e Madrid, sette botta e risposta con Roberto Bolano, nel più puro stile Bolanano, vale a dire con quella ricercata sapienza nel dosare paradossi e stroncature, polemiche e benedizioni in cui l'autore cileno era maestro, lasciando cadere le sue frasi con la gentile noncuranza di qualcuno che sa che l'intervista è, in fondo, un genere letterario vero e proprio. Ritroviamo in queste interviste più o meno tutti i temi cari a Bolano, e il suo gusto per la contraddizione e l'autocontraddizione (apparente o effettiva), a volte addirittura praticata all'interno dello stesso periodo. Parla dell'infanzia in Cile, dei suoi genitori, delle loro liti e delle loro separazioni, fino a quella definitiva, del Messico, della scoperta della poesia, della bohème messicana (come suona strana, qui da noi, quest'espressione), il ritorno in Cile e il risveglio, un mattino, nel bel mezzo del colpo di stato, la volontà di unirsi, subito, immediatamente, alla resistenza, la tenera idiozia ed impreparazione di chi credeva di poter mettere in piedi qualcosa, qualsiasi cosa che si opponesse alla prevaricazione golpista. E poi l'arresto, scambiato per un pericoloso terrorista straniero, otto giorni di prigionia fino a quando non viene liberato grazie a due dei suoi carcerieri che si rivelano essere suoi ex compagni di liceo. La morte del poeta Roque Dalton, il suo assassinio vigliacco con un colpo (una bala, o un balazo a la cabeza) alla nuca, nel sonno, per mano di quegli stessi compagni che cercava di convincere a non infilarsi nella lotta armata, e che poco tempo dopo sarebbero scesi a patti con quello stesso potere che avevano combattuto. E da qui agli scrittori, a quelli cileni poco amati, Neruda, Isabel Allende, Luis Sepulveda, ai mostri sacri, Borges, il maestro, il canone della letteratura in lingua ispana, e poi Cortàzar, che incontra da ragazzo, per caso, mentre cammina con Carlos Fuentes (l'odiato Carlos Fuentes), e poi Parra, Nicanor Parra, l'antipoeta. E la generazione di giovani latinoamericani sacrificata, teneramente e stupidamente, nelle varie guerre civili del cono sur (le guerre fiorite). L'amico Mario Santiago, alcolizzato, che muore investito da un auto pirata il giorno dopo aver terminato di leggere le bozze de I detective selvaggi, Arturo Belano e Ulises Lima. I suoi libri, i suoi personaggi, la geografia della sua opera, la sua fidanzata in Cile, una ragazza con un carattere stupendo, che non smette di amare per tutta la vita perchè quando si è amato qualcuno non si smette mai di amarlo. E poi i suoi figli, specie Lautaro, le sue preoccupazioni di padre; e poi la salute, la malattia, il suo rapporto con la morte, col suo fegato malato, col tempo che scarseggia (l'intervista intitolata Non avrei mai pensato di diventare così vecchio, di Rodrigo Pinto, per El Mercurio, di Santiago del Cile, verte praticamente tutta attorno alla sua malattia, alla morte che incombe e a come Bolano viva questa condizione di vita "a scadenza", devo dire tutto quanto - quasi tutto, nell'intervista - di pessimo gusto). E poi il male, il male nei suoi libri, in letteratura, e il male come tema principale dell'esistenza. Qui mi piace riportare una citazione tratta dall'intervista Mai confidare nella memoria collettiva, a pag30, di Dunia Gras Miravet, per la rivista Cuadernos Hispanoamericanos:
  "... La capacità che ha il male assoluto di sovvertire un ordine dato, è enorme. Io, in alcune occasioni sono stato vicino a qualcosa che, vagamente, potremmo chiamare male assoluto, che non lo era, e l'influsso del male, la deformità del male, emanano una sensazione strana, come appiccicosa, ma non esattamente. "
  Ecco, in questa pensiero, c'è tutto Bolano: il richiamo all'elemento autobiografico che, però, riporta al tema generale anzi, universale, in questo caso quello del male assoluto, e la sua eleganza espositiva articolata in apparenti contraddittori interni o, per essere più precisi, in quel suo sezionare le sensazioni fino al punto estremo (così tipico del suo stile: un marchio di fabbrica) di proporre un'affermazione per poi subito dopo modificarla, o moderarla (quei suoi "ma" così densi), come quando indica qualcosa che potremmo chiamare male assoluto, ma non lo era, o al termine della risposta quando descrive la sensazione che si avverte in presenza del male, una sensazione strana, come appiccicosa, ma non esattamente.
  Per tutti gli appassionati di Bolano, assieme al volume della Sur, L'ultima conversazione, è un libro imperdibile, per il semplice gusto di, leggendolo, riassaporare la voce dell'autore di 2666, anche se poi la sua voce magari non tutti la conoscono e ognuno se la immagina come più gli garba. Per tutti gli altri che non hanno ancora avuto la fortuna di conoscere Bolano, questo è un libro interessante per introdursi furtivamente nel suo mondo. Per poi non uscirne più.

Un'avvertenza: il libro è di dimensioni davvero ridotte (è pure complicato trovarlo, in libreria, negli scaffali), ed è scritto in caratteri piuttosto piccoli, consta di 16 pagine di introduzione (a cura di Gabriele Morelli), soprattutto per i neofiti del culto Bolanano, e di 73 pagine in tutto. Costa 9 euro.
  Comunque ne vale la pena.

Roberto Bolano è nato a Santiago del Cile 28 Aprile 1953, ed è morto a Barcellona il 14 Luglio 2003. Semplicemente è Bolano, L'ultimo classico, un Borges elettrico, il cantore del caos e dell'esilio, degli intrecci sospesi, del destino in mano al caso. Se avesse un senso questo aggettivo in letteratura, direi semplicemente: il migliore.
Chi volesse approfondire e documentarsi su tutti gli aspetti legati a quest'autore può andare ArchvioBolano. E' il sito più completo (e complesso) che si possa trovare.
  Di Bolano in questo blog sono stati finora recensiti: I dispiaceri del vero poliziottoIl terzo reich, La pista di ghiaccio, e Monsieur Pain

giovedì 17 ottobre 2013

I barbari, saggio sulla mutazione, di Alessandro Baricco, Feltrinelli editore

  Se c'è una cosa che a Baricco riesce davvero bene, in questo libro la trovate. Come specificato dal sottotitolo, si tratta di un saggio, sulla mutazione. Cos'è dunque la mutazione e, di conseguenza, di cosa parla questo libro? Diciamo che non posso spingermi troppo in là perchè altrimenti dovrei raccontarvi tutto e, così facendo, vi rovinerei il piacere della lettura, ma qualcosa posso azzardarmi a (cercare di) spiegarla, con parole mie ovviamente, per quel che mi è possibile, dal momento che non è impresa facile, se Baricco ha dedicato tutto questo volume a rendere chiaro qualcosa che chiaro non è per nulla, a nessuno, anche se tutti ci viviamo dentro. La calata dei barbari è l'espressione con cui l'autore identifica una sensazione che tutti ci accomuna e che ci rende prigionieri di un tempo che volge al termine, proprio come un antico e mastodontico impero, impreparato all'invasione di nuovi Unni che già hanno occupato i nostri territori, attaccato i nostri villaggi e preso possesso delle nostre anime. Per quanto possa suonare strano, non stiamo parlando di immigrazione, nè di storia, nè di strategia militare ma, passatemi il termine, di "scarti di senso" e, tornando alla frase iniziale di questo post, se c'è una cosa che a Baricco riesce davvero bene, è descrivere (spiegare, illustrare) e rendere evidenti a tutti, anche ai caproni come me, o voi, cosa intende per "scarto di senso" (a questo proposito consiglio vivamente la visione dei dvd La Feltrinelli di Palladium Lectures). Perchè non esiste più il calcio di una volta, maglie da 1 a 11, ad ognuno il suo ruolo, il difensore che spara la palla in tribuna e non si azzarda ad oltrepassare la metacampo? E perchè Baggio sta in panchina a fissare 11 atleti muscolati per squadra che non sanno combinare nulla in maniera sublime, ma corrono come matti e sono in grado, all'occorenza, di difendere, di attaccare, di spingere sulla fascia, di toccar palla in maniera decente e via discorrendo? Rinunciare a Baggio, all'apice estetico e tecnico del gioco del calcio, al genio assoluto ed alla sua qualità, in favore di una mediocrità estremamente mobile e dinamica ha senso o è semplicemente segno inequivocabile di barbarie e decadenza? Il vino hollywodiano, non eccelso, ma abbastanza mediocre da piacere ad un pubblico vastissimo, è barbaro o è una semplice modificazione del gusto (oltrechè un boom commerciale basato sull'allargamento esponenziale del target di vendita)? E perchè oggi in libreria i libri più venduti sono quelli scritti da comici, da personaggi televisivi, romanzi tratti da o che hanno ispirato pellicole al cinema? Dov'è andata smarrendosi "l'aura" che da sempre (o così crediamo noi) aleggia attorno ai "grandi romanzi" e ai "grandi scrittori?" E perchè si vendono più libri in edicola che non in libreria? L'anima, chi l'ha inventata, e quando, e perchè mai sembra essere divenuta per i barbari un inutile orpello di cui liberarsi quanto prima? E, infine, sono davvero barbari o più semplicemente si tratta di mutanti che hanno una percezione della realtà diversa dalla nostra, più superficiale ma più veloce, più dinamica, più collegata ad altri nuclei di senso? Cosa rimarrà del nostro mondo quando i barbari/mutanti avranno colonizzato e riconvertito secondo la loro sensibilità tutto ciò che era possibile colonizzare e riconvertire? Ecco, come vedete, si tratta di "scarti di senso", di "scivolamenti" da un modo di pensare e percepire la realtà ad un altro modo di pensare e percepire, e noi, tutti noi, ci troviamo nel bel mezzo di questo smottamento culturale. E noi, tutti noi, leggendo questo libro possiamo trovare parti di noi stessi, sia che di volta in volta ci sentiamo più barbari o più invasi, comunque tutti quanti siamo parte integrante di quello smottamento, ne siamo partecipi e vittime, e lo siamo in modo più o meno consapevole. Questo libro ci rende più consci del sommovimento in atto e della nostra posizione rispetto a questo stravolgimento che ci sta togliendo la terra da sotto i piedi. Vi troverete a riflettere che, effettivamente, a quel dato ragionamento portato avanti e sezionato a vostro beneficio dall'autore, c'eravate arrivati anche voi, l'avevate "sentito" in qualche modo, ma certamente non eravate riusciti a "sentire" tutto quanto il quadro d'insieme, il (possibile, probabile, comunque proposto da Baricco) senso del cambiamento in atto. In questo, Baricco è magnifico, che lo vediate in dvd o dal vivo o ne leggiate le pagine scritte, poco cambia; la sua capacità affabulatoria e il mestiere del maestro che ti prende bonariamente per mano e ti accompagna in zone dalle quali, da solo, saresti stato ben lontano, mostrandoti a destra e a sinistra del cammino, e spiegandoti, raccontandoti aneddoti ai quali puoi attingere con facilità, stregandoti con uno stile elegantemente (e felicemente finto) colloquiale, per poi d'un tratto indicarti in alto e lasciarti sbigottito (ma non spaventato) da un cambio di prospettiva repentino: tutto questo Baricco ce l'ha nel sangue, e il suo stesso stile che nei libri tende a scivolare nell'autocompiacimento da primo della classe che sa di esserlo ma non vuole darlo a vedere, nei saggi, diviene un'arma stupefacente che, paradossalmente, semplifica la comprensione di ragionamenti anche piuttosto complessi fino a renderli digeribili ad un pubblico vasto, spesso non profondamente acculturato, ancora più spesso distratto e supericiale (quindi, allora, i barbari siamo noi? Lo siamo già? Lui, Baricco, è un barbaro?). In fondo, questo I barbari, così come le lezioni di Palladium lectures, si ha l'impressione che sia una grande parentesi che l'autore si prende per spiegare (o, forse, addirittura, giustificare) sè stesso, la sua opera, la sua scuola, il suo successo, il suo stesso pubblico e le critiche che si porta sulle spalle.
  Ovviamente il libro non parla di questo, sono io che leggo cose che forse non ci sono (coscientemente forse non ci sono, è vero, ma ad un livello più profondo ed incosncio sì, quasi fossero dei lapsus): il libro è una stupenda riflessione, leggera, profonda ma accessibile, sul tempo all'interno del quale siamo invischiati, e sugli scarti di senso che, coscienti o no, viviamo tutti quanti, giorno dopo giorno, divenendo essi stessi la nostra vita e, al contempo, il modo con cui i nostri occhi vedono la nostra vita e i nostri cervelli pensano e giudicano la nostra vita.

Alessandro Baricco nasce a Torino nel 1958, qui studia filosofia sotto la guida di Gianni Vattimo, si laurea con una tesi in Estetica e studia contemporaneamente al conservatorio dove si diploma in pianoforte. Esordisce come critico musicale nel 1988 con un testo su Rossini ("Il genio in fuga. Sul teatro musicale di Rossini"). Nel 1991 esce il primo romanzo, "Castelli di Rabbia", pubblicato da Bompiani che vince il Campiello e provoca, fra l'altro, alcune divisioni in critici e lettori, così in seguito tutta la sua opera e il suo personaggio suscitano amore o odio, mai indifferenza. Nel 1993 appare in Tv come conduttore di "L'amore è un dardo", trasmissione di Raitre dedicata alla lirica. In seguito conduce, affiancato dalla giornalista Giovanna Zucconi, "Pickwick, del leggere e dello scrivere" programma di cui è anche autore e ideatore, dedicato alla letteratura. Nello stesso anno esce il secondo romanzo, "Oceano mare", che riscuote un grande successo di pubblico e nel 1994 "Novecento", un monologo, da cui vengono poi tratti un lavoro teatrale (con Eugenio Allegri e la regia di Gabriele Vacis a partire dal 1994, e con Arnaldo Foà in un nuovo allestimento nel 2003) e un film ("La leggenda del pianista sull'oceano", di Giuseppe Tornatore del 1998). Sempre nel 1994 Baricco fonda a Torino la scuola di scrittura "Holden", dedicata alle tecniche narrative. Dalle rubriche curate su "La Stampa" e "La Repubblica" nascono i due volumi di "Barnum" (pubblicati nel 1995 e nel 1998 con il sottotitolo "Cronache dal Grande Show"). Nel 1998 esce "City", che quattro anni dopo l'autore trasforma nel progetto per il teatro "City Reading Project". Dello stesso anno è anche la trasmissione "Totem", nata dall'esperienza teatrale, in cui Baricco commenta e narra i passi più salienti di racconti e romanzi con accompagnamenti musicali di ogni genere. Nel 2002 esce "Senza sangue" un breve racconto-romanzo sulla guerra e nel 2004 "Omer, Iliade", una rilettura del poema omerico, al contempo romanzo e adattamento teatrale. Nel 2005 l'autore torna alla narrativa con il romanzo Questa storia che ripercorre il Novecento attraverso la figura un po' favolosa di Ultimo Parri, una sorta di bambino prodigio che cresce nella Storia.

sabato 12 ottobre 2013

Lionel Asbo (stato dell'Inghilterra), di Martin Amis, Einaudi editore

  Se c'è una cosa che mi entusiasma assai poco è recensire un libro che non mi è piaciuto e, peggio ancora, recensire un libro che non mi è piaciuto scritto da un autore che stimo. E questo è, Lionel Asbo (stato dell'Inghilterra), di martin Amis, un libro pieno di falle, di crepe, che ti parla con una voce che non è la sua e, mentre lo leggi, ti porta a domandarti: ma chi sta imitando? Perchè il problema, apparentemente, è questo: Martin Amis, uno scrittore di razza, che amo (e forse per questo la mia delusione è così cocente), un maestro dello stile, figlio a sua volta di un grande scrittore (Kingsley Amis), in questo caso pare essersi impegnato (poco a dir la verità) in un divertissement, prendendo un genere (tutto britannico tra l'altro) e impegnandosi ad elevarlo artificialmente tramite la sua maestria e tocchi di genio che, evidentemente, ha, in questo caso, un tantino sopravvalutato. O forse era un esperimento - o un abbozzo di esperimento - che aveva nel cassetto e che qualcuno, malauguratamente, ha convinto a dare alle stampe: chissà. Comunque siamo dalle parti della comedy ambientata nel sotto-sottoproletariato urbano, in quel mondo che non è più al di qua del confine col mondo del crimine, ma appena al di là. Lionel Asbo (molto somigliante a Wayne Rooney, e se la fisiognomica ha un filo di valore, è tutto detto) è il protagonista, suo nipote Des la voce narrante. Diston, il quartiere che fa da paesaggio e da coprotagonista del romanzo, è un luogo dove a dodici anni le ragazzine mettono al mondo il primo figlio, a trentanove anni si è nonne, dove a cinquant'anni si è vecchi decrepiti (se ci si arriva) e dove i sessant'anni non li raggiunge nessuno. Un bel posticino insomma. Lionel è uno dei tanti (sette) figli della giovanissima (madre a 12 anni e nonna a 39 anni appunto) Grace, che ha dato il nome dei componenti dei Beatles ai primi cinque nati. Lionel, zio Li, ha passato i suoi ventun'anni di esistenza dentro e fuori dai riformatori, prima (segnalato alle autorità a tre anni: un record! anche se destinato a cadere nel corso del libro), e dalle carceri poi, non brilla per comprendonio (la somiglianza con Rooney ne è chiaro sintomo), ama la violenza in ogni sua forma e sfumatura, sia quella atta a farsi valere e rispettare sia quella gratuita, per sfogarsi, da infliggere ad anime innocenti. Des, rimasto orfano, viene cresciuto da zio Li, che gli vuole bene a suo modo e gli dispensa i migliori consigli di cui è capace: ad esempio: esci ogni tanto e spacca due vetrine, porta sempre con te un coltello, e poi: dai da bere la birra ai cani per renderli aggressivi, e lascia perdere le donne (a favore dei siti porno: genere favorito di Zio Li: le milf: mother I like fuck, vale a dire video con donne mature). Per il massimo sconforto di Lionel Asbo, il nipote è il suo esatto contrario, posato, tranquillo, potenziale vittima dell'intero quartiere e, ai suoi occhi, del mondo intero, sa scrivere, sa parlare e in una maniera che rasenta l'ebetismo riesce a voler bene a quel delinquente che risponde al grado parentelare di zio. Des, nonostante la testa sulle spalle e la razionalità stolida che gli fa da guida nell'assurda brutalità della vita di quartiere, a quindici anni finisce col divenire l'amante della giovane nonna. Da qui parte un intreccio che dovrebbe dar vita ad una satira dei tempi moderni degna di Swift, Dickens, Burgess o Ballard (così recitano le deliranti note fornite dalla casa editrice): niente di più falso. I temi trattati e l'ambientazione sono quanto di più paraculo e commerciale ci si possa aspettare, lo stile è un gioco d'equilibrio tra quello sofisticato e cesellato proprio di Amis e qualche discesa negli inferi dell'analfabetismo del protagonista. La struttura: lievemente complessa, venata di qualche particolare che non si comprende se sia dovuto a sviste di editing e di traduzione o ad effetti speciali (svolazzi manieristici) inseriti a bella posta dall'autore per non rendere il plot troppo evidentemente commerciale (o banale, o lineare, vedete voi). Zio Li, vince alla lotteria, diventa uno degli uomini più ricchi d'Inghilterra e si trasforma presto in carne da tabloid, subito etichettato come ricco e cafone, re del cattivo gusto, miliardario pericoloso e dal pugno facile nonché dalla parlata ben più che rozza. Il finale ve lo risparmio, ma comunque è quanto di più simile ad un lieto fine l'intreccio potesse permettersi di partorire. Ora, tornando a quanto detto all'inizio di questo post, la sensazione di un esercizio di stile è talmente evidente da essere imbarazzante, e la spocchia con cui l'esercizio viene portato a termine, come se bastasse il nome dell'autore a rendere il libro un sicuro capolavoro, lo rende oltremodo irritante. Dopodichè, il libro si fa pure leggere, per via dei temi che attirano gli istinti bassi del lettore che, tra l'altro, si può salvare la coscienza grazie alla certificazione dell'editore che garantisce sulla natura doc di satira dura e pura, anzi, addirittura delle migliori (viene riportata una citazione dal Guardian che sostiene sia, "quest'ultima fatica di Amis, "il libro che ci meritiamo": mi sfugge se il senso sia da intendersi come ironico, e quindi come moto di sfiducia verso l'umanità intera e l'attuale società in particolare, ma se così fosse, questa sarebbe la parte di satira a mio avviso più pungente dell'intero libro) 
  Ma poi, tornando alla domanda iniziale, imitare (involontariamente o meno) chi, cosa? E' presto detto: Irvine Welsh. Ma Welsh, con una maestria artigianale eccezionale, ci racconta le sue storie di tossici dal loro interno, le rende grottesche e/o assurde e/o comiche e/o tragiche con uno sguardo che è in tutto e per tutto quello dei suoi protagonisti, la lingua con cui racconta le loro avventure disperate e senza senso, è la loro lingua, il loro gergo, Amis no. Lo sguardo di Amis è quello freddo e benevolo dello scienziato che scruta un mondo di microbi da dietro la sua lente d'ingrandimento e, se c'è ironia - se c'è satira -, è quella del professore che si diverte a giocare con l'inevitabile ignoranza dei propri allievi. I protagonisti di questo libro puzzano di artefatto lontano chilometri, sembrano figurine i cui contorni sono stati mal ritagliati, e non perchè compiano gesti inaccettabbili a credersi da parte del lettore (i protagonisti di Welsh ne combinano di peggio), ma perchè certi particolari non sono quelli giusti: nel modo di esprimersi, nelle psicologie, e forse addirittura in quello che è il loro mondo di riferimento.
  Onestamente mi è incomprensibile come uno scrittore della caratura di Amis (consiglio vivamente Koba il terribile e Il treno della notte, entrambe per Einaudi) abbia potuto scivolare su un'operazione del genere (e personalmente son portato a credere che non volesse imitare nessuno, e gli sia riuscito suo malgrado, soprattutto perchè uno scrittore del suo valore, semplicemente, non ne ha bisogno). Rimane un grande autore,"ça va sans dire", ma questo Lionel Asbo lo sconsiglio vivamente (anche per via di un editing imbarazzante da parte della casa editrice dello struzzo: refusi a piene mani come non ne trovavo da tempo). 
 
Martin Amis è nato a Oxford nel 1949. Di lui Einaudi ha pubblicato: Altra gente, Money, London Fields, La freccia del tempo, L'informazione, Il treno della notte, Cattive acque, Esperienza, Cane giallo, Koba il Terribile, La casa degli incontri, La vedova incinta, Lionel Asbo e la raccolta di saggi Il secondo aereo.